Doveva essere il Sanremo della rinascita, non stato possibile. Ma questi cinque giorni sono stati una panacea contro l’ormai insostenibile quotidianità.

In principio doveva essere il Festival della rinascita. Poi l’onda grossa della pandemia si è abbattuta ancora una volta, scagliandosi violentemente sul Teatro Ariston di Sanremo, rimasto in piedi quasi per miracolo; è stato quindi il Festival della resistenza, uno spettacolo di cinque sere allestito tra il terrore e la speranza di intrattenere nel miglior modo possibile i telespettatori a casa con i pochissimi mezzi utili rimasti; è stato il Festival delle poltrone rosse vuote, specchio di un’Italia da un anno orfana di quella che dovrebbe essere in teoria la vera benzina dell’intero Paese.

È stato il Festival della canzone, anzi è stato il Festival delle canzoni, trentaquattro storie diverse con trentaquattro ambizioni diverse; è stato il Festival dei Måneskin che hanno optato per l’opzione “ti piace vincere difficile” trionfando non con la solita ballata ma con uno scossone rock, a prescindere da tutto riflesso della loro poetica; è stato il Festival di Madame, meravigliosa creatura che ha permesso di farci addentrare all’interno della sua intimità facendoci cogliere tutte le sfumature di se stessa; è stato il Festival di Antonio Di Martino, di Lorenzo Urciullo Colapesce e della loro “Musica leggerissima“,  una delle più belle canzoni sulla depressione mai scritte fino a questo momento.

È stato il Festival de La Rappresentante Di Lista e del loro inno all’amare, coniugato all’infinito, senza necessaria scambievolezza; è stato il Festival di Francesca Michielin, che nel frattempo è diventata una donna, una giovane donna ricca di coraggio e personalità; ma è stato anche il Festival di Fedez, a cui va detto grazie per essersi mostrato ancora una volta fragile ed emotivo e per aver parlato seriamente dell’ansia facendola uscire dalle ormai abusate battutine social che non fanno altro che svilirne il significato; è stato il Festival di Max Gazzè, perché la sua cover di “Del Mondo” con Daniele Silvestri è stato il momento musicale più potente di tutta l’edizione; è stato il Festival de Lo Stato Sociale, commovente nella mappatura dei Teatri Italiani e in grado di disorientare tutti con delle performance apparentemente nonsense motivate solo nella puntata finale con un messaggio potentissimo, ovvero che, in questi tempi terrificanti, le cose che non servono sono in realtà le uniche per cui valga la pena vivere.

È stato il Festival degli Extraliscio e Davide Toffolo, i quali hanno fatto capire all’Italia che la musica è divertimento e condivisione; è stato il Festival dell’orgoglio del soul italiano, mai così presente quest’anno grazie alla classe assoluta di Ghemon (a lui il premio di miglior melodia originale), all’anima sincera di Davide Shorty (è suo il pezzo più strutturato di tutto il lotto) e all’approccio eccezionale di Folcast; è stato il Festival di Wrongonyou, fuoriclasse tra i giovani solo per il capriccio del caso.

È stato il Festival di Orietta Berti che, malgrado un paio di prevedibili scivoloni, è arrivata in riviera per cantare e cantare bene, sfuggendo al meme, di cui sono stati vittima Bugo, che seppur con una canzone valida suo malgrado è rimasto completamente intrappolato nella tela de ragno chiamata “brutte intenzioni”, e Aiello, a cui va dato comunque atto di aver presentato la sua reale personalità sopra le righe e, in alcuni passaggi, esagitata. Ma è stato, soprattutto, il Festival di Amadeus e di Rosario Fiorello, due angeli custodi che, con tutte le difficoltà del caso e con dati di ascolto al di sotto delle aspettative, sono comunque riusciti a distrarci dal chiacchiericcio politico, dalle scalpitanti dichiarazioni terroristiche utili solo a guadagnare consensi e dall’ormai quasi insostenibile peso che è diventata la vita di tutti i giorni. È stato il Festival di tutti noi.

Foto: LaPresse

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