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Ulisse e Spiderman: gli eroi hanno traumi
Ulisse e Spiderman: gli eroi hanno traumi. Al cinema l’eroe fragile e smarrito è il nuovo canone, lasciando parte del pubblico perplesso. I social si dividono fra gli entusiasmi della nuova estetica dell’eroe più “umano”, e i nostalgici dell’epoca del Signore degli Anelli che preferiscono eroi più forti e “aspirazionali”
A livello d’incassi e di hype quest’anno al cinema hanno indubbiamente trionfato “Odyssey” e “Spiderman: Brand New Day”, due titoli molto diversi fra loro, eppure con un elemento fondamentale in comune: il declinare la figura dell’eroe attraverso il trauma. Scopriamone di più
Questione di numeri
Partiamo dalle nude cifre. “Odyssey” è ormai arrivato ad un miliardo d’incassi globali, a fronte di 375 milioni di costi fra produzione e marketing. “Spiderman: Brand New Day” naviga attualmente sui 2 miliardi di dollari, a fronte di un costo di 350 milioni fra produzione e marketing. Parliamo quindi di due film che hanno fatto faville al botteghino, portando sullo schermo due eroi molto diversi fra loro, eppure accomunati dall’essere vittime di rimpianti per le loro azioni passate ed essere traumatizzati dall’effetto distruttivo dei loro poteri.
Epica e fumetti
Prima di proseguire è utile capire da quali generi letterari provengono i due eroi, e qual è il target a cui si rivolgono. “Odyssey” di Nolan riprende e rilegge pesantemente (qualcuno ha scritto addirittura “stravolge”) l’Ulisse di Omero, eroe dei due poemi epici fondatori della cultura dell’antica Grecia, ossia l’Illiade e l’Odissea. L’epica antica attraverso le gesta degli eroi narrava la fondazione di un popolo e della sua cultura, è quindi un genere pensato per essere transgenerazionale e popolare, modellando gli eroi in modo che gli ascoltatori si percepiscano legati ed ispirati ai protagonisti del canto epico. Il fumetto supereroistico invece è un genere molto più recente (1900) e ha un target per lo più adolescenziale e postadolescenziale, questo fa sì che i supereroi siano modellati in modo da riflettere le contraddizioni, le problematiche e i sogni propri dell’adolescenza/giovinezza, concentrandosi sul supereroe come individuo e non come una parte di un collettivo di cui incarna i valori.
Il reducismo di Ulisse
Premesso questo, la rilettura dell'”Odissea” di Nolan ha messo da parte l’eroe fondatore di civiltà del poema omerico, per presentarci un Ulisse sconvolto dal trauma della guerra che lo perseguita durante l’intero film. Più che l’Ulisse di Omero, Matt Damon interpreta un reduce statunitense dell’Iraq vestito in abiti finto antichi, che si trascina distrutto dal rimpianto fino a casa, passando persino per momenti simil psicoanalitici durante la sua permanenza nell’isola di Calipso. La lettura di Nolan si rivolge quindi ad un pubblico prettamente adulto, presentandogli un eroe di mezza età che deve fare i conti con le terribili azioni che ha compiuto in passato, affrontando un lungo percorso di esplorazione del trauma per giungere all’autoconsapevolezza. E’ stato oggetto di un lungo dibattito se la rilettura di Nolan sia un arricchimento del mito originario o un suo madornale travisamento, comunque la si pensi è oggettivo che l’epica in “Odyssey” scompaia a favore di una visione prettamente individuale e psicologistica dell’eroe.
Il passato che non passa di Spiderman
In “Brand New Day” Spiderman è chiamato a fare i conti con i disastri compiuti nel precedente “No way Home”, in cui a causa delle proprie scelte ha perso l’adorata zia May, il migliore amico Ned e l’amatissima fidanzata MJ. Durante il film Spiderman tenta disperatamente di rimediare agli errori passati, per poi giungere alla fine del lungometraggio all’amara conclusione che è impossibile ricomporre l’Eden distrutto, e bisogna accettare la perdita. Nonostante il target del film rimanga adolescenziale/post adolescenziale, “Brand New Day” ha un tono più maturo e cupo, mostrandoci uno Spiderman psicologicamente fragile e traumatizzato. Paradossalmente la parte più debole del progetto è il suo essere ancorato all’MCU, un mondo più complesso fatto di migrazioni, scontri fra popoli, lotte fra dèi, accordi politico/diplomatici che poco c’entrano con la vena più intimista scelta dal registra Cretton.
Cos’è un eroe senza trauma?
Sembra quindi il cinema non riesca ad immaginare (super)eroi mossi di aspirazioni positive, che dimentichino se stessi a favore del collettivo, che vogliano essere modelli di una nuova umanità e non uomini (e donne) fragili e problematici come tutti gli altri. Non che questa prospettiva sull’eroe sia nuova: è stato proprio Nolan a crearne il modello con la sua trilogia del Cavaliere Oscuro, tuttavia è solo da pochi anni che questa visione è diventata egemone. Si veda il “The Batman” di Reeves, la “Supergirl” di Gillespie o “Thunderbolts” nelle MCU, per fare qualche esempio. Opposta a questa prospettiva invece è stata l’avventura nel DCU di Zack Snyder, che ha sempre messo l’accento sul ruolo di modello per la collettività del supereroe (“Man Of Steel”, “Justice League”).
Sguardo al futuro
E’ ancora presto per sapere se il modello eroe fragile e traumatizzato diventerà lo standard per il futuro, oppure se è una moda passeggera. Guardando ai risultati al botteghino, il modello non funziona sempre: “Odyssey” e “Spiderman: Brand New Day” hanno fatto faville, mentre “Supergirl” e “Thunderbolts” sono andati in perdita. Sui social sono parecchi ad essere scontenti di questa nuova egemonia: alcuni rimpiangono i tempi in cui si poteva identificarsi con eroi forti, orgogliosi e attenti alla loro funzione “aspirazionale”, un modello di eroe presente in grandi film come “Troy” o la trilogia del Signore degli Anelli, non a caso tornati prepotentemente a girare come meme su Instagram proprio mentre al cinema trionfava “Odyssey”. Al di là delle preferenze personali, una cosa è sicura: in un mondo sempre più caotico, l’eroe dai mille traumi ci sembra molto più vicino a noi di quello capace di ricreare (o riordinare) mondi.