di Arianna Caracciolo

Nella vibrante Londra Est, l’alfiere del rap italiano, Frankie hi-nrg mc, accompagnato dal suo dj ufficiale, DJ Pandaj registra il pieno al live show, nello storico pub The Mecbeth Hoxton. Il giorno seguente lo seguiamo all’Italian bookshop di Londra per la promozione del suo primo libro.

Un concerto esclusivo e tanto atteso, in un clima dove, i pochi italiani ancora rimasti a Londra dopo la Brexit, non vedono l’ora di scatenarsi sulle rime colte di colui che ha interpretato un cambiamento epocale per la musica italiana. Immediatamente qualcosa ci accomuna, perché è proprio nella Londra dell’85-86 che parte casualmente la sua prima avventura ed esperienza da solo, estremamente formativa anche dal punto di vista musicale. Lo racconta nella sua prima autobiografia “Faccio la mia cosa” edito da Mondadori per la collana Strade Blu, dove presenta due storie in simultanea, la sua storia personale e il racconto di come la cultura hip-hop si stava diffondendo contemporaneamente in America. Riconduciamo a Londra il punto focale di innesto della passione, in Francesco di Gesù, per la scena dell’hip-hop ma anche a livello formativo e di crescita personale.

Sono tanti i passaggi che mi legano a Londra. La mia prima esperienza in assoluto da solo all’estero. Avevo 14 anni, 15 li ho compiuti lì, è stato un momento importante Londra, cruciale, lo racconto nel libro “Faccio la mia cosa”.  Un’esperienza nata quasi per caso, a parte delle lezioni d’inglese che avevo preso da bambino quando andavo alle elementari, mi sono formato in maniera abbastanza autonoma e autodidatta, usando soprattutto i computer, dei video giochi che si chiamavano avventure testuali, dove dovevi intervenire testualmente, e mi sono formato un vocabolario inglese personale. Per caso, una sera ero a cena insieme al mio papà e un suo collega, uno scozzese che lavora a Londra, e scopriamo che sapevo parlare inglese e tenere una conversazione semplice su argomenti specifici, come l’informatica e quindi ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di lavoro di un mese, nella ditta d’importazione di materiale elettronico dell’amico di mio papà, dove venivano importati i monitor prodotti dall’azienda di mio padre. Quindi per un mese ho fatto la mia prima esperienza di vero lavoro retribuito, su turni dal lunedì al venerdì, ero in ufficio o in magazzino, a imparare ad usare i computer e i carrelli elevatori. Nei weekend avevo il tempo libero per poter girare la città, andare nei musei che sceglievo. E’ stata un’esperienza straordinariamente formativa per me perché potersi trovare libero, a quell’età, in una città come la Londra dell’84-85, è stato straordinario. Musicalmente con tutto quello che comporta. A Londra ho visto i primi breakers dal vero, ballare la break dance di fronte a me, e fu così che comprai alcuni dischi che poi per me sono diventati molto importanti, come andare al Virgin megastore di Tottenham Court Road, uno spazio pazzesco. Non ultimo il fatto che una delle prime riviste hip-hop alla quale mi ero abbonato, era inglese e si intitolava Hip-hop Connection, eccezionale pubblicazione, prima che gli americani facessero The Surce, Vibes, Complex e tutte quelle belle riviste che sono abituato a leggere.

Su questo binario fatto di cronaca storica puntuale, raccontata attraverso aneddoti piacevoli, divertenti e scorrevoli, avviene lo sviluppo di queste due storie così distanti, che si confrontano fino a fondersi pienamente, senza dimenticare che internet non esisteva ancora.

Esatto. Nel libro racconto due storie in parallelo, racconto la mia storia personale, coinvolgendo quindi la mia famiglia, le mie amicizie, il mio percorso alle elementari e la musica che io via via, nel corso della vita ho ascoltato. Mentre facevo questo, ascoltavo quello. Contemporaneamente racconto anche come, dall’altra parte dell’oceano, in America, nasceva e si sviluppava una cultura, l’hip-hop e come io e questa cultura, pur essendo nati e cresciuti in posti così distanti, a un certo punto ci siamo incontrati. In sintesi, affronto la mia storia e quella dell’hip-hop per aneddoti e riferimenti storici. Cosa stava succedendo in quell’epoca e che cosa è capitato nello specifico del panorama hip-hop. Come era il Bronx nel ‘75 e aneddoti come la vera storia di un 13 anni che inventa lo scratch, durante una festicciola in casa, mentre veniva sgridato dalla mamma. Quando stavo per raggiungere il campo scout, dall’altra parte del mondo i Run DMC prendevano la prima batteria elettronica. Naturalmente spiego anche che cos’è la batteria elettronica, chi sono i Run DMC e perché sono importanti. Senza voler essere un saggio, dando quella manciata di aneddoti che si può utilizzare per approfondire, come se scoprissi una cosa buffa o interessante magari vai su google e la trovi.

Un viaggio nel tempo, realizzato su un libro cartaceo ma multimediale, reso ancora più speciale dalla presenza di QR code che rimandano alla musica a cui ti riferisci.

