Siamo agli inizi degli anni 80 quando Massimo Zamboni, dalla provincia emiliana, parte alla volta di Berlino. Lì conosce Giovanni Lindo Ferretti. In quel momento  prende corpo il progetto Cccp Fedeli alla linea. seguiranno  i C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti), che Zamboni lascia sul finire del ’99.

A distanza di qualche anno  Massimo Zamboni pubblica il primo album da solista  “Sorella Sconfitta”, vero e proprio capolavoro.

Nel 2008 a  quattro anni da “Sorella Sconfitta” vede la luce L’inerme è L’imbattibile, un progetto composto e complesso che include oltre al canonico cd, un video di Stefano Savona, “Il Tuffo della Rondine” e un libro, in cui Massimo,  ci racconta di Mostar, in Bosnia. Secondo atto di un viaggio  fatto dieci anni prima, insieme ai C.S.I., subito dopo la fine della guerra che aveva distrutto la città. Luogo suo malgrado ideale per dare un corpo a parole come inermità, miseria, forza, nuova vita.

Raggiungiamo Massimo Zamboni al telefono per parlare dell’album L’inerme è L’imbattibile”, che ritorna a distanza di 12 anni dal progetto originale, ma questa volta in vinile, con solo 300 copie stampate e numerate a mano, grazie a “La Scena Dischi”, disponibile da Marzo 2021, ma già in Preorder.

L’INTERVISTA

Non possiamo che cominciare l’intervista con un parallelo temporale.

Rispolverato oggi  “L’inerme è L’imbattibile”, che sensazioni ti suscita, cosa ci vedi  oggi che prima non scorgevi?

Avevo le idee abbastanza chiare sul significato della parola inermità quando ho composto quelle canzoni; ero consapevole di ciò  che scrivevo, anche perché le avevo riscontrate non solo sulla mia vita personale, ma verificandole ancora di più in una città impegnativa come Mostar, dove non puoi fare dei giochi di parole, non puoi andare a scherzare. Lì le parole hanno un significato  molto impegnativo, forte, anche molto violento. Questa esplorazione dell’inermità, non credo di doverla aggiornare oggi, nel senso che è propria della condizione umana da sempre e  lo sarà sempre.

Mi fa molto piacere rispolverare l’album, non solo per motivi musicali, o di soddisfazione personale, ma perché è bene che noi tutti continuiamo a fare i conti con questa parola, soprattutto adesso, in un tempo in cui tutti gli uomini si sono sentiti invincibili ognuno per sé, salvo poi scoprire la nostra inermità di fronte  ad  un essere assolutamente invisibile che ha messo in ginocchio l’intero  pianeta. È bene riscoprirci inermi per una volta.

Messi a confronto “Sorella Sconfitta” e “L’Inerme è L’imbattibile”, le tue due prime produzioni da solista, è abbastanza evidente come  “L’inerme è L’imbattibile” sia una prosecuzione di “Sorella Sconfitta”, anche perché è normale che un artista attinga dal suo precedente lavoro. Ma è anche abbastanza marcata la  differenza  tra i due lavori. Se per “Sorella Sconfitta” parliamo di un album molecolare, un punto d’arrivo di qualcosa che è stato, dove i brani potevano anche vivere di vita propria, singolarmente. “L’inerme è L’Imbattibile” è più simile  a un punto di partenza e forse anche un po’ concept, dove le canzoni hanno un senso nel loro assieme .

Sì effettivamente è vero, in “L’inerme è L’imbattibile” c’è un utilizzo molto più deciso della mia voce, più in primo piano rispetto a tutte le ospiti che avevo avuto in “Sorella Sconfitta”, quindi c’è anche questa sostanziale presa di coscienza, su capacità che stavano iniziando ad affiorare e che adesso in qualche modo sono prioritarie, cioè l’utilizzo della mia voce. Sotto questo aspetto i due album si differenziano molto.

Si può asserire che “l’inerme è l’imbattibile” è un po’ una radiografia di Massimo Zamboni, ma può essere considerata una radiografia definitiva, o è la radiografia di quel momento storico, sotto l’aspetto emozionale?

Beh sì, anche perché l’album successivo che era “l’Estinzione di un Colloquio Amoroso”, aveva come immagine di copertina una vera e propria radiografia.

Anche se il realtà dal mio punto di vista la tua radiografia è più “l’inerme è L’imbattibile”.

Tutti e tre gli  album sono  capitoli  dello stesso tema cioè la resurrezione, anche se svolti in maniera diversa. Era proprio un indagare su una possibile resurrezione umana, partendo dalla mia.

Nella purezza stilistica presente  in questo album, la ricerca del lieve, del sintetico, con testi ermetici, le note che sfiorano quasi l’ascoltatore, a volte un po’ timorose , a volte un po’ impacciate, dall’intimo nell’intimo. Si percepisce il vero Zamboni,  quello che scandaglia il suo  l’intimo alla ricerca di una connessione  con l’intimo di chi ascolta.

Credo sia così, tanto per i libri quanto per le  canzoni. A maggior ragione  in questo lavoro, non si può ragionare sull’inermità usando violenza, usando forza, devi metterti nello stesso atteggiamento mentale, per forza di cose parliamo di  un album di toni smorzati lievi accennati, mi piace dare gli indizi e vorrei che fosse l’ascoltatore a tracciare  le linee che congiungono i significati, il senso. Ho preferito suggerire.

