Due settimane fa abbiamo parlato del meraviglioso exploit della musica jazz londinese, fattore che ha spinto il genere fuori dalla sua comfort zone, abbracciando altre sfere musicali come l’hip-hop, il soul, l’R&B, l’elettronica e la psichedelia.

Anche l’ambito quasi sacro della vocalità femminile a livello globale ha compiuto dei significativi passi in avanti, mantenendo viva la tradizione contaminandola però con dei particolari nuovi e accattivanti. Ripartendo proprio dalla Gran Bretagna esempio lampante di quanto detto è Poppy Ajudha, artista del sud est di Londra: la sua tessitura garbata e soffice tra jazz e soul si muove tra tappeti e sorgenti elettroniche, schiacciando l’occhio alla più nota statunitense Solange. L’artista, in soli pochi mesi, è stata captata dai radar di tutti gli appassionati del settore, tanto da essere invitata nel celebre format Colors:

L’interessante combinazione tra elettronica e jazz classico viene sottolineata anche da Laura Misch, classe 1993 che con il suo EP autoprodotto “Lonely City“, ha catturato l’attenzione degli ascoltatori alternando lo strumento del sassofono con la voce, fornendosi di drum machine ed effetti irresistibili.

Oltreoceano invece, nonostante siano tante le personalità creative ed eccentriche, si tende a conservare un impostazione jazzistica più classica, ponendo proprio sulla voce il focus dell’attenzione. In questo senso, tra tutte, è davvero difficile non fare riferimento a Cécile McLorin Salvant, franco-haitiana stanziata a Miami. La cantante, con due album in archivio uno più bello dell’altro, abbraccia la modernità sposando un tipo di canto eclettico, lunatico, a volte ancestrale, rendendo l’esperienza d’ascolto unica.

 

Dall’ancestralità di Cecile passiamo adesso alla spiritualità di Lizz Wright, trentanovenne di Hahira, Georgia. La sua produzione negli ultimi quindici anni si è mossa tra il blues, il jazz e il gospel. L’ultima fatica discografica, “Grace“, pubblicata nel 2018, è un commovente omaggio alle sue radici del sud che trova la sua massima espressione con “Stars Feel On Alabama” che vanta la collaborazione del chitarrista Mac Ribot.

Si può essere rock facendo jazz? Assolutamente sì, citofonare Veronika Harcsa. La cantante ungherese, famosissima nel suo paese, è forse la dimostrazione più grande di quello che si può fare ponendo l’accento due strumenti principali, la voce e la chitarra. Un po’ come accade con il celebre duo italiano “Musica Nuda” formato da Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Veronika insieme a Bàlint Gyemànt hanno stregato gli appassionati con dei lavori voce-chitarra, pescando i migliori esempi del songwriting degli anni 60-70 miscelando davvero di tutto, dall’elettronica a riminiscenze classiche passando per una disparata quantità di generi, pop incluso, servendosi anche dell’ausilio di musicisti eccezionali.

Il Jazz è uscito dagli schemi, ed è vivo più che mai. Le voci femminili di oggi, assimilando gli stilemi tipici delle grandi dive di un tempo come Etta James e Billy Holiday, solo per citarne due, sono riuscite tramite il melting pot musicale a trovare un proprio suono, punto di arrivo per tutti gli artisti. Che meraviglia.

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Cécile McLorin Salvant Jazz Laura Misch Poppy Ajudha Veronika Harcsa

ultimo aggiornamento: 20-10-2019


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