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Timothée Chalamet nella bufera
Timothée Chalamet nella bufera. Le sue dichiarazioni sprezzanti su balletto e opera fanno infuriare il web, e mettono in forse l’Oscar. Per Chalamet le arti con scarso pubblico non hanno più senso d’esistere, perché dal suo punto di vista l’arte è come qualsiasi altro campo economico: se rende ha diritto d’esistere, se non fa guadagnare la si lascia morire.
L’attore classe 1995 con le sue dichiarazioni sprezzanti nei confronti di balletto, opera e teatro molto probabilmente si è giocato non solo l’Oscar, ma l’immagine pubblica di giovane genio della sua generazione. Vediamo che succede
La predestinazione
Timothée Chalamet nasce a New York nel 1995, figlio della ballerina ed insegnante di ballo Nicole Flender e del giornalista Marc Chalamet. E’ diplomato alla Fiorello H. Laguardia High School, dove grande importanza viene data al teatro, all’opera e al balletto. Poco dopo il diploma ottiene parti in film autoriali acclamati dalla critica e dal pubblico, come “Chiamami con il tuo nome” e “Lady Bird”, per poi trovare la consacrazione commerciale a superstar con “Dune Part One” nel 2021, a soli 26 anni. Quest’anno era fra i favoriti dell’Oscar nella categoria miglior attore protagonista, per la sua straordinaria prestazione in “Marty Supreme”. Fino ad ora la sua carriera è stata un susseguirsi di successi, grazie al supporto della famiglia (lo zio è produttore cinematografico ad Hollywood), ad una meticolosa scelta dei ruoli in cui cimentarsi, l’uso attento dei social ed un innegabile talento. Tutto questo però all’improvviso crolla, a causa di una chiaccherata con la rivista Variety e alle telecamere della CNN in compagnia di Matthew McConaughey.
Il pomo della discordia
«Non voglio lavorare nel balletto o nell’opera lirica o in un’altra di queste cose in cui devi supplicare la gente di tenerti in vita anche se a nessuno importa niente, con tutto il rispetto per il balletto e l’opera, e adesso avrò perso pubblico per un totale di 14 centesimi di dollaro». Questa la dichiarazione, detta ridendo davanti alle telecamere della CNN, che ha fatto indignare il web. In realtà non è la prima volta che esprime posizioni simili a quella sopracitata, lo aveva già fatto 7 anni fa da Graham Norton sulla Bbc: «Amo il cinema, amo recitare, amo andare al cinema, e quand’ero più giovane avevo un po’ paura che stesse diventando una forma d’arte superata, come l’opera lirica», l’unica differenza è che al tempo non era un divo hollywoodiano. La questione però per Chalamet è sempre la stessa: per lui teatro, opera e balletto sono arti che hanno fatto il loro tempo e non interessano più nessuno, continuando a tirare avanti grazie a sovvenzioni pubbliche.
La paura dell’irrilevanza
Il centro della questione però non sono le parole di Chalamet, ma il contesto e le motivazioni con cui le pronuncia. Per il protagonista di “Marty Supreme” la preoccupazione principale è che anche il cinema finisca fra le arti con scarso pubblico, e quindi di aver sbagliato settore in cui far carriera. Qui Chalamet si dimostra figlio in tutto e per tutto della sua generazione: per lui il cinema non è in sé un’arte o una vocazione, ma un modo come un altro per ottenere fama e denaro. Questo è il vero centro della questione: l’attore non si concepisce come un artista, ma come un professionista in un settore dove i guadagni per ora sono alti, ma nel prossimo futuro potrebbero non esserlo, a causa dall’AI, dello streaming e della crisi della sale cinematografiche. Del resto Chalamet non ha contestato il valore artistico di balletto, opera e teatro, perché dal suo punto di vista questo valore è irrilevante: ciò che conta è che non portano fama e ricchezza, quindi non ha senso né seguirli né sceglierli come carriera.
L’attore è un artista?
L’indignazione generale per le parole di Chalamet, incentrata nel ribadire il valore artistico e culturale di opera e balletto, non comprende il perché l’attore ha detto ciò che ha detto: per lui le arti non hanno una funzione di elevazione del genere umano, di accrescimento della persona e simili, ma sono campi economici come tutti gli altri, dove ciò che conta è solo il guadagno. In questa prospettiva quindi l’attore non è un artista, ma un libero professionista, che sceglie i progetti in base alla loro redittività e non ad un presunto valore “culturale”. Chalamet non è l’unico attore della sua generazione a pensarla così: Sydney Sweeny (classe 1997) ha un’idea simile del proprio mestiere ad esempio. Non a caso entrambi gli attori sono parecchio attivi sui social, e affiancano la loro febbrile attività sullo schermo ad un altrettanto instancabile attività nel campo della sponsorizzazione di brand. Questo fa di loro dei pessimi attori? Assolutamente no: semplicemente fa di loro dei solidi professionisti e non degli artisti.
La questione Oscar
Secondo l’opinione dei ben informati sulle dinamiche dell’assegnazione degli Oscar, con le sue dichiarazioni Chalamet si è giocato la statuetta per “miglior attore protagonista”, oltre che l’offuscamento dell’immagine di enfant prodige della sua generazione. Il paradosso è che Chalamet non ha mai nascosto le sue idee sul lavoro dell’attore, sulla sua idea di ricchezza e fama, sulla poca considerazione che ha per le arti nobili con scarso pubblico. Le ha ribadite più volte sin dall’inizio della propria carriera, senza mai venir contestato per questo. La differenze rispetto al recente passato sono 3: ora è una star, si gioca l’Oscar e le sue dichiarazioni le ha fatte davanti ad una telecamera, cosa che ha permesso all’intervistatore di editarle e metterle sui social, dove l’attore è molto famoso. Ovviamente l’Accademy non può rimanere indifferente alla diatriba, perché si concepisce come l’autorità demandata a premiare i migliori esponenti della settima arte, e non come una fiera di settore chiamata a riconoscere i più importanti professionisti del proprio campo.
Perdere la faccia
Per quanto riguarda l’offuscamento della fama, la questione è più complessa: per molti followers della sua generazione, Chalamet non ha detto nulla di stupido, controverso o scandaloso, ha semplicemente ribadito l’ovvio. Il pubblico urtato dalle dichiarazione dell’attore è quello dei cinefili e di coloro che vedono negli attori hollywoodiani dei guru della civiltà occidentale, categorie che già prima non amavano particolarmente Chalamet per la sua ricerca di fama e successo, ed ora hanno un buon motivo per odiarlo. Dal punto di vista del consenso del pubblico quindi Chalamet non teme ripercussioni. Per quanto riguarda la sua posizione all’interno del mondo di Hollywood, non ci dovrebbero essere grandi conseguenze: gran parte degli attori della nuova generazione hanno le sue stesse idee, e vengono chiamati nei film per portare in sala un pubblico di coetanei che la pensa nel medesimo modo. Perché in definitiva è questo il centro della questione: gli attori, poco importa se si pensano artisti o mestieranti, vengono scelti per colpire un determinato target da portare in sala. Cioè vengono selezionati con gli stessi criteri degli influencer. Questo Chalamet lo ha perfettamente compreso, e si comporta di conseguenza, mentre l’Accademy finge ( o deve fingere) di non sapere come funziona il sistema.