La giostra impazzita si è fermata. Il Festival di Sanremo Numero 71 è finito. Vincono i Måneskin con un pezzo mediocre ma di grande impronta personale. La migliore? Madame.

Dopo cinque giorni di follia pura, crisi degli ascolti, comparazioni con i dati auditel degli anni passati inspiegabilmente non possibili e un numero incalcolabile di conferenze stampa via zoom (con tutti gli annessi e i connessi del caso) è calato il sipario sul Settantunesimo Festival della canzone italiana. Un’annata stranissima quella appena passata agli archivi dove, a prescindere dal risultato finale, i grandi attesi, ovvero gli esponenti della scena underground, non hanno deluso le aspettative, proponendo brani validi, in alcuni casi validissimi, non sanremesi, utili più come biglietto da visita che come arma per poter vincere.

Un grande innesto che, però, al contrario di quanto successo negli scorsi anni, non ha consentito a nessuno di questi artisti di salire sul podio. Alla fine della giostra a vincere davvero sono stati i Måneskin con un pezzo forse fin troppo estetico ma che, comunque, è apparso personale e non forzato: avrebbero potuto tranquillamente proporre una “Torna a casa” o una “Vent’anni” qualsiasi, hanno optato invece per un taglio più forte e meno scontato. Il loro trionfo rimarrà impresso come lo scossone più forte di una giovane generazione ferita, reclusa e inghiottita dall’ansia dei tempi che stiamo vivendo.

Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan (insieme a Gaia che non ha vinto) rappresentano inoltre la terza e probabilmente ultima via del talent: prima si cercavano diamanti grezzi di provincia da spedire nel firmamento,  poi i cosiddetti rapper scartati dalla scena in cerca di rivalsa, da qualche anno ormai solo musicisti completi in grado già di scrivere canzoni di successo (pensiamo a “Chosen“, pezzo portato addirittura alle audition, poi diventato una hit clamorosa).

Bene anche i giovani veterani, capitanati dalla più grande di tutti, colei che sì, fuori dall’Ariston riesce a farsi inseguire dalla polizia, a collezionare una gaffes dietro l’altra e ad allagare il cesso dell’albergo, ma che dentro quel Teatro si trasforma in una Signora che canta divinamente e affronta il palco con un rispetto da ammirare: stiamo ovviamente di Orietta Berti, la nostra Regina, entrata in punta di piedi e uscita da mattatrice assoluta. E adesso gli ultimi voti.

Ghemon, Momento perfetto 8+

Tutti gli artisti provenienti dal circuito underground presenti al festival se ne sono bellamente sbattuti del contesto, presentando un loro pezzo di storia, un cavallo di battaglia o una nuova fase della propria vita. Ghemon appartiene proprio a quest’ultimo filone: “Momento perfetto” si aggiudica il premio di miglior melodia originale per un pezzo scanzonato che riesce però a non essere stucchevole (al contrario dei Coma_Cose, ooooops).

Gaia, Cuore amaro 5

Canzone che, nonostante un primo ascolto positivo, non ha mai preso il tiro giusto. La cantante, che l’altro ieri si è svegliata totalmente afona, è riuscita anche questa volta a portare a casa la pagnotta. Ma il testo, accompagnato da un andamento potenzialmente interessante ma fin troppo piatto, affossa in modo quasi lapidario una potenziale hit che comunque registrata riesce ad avere il suo perché.

Irama, La genesi del tuo colore SV

Siamo alla terza visione della stessa performance per i motivi che già sappiamo. Irama è già entrato nei libri di storia, la sua vicenda verrà scolpita negli annali della Kermesse. Con il tempo ci si accorgerà di quanto in realtà l’artista sia stato, paradossalmente, fortunato. Comunque la canzone spacca.

Gio Evan, Arnica 4

Siamo stati giorni a domandarci se questo pezzo, alla fine della fiera, possa essere considerato valido o no. Non lo abbiamo capito neanche stavolta, anche perché nuovamente il poeta di Instagram reincarnazione di Nazim Hikmet non ci ha fatto capire pressoché nulla. E allora è un vizio. Basta.

