Marta Russo, studentessa di giurisprudenza uccisa il 9 maggio 1997 da un colpo d’arma da fuoco mentre camminava con un’amica in un vialetto della cittadella universitaria di Roma ‘La Sapienza’.

Ventiquattro anni dopo, quello di Marta Russo, è un caso che lascia ancora molti dubbi sulla colpevolezza dei due condannati e sui metodi investigativi usati.

Il processo ha portato alla condanna un ricercatore di filosofia del diritto, Giovanni Scattone, per omicidio colposo e un suo collega, Salvatore Ferraro, per favoreggiamento.

Quello per l’omicidio di Marta Russo è stato uno dei processi più controversi della storia giudiziaria italiana. Definito il primo processo mediatico del nostro paese, ha avuto una sentenza che ancora oggi lascia perplessi o sbigottiti gli esperti che hanno seguito l’iter in aula e studiato le carte. Tra questi il giornalista e scrittore Vittorio Pezzuto che nel 2017 ha prodotto un libro-inchiesta, ‘Marta Russo. Di sicuro c’è solo che è morta’.

Lo scrittore si è trovato ad analizzare un caso complicatissimo per la mole di materiale da analizzare che gli ha anche permesso di mettere in luce alcune pericolose storture del sistema giudiziario italiano.

Il libro smonta e analizza tutto quello che è successo dopo l’omicidio: inchiesta, processi e incongruenze.

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Crediti foto: copertina libro


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