 

Sotto l’aspetto puramente stilistica, “L’ovvio diritto al nucleare di una vergine iraniana” mi ricorda De André, tutto il resto è indefinibile.

In verità io De Andrè non l’ho mai ascoltato tanto, l’indefinibile invece un po’ più spesso.

“Barricarsi, armarsi difendersi”. Lo scrivi nel libro che accompagnava l’album nella sua prima uscita.

La propaganda mondiale ti impone questo, di armarsi, di difendersi, ogni famiglia diventa un avamposto, ogni individuo diventa unico e insostituibile. Bisogna vincere, c’è questo imperativo assoluto che oggi è l’essenza del genere umano, nel piccolo come nel grande, c’è questo delirio generale che ti impone di vincere, di affermarti.

Quando nel 2008 è uscito per la prima volta, consideravi questo disco come un punto di partenza di un percorso che si sarebbe dovuto realizzare. Come sono andate poi le cose?

No! Non si è realizzato, perché mi sono reso conto come le cose cambiano sempre. Avevo  in mente di girare per il mondo, tirando una linea su vari esempi di inermità, poi per varie vicissitudini  questa cosa non l’ho potuta fare, di conseguenza ho semplicemente cambiato rotta. Spesso la strada si traccia da sé anche perche non siamo soli.

Come ti collochi in quest’era della musica liquida?

La metà delle mie giornate le passo facendo il contadino, abito in montagna in un posto molto isolato, ho delle mani che nessun musicista si augurerebbe di avere. Sono molto lontano da queste tematiche, direi che più che liquido, mi sento molto solido.

Quanto c’è di commerciale in questa operazione di ristampa?

Mi piace l’idea che sia uscito in questa collana che mette in luce alcuni album di quel periodo, più che un uscita singola tanto per fare. Mi piace l’idea di essere considerato in quel tempo e in quel modo, di commerciale non c’è assolutamente nulla.

Per chiudere il discorso su “L’inerme e L’imbattibile”, nel libro che ha accompagnato la sua prima uscita scrivi: un uomo senza pugni è un sindacato scalzo.

Un’immagine che mi è arrivata addosso da sola, il sindacato in teoria si dovrebbe occupare  di difendere i diritti di chi diritti non ha. E mi rendo conto che un sindacato scalzo sarebbe ridicolo. Non si può pensare di difendere qualcuno senza aver le scarpe, presentandosi in maniera inerme. Io non amo i pugni, probabilmente  sarei incapace di darli, ma mi rendo conto che non è il pacifismo puro a risolvere le questioni, tra i vari atteggiamenti c’è anche quello di stringere i pugni.

Allontaniamoci da quello che è nello specifico “L’inerme è L’imbattibile”. Nella tua produzione da solista, hai rielaborato molti lavori dei Cccp, quasi niente del periodo C.s.i.

Sono state delle scelte dovute anche ai compagni di strada , lavorando con Angela Baraldi, mi sembrava che la sua voce fosse molto adatta a esprimere i Cccp e quindi abbiamo scelto brani di quel repertorio

Ci sono delle similitudini tra i testi di questo album e quelli dei Cccp?

Parliamo di due cose sostanzialmente diverse. I Cccp usavano molti slogan presi in campi diversi da quelli che ho usato io per “l’Inerme è L’Imbattibile”, non trovo assolutamente somiglianze tra le due cose. Mi piace l’idea di testi che non rivelino, che non siano descrittivi, ma che precipitino all’interno della canzone senza dare riferimenti, parliamo di brani in cui  sono condensati  piccoli drammi. Mi piace molto questo modo di presentare le parole senza localizzarle. In “Persona non grata”, per esempio, non sai in che mondo sei, può essere un quadro di Blake, come un racconto di Kafka come qualsiasi altra cosa del genere. Mi piace questa struttura nuda dell’uomo all’interno di sistemi che neanche lui sa definire.

Progetti futuri?

Un  libro a Maggio e un album a Ottobre.

Salutiamo Zamboni e la sua lucida introspezione, la sua cortesia e la suo solidità artistica. Ogni sua parola ho un grosso peso specifico, che riusciamo a quantificare solo quando guardando il telefono muto, ci rendiamo conto di quanto ancora aveva da dire e soprattutto  ha da dire. Aspettiamo con curioso interesse i suoi nuovi lavori.

“L’inerme è l’imbattibile” è il disco della svolta, il lavoro in cui Massimo Zamboni, si mette alle spalle  tutto ciò che musicalmente è  stato, per intraprendere un discorso emozionale nuovo. Dalla sua chitarra non escono più le grattugie arrembanti e inquiete che hanno contrassegnato gli  esordi dei Cccp, diventando il suo marchio di fabbrica, ma note lunghe e modulate che  configurano emozioni e sensazioni, intime e meditate.

La musica riparte idealmente sullo sfumare delle note del precedente album “Sorella Sconfitta”. È un percorso che prosegue, con altre modalità, continuando a scandagliare quei pensieri.


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