Non è il MI AMI, non è il Siren; è il Festival di Sanremo 2021, giunto all’edizione numero Settantuno, quella che potrebbe essere ricordata non solo come quella della rinascita post Covid, ma anche come quella della rivoluzione. Amadeus, annunciando i nomi dei 26 Big partecipanti, ha infatti segnato un punto di svolta fondamentale e necessaria nella musica italiana. Un punto che, se le canzoni rispetteranno le aspettative, sarà di non ritorno.

Le annate sanremesi fallimentari, e ne abbiamo viste davvero tantissime soprattutto nei primi anni del nuovo millennio, sono tutte unite da un filo rosso lampante: la totale incapacità di saper leggere il momento, lo spirito del tempo: cast in larga parte inqualificabili, preconfezionati con emorragie di cantanti “vintage”, tantissima vecchia guardia, due-tre sparuti nomi pop, il più delle volte quasi decaduti in cerca di risalita, la presenza Jolly dello strambo di turno, e, infine, i favoriti dei talent.

Uno dei punti più bassi toccati in tal senso è stato ben rappresentato dall’edizione del 2009 dove, ad eccezione della presenza degli Afterhours con il piccolo capolavoro “Il paese è reale“, il parco degli artisti fu composto da Marco Carta (vincitore con “La forza mia“), Povia ( secondo con la controversissima “Luca era gay“), il neomelodico Sal Da Vinci ( terzo con “Non riesco a farti innamorare”) e un‘accozzaglia di nomi come Iva Zanicchi, Fausto Leali, Al Bano, Pupo. Rappresentanti dei giovani? Dolcenera e dei Gemelli Diversi ormai alla canna del gas. A fronte di un lavoro egregio intrapreso con la sezione giovani (in quell’anno esordirono Arisa e Malika Ayane), Paolo Bonolis, l’art director di allora, non riuscì a cucire un roster adeguato, puntando all in sulla conduzione, oggettivamente, da fuoriclasse.

Questo tendenza si è poi sempre palesata a intermittenza negli anni successivi; si pensi in particolare alla gestione Morandi e, in parte, anche a quella di Carlo Conti, fino ad ad arrivare a un anno molto importante, il 2019, dove il “dittatore artistico” Claudio Baglioni portò con sé diversi esponenti della scena indipendente italiana, movimento floridissimo, perlopiù sconosciuti al grande pubblico: da Ghemon a Motta, passando per i Boomdabash, Ex-Otago, The Zen Circus e, infine, direttamente da Sanremo Giovani, Mahmood, meritevole vincitore con una canzone, “Soldi“, che conquistò poi mezza Europa.

Dopo una prima edizione di assestamento Amadeus ha portato all’estremo l’esperimento Baglioniano selezionando tra i ventisei big artisti che, nella maggior parte dei casi, non hanno mai varcato la soglia televisiva, né tanto meno quella radiofonica, ma che sono conosciutissimi grazie alle piattaforme streaming e, aspetto non da poco, ai concerti live e ai Festival estivi in particolare.

Ci saranno infatti i Coma_Cose, il duo urban che ha mutuato il linguaggio della new generation milanese a suon di giochi di parole e scioglilingua, ma anche Fulminacci, cantautore fresco vincitore della Targa Tenco; risponderà all’appello il rap cibernetico e cinico di Willie Peyote, altro gigante che da praticamente dieci anni domina nel circuito undeground grazie a brani intelligentissimi e di fortissimo impatto sociale, il queer pop siculo-toscano de La Rappresentante Di Lista, reduce da due anni di tour rigorosamente sold out in ogni tappa e, infine, Antonio Di Martino e Colapesce, i quali proseguiranno il loro fortunato sodalizio sancito con l’album “I Mortali pubblicato lo scorso giugno.

La regina degli streaming Madame, probabilmente l’artista più talentuosa degli ultimi dieci anni, calcherà il palcoscenico più importante d’Italia dopo appena un anno e mezzo di gavetta. Forse un azzardo per molti, ma una diciottenne che colleziona oltre un milione di ascolti mensili solo su Spotify divenendo colonna portante del nuovo rap italiano, non poteva certamente concorrere tra le Nuove Proposte.

Soddisfazione enorme per Fasma che, dopo il secondo posto dell’anno scorso tra i Giovani ha trovato finalmente un posto di lusso nella categoria più blasonata. Sarà della partita anche il già citato Ghemon, alla sua seconda partecipazione dopo “Rose viola“, a cui va dato il merito di aver sdoganato il soul negli anni zero con grazia e impeccabile artisticità.

Ma a Sanremo 2021 ci sarà anche un’ampia terra di mezzo, quella in bilico tra il “Ma chi è” e l'”Ah si, è quello di…“, ben capitanata da Lo Stato Sociale (per molti quelli della vecchia che balla), Gio Evan (quello che scrive le poesie su Instagram), Aiello (quello del banger estivo “Viemimi a ballare” o, se siete dei Twich Addicted, quello di “C’è dolore“), Random (il rapper di “Amici speciali“) e Bugo (quello di “dov’è Bugo?). Un’altra fetta di pubblico, più vicino alla sfera mainstream, non vedrà l’ora di ascoltare le canzoni di Gaia e Irama, entrambi ex allievi della scuola di Maria De Filippi. Due invece i colpi da biliardo di primissimo livello: i Måneskin e la coppia dei record Fedez e Francesca Michielin, pronti a conquistare nuovamente l’airplay con il terzo successo dopo “Cigno nero” (che di fatto consacrò entrambi) e “Magnifico“.

E il Vintage? Praticamente cancellato. Ad eccezione di Orietta Berti, nostra Signora dei Meme, il nuovo vintage sarà rappresentato da quei cantanti che hanno già alle spalle una fortissima esperienza festivaliera a prescindere dall’età anagrafica, dalle intenzioni e dal genere. I nuovi Albano, Fausto Leali, Iva Zanicchi sono infatti Arisa, Ermal Meta, Annalisa, Noemi, Malika Ayane, Francesco Renga, Max Gazzè. L’effetto sorpresa è stato invece Davide Toffolo (anima creativa de I tre Allegri Ragazzi Morti) con l’Extra Liscio band, nome assente da qualsiasi previsione.

Con questo cast di ampio respiro, come abbiamo visto diviso in tre strati, Amadeus è riuscito, forse per la prima volta dopo tantissimi anni, a fotografare un’istantanea realistica delle diverse sfaccettature della musica italiana odierna – non più vincolata esclusivamente al media televisivo come al tempo del climax dei talent ma più orientata verso la fruizione liquida e dal vivo – compiendo un vero e proprio capolavoro selettivo, editoriale ed economico. Considerati infatti i bacini di ascolto di ogni artista coinvolto, con piccole eccezioni, è facilmente ipotizzabile che l’industria musicale, oggi dilaniata dal Covid, ripartirà agilmente non tanto per via dei nuovi album ma grazie agli attesissimi concerti dei protagonisti, dove saranno presenti sia i fan affezionati che “nuovi” (e saranno tantissimi) accalappiati durante la settimana della Kermesse.

Un unico appunto: perché, considerata la splendida commistione creata, non buttare nella mischia anche gli otto giovani, creando una categoria unica? Wrongonyou, solo per fare un esempio, non avrebbe certamente sfigurato in un contesto simile, a fianco a quelli che sono a tutti gli effetti dei colleghi di pari livello. Una pecca che comunque non cancella il lavoro, semplicemente clamoroso, compiuto da Amadeus. Ci vediamo a marzo. Evviva Sanremo.

FOTO: Ufficio Stampa RAI

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