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Netflix fa centro con War Machine

Netflix fa centro con War Machine. Alan Ritchson si conferma una star dell’action in un film pensato per rubare abbonati a Prime, che guarda caso a breve pubblicherà la quarta stagione di “Reacher” più lo spin-off “Neagley”. La guerra fra le piattaforme per conquistare il segmento di mercato degli appassionati di action si fa sempre più calda.

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Netflix fa centro con War Machine. Alan Ritchson si conferma una star dell'action in un film pensato per rubare abbonati a Prime, che guarda caso a breve pubblicherà la quarta stagione di "Reacher" più lo spin-off "Neagley". La guerra fra le piattaforme per conquistare il segmento di mercato degli appassionati di action si fa sempre più calda.
Crediti foto alanritchson instagram

Netflix compie il colpaccio ingaggiando Alan Ritchson e caricando sulle sue spalle un film d’azione sospeso fra citazioni videoludiche e richiami alla serie “Predator” e “Terminator”. La guerra fra piattaforme per il pubblico dei film d’azione si fa sempre più serrata.

C’è della trama in questo testosterone

La trama di “War Machine” è molto semplice: un meccanico in forza ai genieri USA rimane traumatizzato dalla morte del fratello (anche lui soldato) durante una missione in Afghanistan. Il sogno del fratello morto era di entrare a far parte del corpo dei Rangers, unita d’élite dell’esercito a stelle e strisce, il fratello sopravvissuto decide quindi di dedicare la sua vita a realizzare il sogno del defunto. Durante la prova finale del durissimo addestramento per diventare Ranger, il nostro eroe si troverà suo malgrado a guidare una squadra di reclute contro un robot alieno inarrestabile che li ha attaccati. Inutile cercare una qualche profondità o coerenza nel canovaccio, la storia infatti ha un unico scopo: esaltare le doti fisiche di Alan Ritchson e cucirgli addosso un ruolo con richiami evidentissimi a quello di “Reacher”, la serie Amazon che ha consacrato il talento del nostro.

Il predator meccanizzato

L’interessante dell’operazione è l’aver affidato il ruolo di super predatore ad un robot alieno. I richiami al franchise Predator (dal primo capitolo dell’80 fino a Prey) sono talmente evidenti da risultare talvolta imbarazzanti: si parte dal fascio termico con cui il megarobot individua i bersagli, passando per le palline esplosive con cui bombarda i nemici, fino allo scontro finale che cita palesemente il recentissimo “Predator Badlands”. In tutto questo ci sono richiami altrettanto evidenti alla serie “Metal Gear Solid” del leggendario Hideo Kojima, mostrando come ormai il prodotto film e quello videoludico siano strettamente intrecciati e si richiamino costantemente a vicenda. Nonostante il film Netflix non pretenda di innovare alcunché e sia parecchio derivativo, le citazioni funzionano e lo spettacolo scorre bene fino alla fine, purché non ci si faccia troppe domande su quello che si sta guardando.

Essere un eroe

Alan Ritchson si conferma un attore dalla fisicità perfetta per i film d’azione, nonché un professionista che sa dare un minimo di credibilità a uomini duri e tormentati, anche quando la sceneggiatura non lo sostiene. Ovviamente Netflix gli facilita le cose cucendogli addosso un personaggio praticamente identico a quello di Jack Reacher: l’81 di “War Machine” infatti è un militare affetto da PTSD, con un trauma legato alla perdita violenta del fratello, che si trova a far da leader contro la sua volontà, in virtù di una forza fisica ai limite del sovraumano e un’intelligenza analitica ultrasviluppata. Ritchson quindi si trova a continuare a recitare Reacher (ha appena finito i suoi impegni sul set della celebre serie Amazon) in un contesto diverso, e lo fa in maniera ottima: ormai maneggia con disinvoltura il ruolo del maschile silenzioso, fragile e tormentato che trova nella guerra un modo per scappare ai suoi demoni. Il problema per Ritchson al momento è che, grazie al suo lavoro sul personaggio di Jack Reacher, ha creato un nuovo stereotipo di protagonista maschile di film d’azione, da cui non riesce a liberarsi.

Questioni di target

Veniamo dunque al vero centro della questione: perché Netflix ha voluto produrre “War Machine”. Per capirlo basta dare un occhio ai numeri: il film con Ritchson ha generato 39 milioni di visualizzazioni in una settimana. Non molte di meno rispetto ad un altro action fortemente voluto dalla piattaforma, ossia “The Rip” con star del calibro di Ben Affleck e Matt Damon. I due prodotti sono la risposta Netflix al predominio di Amazon nel segmento film d’azione: un mercato che si contraddistingue per essere molto vasto, molto conservatore in termini di richieste e soprattutto che è possibile accontentare con produzioni a medio costo. Una fetta di mercato in poche parole molto redditizia e standardizzata, su cui però Netflix non riesce a imporsi con produzioni proprie, dovendo ricorrere a prodotti esterni. Per l’azienda californiana questo è un problema, data l’attuale guerra per gli abbonamenti che sta coinvolgendo tutte le piattaforme di streaming: in uno scenario in cui gran parte dei consumatori possono permettersi l’abbonamento mensile ad una, massimo due piattaforme di streaming, lasciare il predominio di un pezzo di mercato così ricco agli altri significa perdere milioni di dollari. Non a caso ha scelto la star di una serie cult dell’action prodotta dalla diretta concorrente, per rimarcare che non lascerà ad Amazon il trono di piattaforma degli action senza combattere.

A noi che ce ne viene?

La domanda ovvia che ci facciamo noi consumatori a questo punto è: noi che ci guadagnamo dalla guerra commerciale fra piattaforme? Guardando al genere film d’azione in realtà poco: per sua natura il genere è molto conservatore, i prodotti che lo innovano si contano sulle dita di una mano per decennio, e quindi dal punto di vista della qualità i vantaggi per noi sono praticamente irrisori. A questo dato proprio del genere, si aggiunge il fatto che le piattaforme in perenne crisi di monetizzazione, hanno tutto l’interesse a replicare all’infinito le formule che dimostrano di funzionare in termini di pubblico, evitando come la peste innovazioni che rischiano di floppare. Anche dal punto di vista della nascita di nuove star e registi specializzati nel genere, la guerra delle piattaforme produce poco. Alan Ritchson (classe 1982) è un caso interessante appunto perché nel panorama action è una delle rare star emerse di recente, in un quadro dove i vecchi divi (Stallone, Schwarzenegger, Grillo, Reeves) sono ormai prossimi al pensionamento definitivo. Allo stesso modo il regista di “War Machine” è Patrick Hughes, per capirci colui che ha girato “I Mercenari 3” e “Come ti ammazzo il bodyguard”, non proprio un emergente insomma. Dal punto di vista del pubblico l’unico effettivo beneficio è l’aumento dell’offerta di prodotti, a patto però di accettare che tenderanno ad essere tutti uguali. Questo ci va bene? Per chi fra noi è un amante sfegatato degli action, sicuramente sì. Per tutti gli altri invece la prospettiva è quella di trovarsi decine di film in più iperpubblicizzati e fatti con lo stampino. Mettiamoci quindi il cuore in pace: per le piattaforme i film sono contenuti, e il loro successo si misura in views e abbonamenti pagati per guardarli. Tutto il resto non conta.

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