Ermal Meta, Un milione di cose da dirti 7

Diciamoci la verità. Il fatto che ancora nel 2021 possa rischiare di vincere una ballata iper tradizionale e soprattutto iper sanremese proprio nell’anno più spinto sul profilo alternative fa certamente pensare e discutere. Questa canzone è inattaccabile, scritta bene e resa al massimo delle possibilità nel corso di tutte le serate, finale compresa. Rimane una certa somiglianza con “Era una vita che ti stavo aspettando” e una domanda: ma Ermal ha davvero ancora bisogno di vincere a tutti costi il Festival? Da artisti come lui non è legittimo aspettarsi qualcosa di più?

Francesco Renga, Quando trovo te 5

Pezzo lo ribadiamo, tecnicamente difficile, con un ritmo incalzante dove è davvero complicato prendere i giusti respiri. Ma ora che tutto è finito però lo possiamo dire: non è mai decollata. E non lascerà il segno.

Fulminacci, Santa Marinella 8

Un alieno all’Ariston. Fa sempre strano vedere un cantautore così giovane approcciarsi alla musica e alle parole in un modo così squisitamente retrò, seguendo fedelmente la lezione di De Gregori piuttosto che del Calcutta o del Gazzelle di turno. Non si vince la targa Tenco a caso e Fulminacci nel corso di queste serate lo ha dimostrato apertamente, incastrando i versi semplici del ritornello in una trama per palati fini nella strofa. Ne esce benissimo.

Extraliscio feat Davide Toffolo, Bianca luce nera 9

Sono quelli che se la sono giocati meglio in assoluto: sempre divertiti e divertenti, hanno portato in scena una musica personale estremamente complessa: la cellula del liscio, il ritmo della cumbia e sprazzi lontanamente balcanici hanno accompagnato gli spettatori in un viaggio notturno gitano tra lampi di luce e oscurità assoluta. Magia.

Colapesce e Dimartino, Musica leggerissima 9½

È il tormentone di questa edizione, c’è chi la fischietta tutto il giorno, e chi probabilmente mente spudoratamente. A prescindere dal risultato finale, Antonio Dimartino e Lorenzo Colapesce hanno avuto la possibilità di mostrare all’Italia intera quello che è il vero lavoro dei cantautori: far sembrare semplice qualcosa di tremendamente complesso. Sì perché la leggerezza è, ad oggi, una delle sensazioni più difficili da descrivere, e loro lo hanno fatto con poeticità, genialità e classe, migliorando serata dopo serata (ieri finalmente perfetti) su un palco dove non è facile riuscire a far veicolare a pieno il proprio messaggio. la ciliegina sulla torta di questo capolavoro sta nell’orchestrazione, composta da un musicista che non ha bisogno di presentazioni: Davide Rossi. Vincitori morali, senza alcun dubbio.

Malika Ayane, Ti piaci così 6+

Abbiamo finito gli aggettivi per descrivere questa malikata sempre elegantissima e raffinata: fa bene al cuore vedere una cantante finalmente a proprio agio con il proprio corpo ed estremamente divertita in quello che fa. Ma noi avremmo preferito qualcosa di diverso. Per farlo, aspetteremo il suo prossimo album, “Malifesto“, che promette scintille.

Francesca Michielin e Fedez, Chiamami per nome 7

L’obiettivo di Francesca e Federico era stato già raggiunto anche senza il bisogno di reclutare le truppe del web: “Chiamami per nome” è tra i brani più ascoltati nelle piattaforme streaming e perennemente al numero 1 delle tendenze di YouTube. Lati positivi: effettivamente si tratta di un duetto molto amalgamato, ben cantato e comunque sapientemente costruito. Carino inoltre vedere come si siano ribaltati i ruoli: se ai tempi di “Cigno nero” era Fedez che supportava Francesca, adesso accade esattamente il contrario. Splendida infine l’idea di togliere quel nastro tra le due aste del microfono che faceva quell’effetto un po’ meh. Lato negativo: “Chiamami per nome” è totalmente atemporale, non avrebbe sfigurato neanche a Sanremo 2011 (autotune a parte). Il medley stile ciao 2020 andato in scena durante la serata delle cover resta una delle robe più atroci viste al Festival negli ultimi anni. 

