Un album difficile che si può apprezzare a diversi strati. Ecco perché Caparezza fa sempre centro.

EXUVIA | LA RECENSIONE

Al principio era la reclusione. Poi la fuga, di notte, in una foresta, lontano da tutti, anche dal proprio io. Una fuga in musica dunque, anche se lontana dalle logiche di Bach, quella raccontata in “Exuvia“, l’ottavo album in studio di Caparezza pubblicato lo scorso 7 maggio per Polydor records.

Il titolo è già esemplificativo: l’exuvia, in biologia, è il resto di un esoscheletro dopo la muta di un artropode: tutto il progetto è un rito sciamanico di passaggio pregno di riferimenti cinematografici, letterali e alla cultura pop in toto: una corsa all’impazzata dopo l’evasione di “Prisoner 709 formata da diciannove tracce, tra cui cinque skit.

Seppur chiaramente la componente testuale ricopra, come sempre, un ruolo di primo piano, ciò che colpisce maggiormente è l’approccio sul versante musicale. Non solo per ciò che concerne la produzione, curata esclusivamente dall’artista stesso, ma per via di alcune scelte melodiche che, in più di un caso, si incastrano perfettamente nei cambi continui di flow arricchendo in modo significativo la varietà e dunque alla qualità stessa dei brani.

I primi sei episodi sono un vero e proprio capolavoro: si parte da un incubo, “Canthology“: un’introduzione tetra e per palati fini, dove il Nostro compie una continua autocitazione in ordine cronologico, come se fosse ossessionato e allo stesso tempo sopraffatto dalle proprie creazioni. Il ritornello, molto efficace e in lingua inglese, è affidato a Matthew Marcantonio. L’inizio della corsa viene segnato, non a caso, da “Fugadà“, passaggio sincopatissimo dove il rapper cerca di sfuggire dal suo personaggio, dalle pressioni esterne e dall’incomunicabilità. Il vagare a vuoto non sembra però eterno e subisce una mutazione, palesata in “El sendero“, dove la voce di Mishel Domenssain indica una nuova via da percorrere, alla quale l’artista incrocia quella dei suoi familiari, sottolineandole le differenze.

Ma non ci può essere una rinascita senza un percorso psicoterapeutico, non per nulla accentuato in “Campione dei novanta“, uno dei passaggi più riusciti del lotto, racconto della fenice Caparezza risorta dalle ceneri di Miki Mix, pseudonimo da lui utilizzato fino al 1998 con cui ha partecipato anche a un Festival di Sanremo. Un pezzo in cui funziona davvero tutto, dall’uso del brass delle battute iniziali all’inciso potente, di matrice radiofonica, che esplode in una variazione a tinte reggae nel secondo ritornello, inondando di puro divertimento l’ascoltatore.

Una leggerissima battuta d’arresto arriva in “Contronatura“, pezzo comunque molto audace che tratta di un argomento non banale, il paradosso della natura, interpretato con una timbrica straniante, molto diversa rispetto a quella a cui il musicista ci ha abituato nel tempo; il passaggio precede la magistrale “Eterno paradosso, dove il Nostro affronta invece proprio il paradosso in prima persona con un sound orecchiabilissimo e con un assolo di chitarra elettrica che sfuma un bridge corale meccanico, ipnotico, bellissimo.

Segue quindi un altro momento di riflessione, quasi uno spartiacque dell’intero lavoro: la radiofonica “La scelta“, dove Caparezza contrappone la propria vita a quella di Beethoven, votata dunque alla musica al 100%, e a quella di Marc Hollis dei Talk Talk, più incline agli effetti privati: una canzone a dir poco clamorosa, profondissima e incredibilmente catchy, tanto da rimanere ancora oggi a distanza di più di un mese in testa alle classifiche airplay. In direzione ostinata e contraria, sempre più in dubbio su quale strada intraprendere si consuma la più minimale “Azzera pace, pagina che precede “Eyes Wide Shout“, l’uso delle maschere per cercare di eludere la realtà, il momento musicalmente più aggressivo dell’intero progetto che però ha una presa molto minore rispetto alle aspettative ma che potrebbe trovare reale compimento nella dimensione live.

Se a questo punto il disco sembra vivere un piccolo momento calante che per certi versi continua con “Come Pripyat” – il totale annegamento che porta ai cambiamenti più grandi – e ne “Il mondo dopo Louis Carrol” – presa di consapevolezza netta sul fatto che no, nulla può essere come prima – la qualità viene ripresa in modo vertiginoso nelle battute finali, prima con la sperimentale con frammenti di cassa dritta “Zeit“, dialogo tra il cantante e il tempo, poi con la struggente “La certa, dove tra scheggie di pianoforte è la morte, l’unica cosa certa, a prendersi la scena, conducendo l’ascoltatore nella conclusiva title track, il momento della mutazione, del cambiamento, dunque l’inizio di una nuova fase.

Un album quindi di ampissimo respiro, a cui ci si può approcciare a diversi livelli e si può apprezzare sia in modo più superficiale che andando a scavare sempre più a fondo nella poetica di Caparezza, esattamente come succedeva seppur con atmosfere e contenuti diversi con i dischi del Maestro Franco Battiato, scomparso poche settimane fa. Passaggi più deboli? Pochi. Passaggi evitabili? Nessuno. Un cambio di passo, l’ennesimo, di estremo fascino. Inattacabile.

VOTO: 8+/10

AGGETTIVO: PROFONDO

TRACKLIST:

1. Canthology (feat. Matthew Marcantonio)
2. Fugadà
3. Una voce (skit)
4- El sendero (feat. Mishel Domenssain)
5.Campione dei novanta
6. La matrigna (skit)
7. Contronatura
8. Eterno paradosso
9. Marco e Ludo
10. La scelta
11. Azzera pace
12. Eyes Wide Shut
13. Ghost Memo (skit)
14. Come Pripyat
15. Il mondo dopo Lewis Carroll
16. Pi Esse (skit)
17. Zeit!
18. La certa
19. Exuvia

ARTISTA: CAPAREZZA

ALBUM: EXUVIA

ANNO: 2021

ETICHETTA: POLYDOR

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