Domenica 2 gennaio 2022.

La prima domenica di un nuovo anno. Non ho ancora fatto un bilancio del 2021, non “ad alta voce”. Il periodo è difficile, per tutti. Oggi poi è domenica, ed è il tipico giorno in cui i bilanci (solo esistenziali!) quasi si scrivono da soli.

“Indie-gesta” è una rubrica di musica, cinema, teatro, attualità, sport, che tratta tutti gli argomenti seguendo il fil rouge del “parliamo di ciò che ci fa stare bene”. E la Musica è sicuramente una delle cose che ci “salva”. E’ stato chiaro a tutti, soprattutto in questi anni. Eppure, l’Arte è la prima ad essere spesso sacrificata, a discapito di salute mentale, cultura e costruzione di una civiltà che sia più “illuminata” e rispettosa. Il bilancio è difficile da fare, e per ora applico un’ “epochè scettica”, ovvero sospendo il giudizio, ancora per un po’. 

Tornando a quello che “ci fa stare bene” e addirittura ci salva, non possiamo però non essere almeno felici che nel 2021 siano stati organizzati tanti concerti (non senza un inferno di difficoltà, per organizzatori, teatri, locali ed artisti…). Sempre nel 2021 è nata ufficialmente “Indie-gesta Talks Jazz”, l’approfondimento jazz della rubrica “di chi va controcorrente” (per un po’ iniziava così ogni articolo di IndieGesta). Ed è sicuro che chi fa jazz va controcorrente!  Le storie stesse che abbiamo raccontato, attraverso le interviste, i video d’archivio, la riscoperta di album-gemme della storia del jazz, “parlano”.

Sì, perché IndieGesta Parla Jazz ma è la vita stessa dei jazzisti che abbiamo incontrato a parlare.

“Se sei nel mondo del jazz e più di dieci persone vanno pazze per la tua musica, allora sei commerciale.”, disse un giorno Wiet Van Broeckhoven, star e presentatore della radio belga. E ancora,

“La boxe è un po’ come il jazz. Meglio è, meno gente l’apprezza” aggiunse il texano afroamericano George “Big George” Foreman, 76 volte campione di pesi massimi tra il ’67 e il ’97.

Ed è molto indicativo delle crisi esistenziali, economiche e identitarie che hanno attraversato quasi tutti i musicisti battezzati col sacro fuoco del jazz. “Va di moda”, si sente spesso dire.

“In generale, il jazz è sempre stato simile al tipo d’uomo col quale non vorresti che tua figlia uscisse.”, amava scherzare Duke Ellington.

Uno dei jazzisti “più sereni” che ci fossero, globalmente acclamato. Le sue ultime parole furono: ’Music is how I live, why I live and how I will be remembered’”, La musica è il mio modo di vivere, la mia ragione e quello per cui sarò ricordato. 

«Non, “Duke” n’est pas un prenom, c’est bien un titre: Duke Ellington a su être pour le jazz ce que Diaghileff fut pour le ballet russe.»

«No, “Duke” non è un nome, bensì un titolo: Duke Ellington ha saputo essere per il jazz ciò che Diaghileff fu per il balletto russo.» scrive André Coeuroy, ne l’ “Histoire générale du jazz”.

Duke, nato a Washington D.C., figlio di un maggiordomo della Casa Bianca che gli ha trasmesso dai primi anni eleganza e savoir faire, e futuro leader della/e big band più famosa/e del mondo, inizia così le sue prime performance negli anni ’20:

“Lo Small’s [Smalls Paradise, un club di Harlem aperto nel ’25 e gestito da Ed Small] era il posto dove andare, l’unico posto dove tutti venivano. E anche molti musicisti del centro. Jack Teagarden era solito portare con sé il suo corno, e Benny e Harry Goodman, Ray Bauduc e una banda di altri. Poi, domenica, Small assumeva una band ospite, il meglio che poteva ottenere, e ci sarebbe stato un regolare jamboree. Anche le matinée di domenica erano qualcosa. Elmer Snowdon ha assunto per un po ‘, e tutti i tipi di musicisti hanno lavorato a quel lavoro, Johnny Hodges, i ragazzi della band di Chick e molti altri. C’era sempre un sacco di whisky in quei posti, e la musica saltava e tutto il resto. ” (dalla sua Autobiografia). Insieme allo Showmans Jazz Club, -uno dei primi jazz club di Harlem,- era il preferito di Duke, dal 1942. Ricordiamo anche il “suo” celeberrimo “Cotton Club” in cui ha debuttato nel 1927 e per anni si è esibito con la sua big band. Erano gli anni della cosiddetta “Harlem Renaissance”, la rinascita di Harlem. Qui sotto il video (riapriremo il discorso in uno dei prossimi articoli approfondendo il fatto che come si vede dal video “audience is whites only“, una platea di soli bianchi).

“Non ho mai sentito di un musicista jazz che è andato in pensione. Ami ciò che fai, quindi se vai in pensione, cosa fai, suoni per i muri?”, ironizzava Nathaniel Adderley,

altro grande leader di big band (e fratello di Cannonball), di cui abbiamo parlato nell’intervista a Rob Bargad, che ha suonato a lungo con lui. Le citazioni sul jazz e la vita, o sulla “vita jazz”, sono infinite. Jazz e Vita inscindibili.

Ma altre due le riassumono benissimo:

“Se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai.” Louis Armstrong e “La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa.”, George Gershwin.

Il jazz è così, ingovernabile, sorprendente, e segue il flow, proprio come la vita. Abbiamo salutato il 2021 con un’intervista esclusiva ed incredibile alla leggenda del piano jazz, il newyorkese George Cables. E come tutti i nostri incontri con grandi artisti e soprattutto esseri umani, non è stata una conversazione “ordinaria”. La parola chiave che può meglio contenere tutto quello che ci ha confidato questo grande musicista, che ha da poco compiuto 77 anni, è futuro, e aggiungo che chi ama quello che fa, per citare di nuovo Nat Adderley, non smetterebbe mai di farlo. George è impegnato in questi mesi nel suo tour europeo con un quartetto stellare, Piero Odorici al sax, Darryl Hall al contrabbasso e Jerome Jennings alla batteria.

Proprio in questi giorni stanno suonando nei suggestivi teatri dell’Umbria Jazz Winter ad Orvieto ma il 14 gennaio sarà di nuovo in concerto allo Smalls di New York, e poi allo Smoke a Broadway, due dei più cool di New York.

QUI SOTTO IL VIDEO DELL’ INTERVISTA CON RARE IMMAGINI E AUDIO DI ARCHIVIO:

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