Willie Peyote, Mai dire mai (la locura) 8

Santifichiamo immediatamente Willie, l’unico a farci tornare con i piedi per terra con parole che sono cazzotti in faccia, verità e contraddizioni. Resterà il brano del periodo pandemico più forte anche perché nessuno, anche fuori dall’Ariston nella vita vera ,si è ancora lanciato in un’analisi così accurata della situazione italica. Oggi tra l’altro impeccabile.

Orietta Berti, Quando ti sei innamorato 8

Nostra signora dei meme e dei rubinetti lasciati aperti tutta la notte merita tutto il nostro rispetto perché canta da Dio, meglio di praticamente tutte le sue coetanee e di buona parte delle colleghe più giovani, e ha fatto quello che doveva fare: interpretare una romanza pescata direttamente dagli anni cinquanta orecchiabile e appassionata. Dietro, tra l’altro, c’è lo zampino degli autori di “Grande amore” de Il Volo, quindi tanta roba. Nell’ultima serata la sua interpretazione migliore.

Arisa, Potevi fare di più 5

10 per la performance, perché sia questa sera come in praticamente tutte le altre Arisa è sempre stata magistrale. 0 per il brano, un crescendo strano che in realtà non porta da nessuna parte e che non sembra così terrificante solo perché a cantarlo è lei. Stiamo parlando di un talento speciale, di voci così ne escono una ogni 40 anni: c’è bisogno di una strategia, di un piano concreto e soprattutto duraturo. Speriamo davvero arrivi presto. Qualcuno faccia qualcosa.

Bugo, E invece sì 8-

Bacchettato a più riprese per l’intonazione, intontito fino allo sfinimento sulla questione Morgan e sulle “Brutte intenzioni”. Bugo ha portato un’ottima dedica d’amore alla propria fragilità e al desiderio legittimo di sentirsi stralunato. Le intenzioni, quelle buone, non hanno vinto. L’eco mediatica, lo strascico di quanto è successo lo scorso anno, è stata troppo forte, e l’artista è rimasto quindi ingabbiato nel suo meme. Ne sarà valsa la pena per lui? Speriamo vivamente di sì.

Måneskin, Zitti e buoni

A conti fatti “Zitti e buoni“, al contrario di altre canzoni in gara, non stufa, anzi riesce a dare la scarica giusta malgrado le tante (troppe) facilonerie del caso. La resa dal vivo, così come la splendida cover di “Amandoti” con Manuel Agnelli, ha certamente aiutato la vittoria E l’ultima esibizione è stata a dir poco spaziale. Non sono né i nuovi Greta Van Fleet né il nulla cosmico: sono quattro ragazzi che hanno partecipato a un talent come X Factor con in testa le idee già abbondantemente chiare. Hanno viaggiato, vissuto in un Paese meraviglioso come l’Inghilterra, vinto il Festival e adesso sono pronti a pubblicare un album interamente scritto a otto mani. Siamo dunque più felici per loro che per la canzone che rimane, comunque, una mezza ciofeca.

Madame, Voce 10

Ebbene sì, è lei l’unica artista in grado di meritarsi il massimo dei voti. Questa creatura meravigliosa è riuscita a raccontare se stessa in quattro modi diversi, rendendosi protagonista di un vero e proprio show nella serata delle cover e sfoggiando sera dopo sera una sfaccettatura nuova, no binary, estremamente fluida senza nessun tipo di sovrastruttura o messaggio più o meno subliminale. Solo lei e la sua “Voce“, solo lei e il suo timbro caldo e duttile. Non cambiare mai, Francesca.

La Rappresentante di Lista, Amare 9+

E a proposito di gender fluid come non accogliere con gioia e soddisfazione lo sbarco in riviera dei massimi esponenti del queer pop: La Rappresentante di lista, come largamente anticipato su queste pagine in tempi non sospetti, è già diventata una splendida realtà mainstream: una realtà mai svilita e carica di calore, di melodia, di amore e bellissima musica. “Amare“, forse più di tutte le altre canzoni in gara, ti fa capire quanto sia importante oggi la vicinanza, e quanto la distanza ci stia fottendo, completamente, il cervello. Abbiamo tutti bisogno di amare (senza avere tanto).

