Proseguono le rivolte dei contadini in India. Dopo che l’autunno scorso il governo di Narendra Modi ha varato le nuove leggi sull’agricoltura, che favoriscono le multinazionali a discapito dei piccoli coltivatori, i contadini, che in India rappresentano il 70% della popolazione totale sono scesi in strada in tutte le principali città, per chiedere la revoca delle misure.

A novembre scorso, 22 sindacati agrari hanno indetto un blocco stradale nazionale contro le nuove misure approvate dal governo, che prevedono l’abolizione dei mercati ‘mandi’, zone gestite dai governi locali in cui i produttori agricoli possono vendere i propri prodotti accordandosi direttamente con i governi per l’eventuale pagamento di tasse e dazi.  I governi locali gestivano anche l’immagazzinamento della merce, e il sistema premiava gli stati più produttivi: il Punjab e l’Haryana, che da soli producono l’85% dei cereali indiani.

Le nuove leggi invece, incentivano la gestione privata del settore agricolo. I contadini allora temono che si creino grandi monopoli disinteressati alle condizioni degli agricoltori, che fino ad ora lo Stato aveva pagato in anticipo e con sicurezza; a poco è valsa la precisazione che esisterà un pagamento minimo. Dopo settimane di proteste, a inizio dicembre è stata organizzata una grande marcia su Delhi, dopo che i dialoghi tra governo e opposizione hanno portato a un nulla di fatto.

Ancora adesso molti agricoltori sono accampati con i propri trattori ai bordi della metropoli, e il Samyut Kisan Morcha, il fronte unito dei sindacati dei contadini, ha organizzato per il  18 febbraio un blocco dei treni di quattro ore in tutto il paese.

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ultimo aggiornamento: 11-02-2021


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