Parlando di musica, l’ho riempito di musica. Per poter rendere ancora più scorrevole e piacevole la lettura di questo libro, ho inserito tutta quella musica che ritengo importante aver ascoltato, sotto forma appunto di QR code, che inquadri con il cellulare per sentire e vedere il video della musica di cui parlo, mentre vai avanti a leggere. I link musicali sono connessi ai fatti che cito e ineriscono a quel momento, a parte credo un paio di eccezioni, cerco il più possibile di mantenere la cronologia. L’elemento realmente comune a tutte le storie è la cronologia, con quanto simultaneamente siano accadute per capire eventuali questioni.

Il titolo del tuo primo libro autobiografico, “Faccio la mia cosa“ è anche il titolo del tuo singolo, estratto dall’album Verba Manent. Parlami di questa scelta.

Quando io ho scritto “Faccio la mia cosa” la canzone, era un prendere le distanze. O meglio, visto che c’era tanta gente che prendeva le distanze da me o che comunque ci teneva a distinguersi da me, perché si considerava depositario della cultura hip-hop. Vedevano in me come qualcuno che in qualche maniera la stava sfruttando anche perché, come racconto nel libro, non ho avuto particolari contatti con la scena hip-hop fino alla fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, quindi legittimamente le persone che si conoscevano e si frequentavano da anni dicevano “Ma questo da dove salta fuori, che con una canzone fa subito successo, non l’ho mai visto”, giustamente. Dall’altro lato ci sono io, che so perché nessuno mi conoscesse e so la buona fede che ho usato e uso per fare le mie cose e quindi ho scritto, “Faccio la mia cosa” e spiego esattamente quello che sta succedendo:

NELLA CASA LA SITUAZIONE E’ TESA, CONFUSA, LA SCENA E’ DIVISA, E’ ESPLOSA LA MODA, LA MASSA SI ACCOSTA ALL’HIP HOP DI POSSE DA OGGI SON PIENE LE FOSSE

E vado avanti a raccontare quello che mi stava succedendo. E che l’essermi appropriato di questa cultura non è stato soltanto per questioni di successo, raggiungere un successo immediatamente con la scusa del rap, no non è questo, e lo spiego in questa canzone.

Ci parli dei tuoi progetti futuri?

Sono a metà del mio primo romanzo e devo dire che è un’esperienza molto gratificante, istruttiva, che mi sta facendo conoscere nuove persone interessanti, esattamente come quando ho scritto “Faccio la mia cosa”, una bella fetta del lavoro è documentarsi e mi sono chiaramente documentato anche su aspetti dell’hip-hop che non conoscevo, dei passaggi chiave della storia dell’hip-hop di cui esistevano edizioni contrastanti e ho faticato per trovare quella genuina. In questo lavoro di esplorazione ho imparato cose nuove ma anche nel raccontare la mia di vita, ho ripreso contatti con amici che non sentivo da 40 anni per chiedere loro se i miei ricordi fossero coerenti, e loro mi hanno ricordato alcuni aneddoti di cui mi ero scordato, quindi un lavoro di squadra. Gratificante nel senso umano del termine e con questo romanzo esploro degli ambiti di cui non sono perfettamente padrone per cui mi sto documentando, con degli specialisti e stanno venendo fuori delle belle cose, un percorso molto divertente.

Frankie hi-nrg mc non è solo un rapper, autore, compositore e produttore ma ha anche maturato ottime esperienze come fotografo, attore e video maker. In quale espressione artistica o progetto para-musicale ti identifichi meglio?

Sono in una fase nella quale, indubbiamente mi piace cantare, mi piace scrivere canzoni, mettere musica, però mi sono accorto che mi piace raccontare e ci sono un sacco di persone che hanno voglia di sentirsi raccontare le cose e siccome mi dicono che sono capace a raccontarle, mi piace farlo. Infatti un altro progetto che sto realizzando dal libro, è presentare un reading teatrale, dove chiaramente c’è una selezione ristretta dell’autobiografia, è uno spettacolo di 1 ora e mezza. Il libro è un’opera ciclopica di 240 pagine, dal quale ripercorro alcune parti salienti, cantando anche due o tre canzoni e usando una consolle video per far sentir la musica. Quelli che sono i QR code nel libro diventano video proiettati su un maxi schermo. L’ultima volta che l’ho fatto è stato a Cagliari, al Ghetto, un successone clamoroso, gente che si diverte e spero di poter tornare presto a Londra a farlo, perché è davvero divertente, è leggero, c’è un sacco di musica, per chi ha vissuto le epoche alle quali mi riferisco, è anche un po’ un viaggio nel tempo e nella memoria.

Prima di concludere l’intervista a colui che è definito il rapper seminale, padre del movimento hip hop e rap italiano che nel corso degli anni ha mantenuto un’autenticità di stile, di rime e di ideali come pochi, dando voce alle speranze, ai tormenti, alle battaglie sociali e personali di intere generazioni, come la sua dedica personale con cui decide di chiudere il libro (“A chi mi ha donato il proprio tempo”), lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato e lo aspettiamo numerosi nella Londra extra-europea.

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Foto: LaPresse


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