Annalisa, Dieci

Un’esplosione che ancora non è arrivata del tutto: ma dal cambio di passo elettropop Annalisa ha trovato finalmente la sua quadra: manca però lo scatto finale, uno sprint che può arrivare, forse, solo con un approccio autorale diverso e con uno sforzo ancora più grande sul versante interpretativo. Spesso si è detto in questi giorni che “Dieci” registrata è pressoché uguale alla performance dal vivo. Non siamo sicuri sia propriamente un complimento. Nonostante tutto però la canzone è certamente la più centrata tra tutte quelle presentate dall’artista qui a Sanremo, soprattutto sul versante dell’inciso, con una doppia variazione ben confezionata che ne assicura il successo garantito.

Coma_Cose, Fiamme negli occhi 5½

Prendono finalmente confidenza con il palco: ci troviamo di fronte a qualcosa di tremendamente divisivo, c’è chi ha amato “Fiamme negli occhi” alla follia, ritrovandosi in questa comunque genuina tenerezza scenica. Ma musicalmente ci si aspettava qualcosa di diverso, specie dopo i due gioielli “Due/Guerra fredda“; è arrivata invece una canzoncina, non in senso dispregiativo, ornata dai soliti giochi di prestigio testuali. Avremmo preferito un graffio più forte, qualcosa di più dissacrante. Non è arrivato. Amen

Lo Stato Sociale, Combat Pop 9

Ci siamo chiesti per cinque giorni cosa volesse davvero significare questo happening musicale incasinatissimo fatto di scatole, travestimenti e trasformismo: Albi, Lodo, Carota, Checo e Bebo lo hanno svelato solo alla fine della loro ultima interpretazione: “In un mondo in cui puoi uscire di casa solo per lavorare, c’è bisogno di cose che non servono a niente. Perché le cose che non servono sono le uniche per cui vale la pena vivere“. Solo applausi.

Random, Torno a te 3

Morgan, Leo Gassmann, Statuto, Motta, Mr. Rain, Michele Bravi, The Kolors, Donatella Rettore, i Nomadi, Tommaso Paradiso, Mietta, Roberto Angelini, Tiromancino, Fast Animals and Slow Kids, Myss Keta. Sono solo alcuni nomi che, secondo TPI, sono stati scartati dalla Kermesse quest’anno. Non serve aggiungere nient’altro.

Max Gazzè e Trifluoperazina Monstery Band, Il farmacista 6+

Accogliamo volentieri l’ultima performance di Max Gazzè, per l’atto finale nei panni di Clark Kent con un lancio sulla platea vuota con tanto di caduta che ci ricorderemo, augurandoci di vederlo in futuro su questo palco con una canzone più emozionale e profonda. Lo ringrazieremo comunque per sempre, perché la cover di “Del mondo” insieme a Max Gazzè è stato il momento per eccellenza di questa edizione straniante e difficile.

Noemi, Glicine 5

RollerCoaster Noemi, abile e coraggiosa a proporre un singolo (e un album) con una squadra di giovanissimi autori (tra cui spicca Ginevra): le sue interpretazioni tuttavia lasciano però sempre a desiderare. Il suo piazzamento lontano dal podio fa capire quanto sia fondamentale la performance e la resa dal vivo.

Fasma, Parlami 5– 

In questi giorni l’artista è sembrato sempre tremendamente agitato e, neanche stasera, è riuscito a esprimere al meglio quello che è un brano con una certa potenzialità, ovviamente in ottica teen; resta il rammarico di aver ascoltato una variazione sul tema di “Per sentirmi vivo“, ma il pezzo a prescindere dalla resa festivaliera sopravvivrà a lungo anche lontano dal Teatro Ariston.

Aiello, Ora 8+

Insultato, schernito, bersagliato continuamente sui social. Aiello già dalla prima sera la testa di Aiello è rotolata nella piazza memetica twitterina. Eppure il calabrese è stato uno dei pochi a presentare una performance coraggiosa, sicuramente sopra le righe ma fedelmente rispettosa delle parole, anch’esse particolari, che andava a cantare. Quel “Dovevi portarci me” del bridge non poteva essere sussurrato, doveva essere urlato a squarciagola come una liberazione, esattamente come ha fatto lui in tutti questi giorni, infischiandosene dei commenti; è nata una star, e la gente imparerà ad amarlo molto presto.

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Rubrica, PALINSESTO MUSICALE: Loredana Bertè, Måneskin, Nada