C’è chi per “canzone” intende un prodotto, vendibile su scaffali (ormai solo virtuali) e chi una ragione di vita, l’essenza, l’urgenza. La cartesiana indubitabilità delle note quali primaria forma di comunicazione. Per molti fortunatamente la musica non è un gioco, è tutto. “Come la filosofia, andrebbe insegnata nelle scuole fin dall’infanzia, è la vera lente per leggere la vita e cambiare un paese”.

Andrea Rodini è cantante, compositore, arrangiatore, manager e docente di Songwriting al CPM Institute di Milano. Nei primi anni 2000 ha fondato assieme a Ivo Maghini la band TEKA P con cui ha vinto numerosi premi. Vocal coach nei talent show di maggiore successo, con Morgan nelle prime edizioni di X-Factor. E’ stato vocalist al fianco dei più importanti artisti italiani, tra cui Massimo Ranieri, Elisa e Biagio Antonacci. Ha scoperto e collaborato con quelli che sono ora grandi nomi della musica italiana come Renzo Rubino, Mahmood, Noemi.

E proprio con lei si trova in questi giorni al Festival di Sanremo, come direttore d’orchestra per il brano “Glicine”, scritto da Dario Faini (Dardust), Ginevra Lubrano, Francesco Fugazza e il collettivo di autori “Tattroli”. Questo è il quarto Sanremo di Andrea Rodini, dopo quello del 2013 e 2014 con Renzo Rubino (prima tra le nuove proposte e poi tra i big), e nel 2016 come manager di Miele e MahmoodHo conosciuto Andrea quando ero partecipante ad Area Sanremo nell’ottobre 2019 e fin da subito si è mostrato un coach a dir poco illuminato. Ora mi emoziona pensare che poco più di un anno dopo lo intervisto, nella stessa città e che il risultato non è una semplice chiacchierata su Sanremo ma dei percorsi di vita prima di Sanremo.

Domanda: Andrea, domanda di rito: siamo alla giornata conclusiva del Festival, come stai e come sta andando?

Risp: Proprio ora sto guardando il mare, quindi bene, per me che ho scelto di vivere immerso nella natura è fondamentale. Sono soddisfatto del percorso fatto fin qui con Noemi, Dardust e tutta la squadra. Rimane l’amaro in bocca per il duetto di Noemi e Neffa di due sere fa che ha avuto problemi tecnici di cui noi abbiamo saputo solo dopo l’esibizione, tramite i tweet e i feedback degli spettatori a casa. In cuffia era tutto perfetto, l’orchestra anche, e Noemi e Neffa si sentivano bene negli ear ma ora sappiamo che c’è stato un problema tecnico di delay di cui loro due non hanno assolutamente colpa. E’ un peccato perché il duetto era veramente forte, non lo dico perché l’ho diretto io ma perché Noemi e Neffa sono due artisti pazzeschi e il pezzo di Neffa, “Prima di andare via” era perfetto per loro, mi dispiace che il pubblico pensasse fosse una mancanza degli artisti. Ho avuto la possibilità di conoscere Neffa in questi giorni ed è un grande musicista e una persona molto sensibile, tra l’altro è in uscita con un disco bellissimo.

Fonte: Gazzetta di Siena

 

D: Sappiamo che durante Sanremo si crea un’ “arena” mediatica di consensi, haters e critici, 24 ore su 24 per l’intera settimana del Festival…

R: Certo, il pop è anche quello, anche se nella Musica la gogna popolare non dovrebbe mai esserci. Infatti distinguo sempre la musica dall’industria della musica. Nell’industria della musica, la musica è uno degli elementi, poi c’è tutto il contorno. E’ fondamentale invece trasmettere il messaggio di quanto la musica sia importante per chi non solo “la fa” ma soprattutto la ama, al di fuori delle dinamiche di marketing, o degli outfit o altri elementi che sono estranei all’essenza musicale.

D: Comunque nonostante il problema tecnico di delay si è sentito un sound e un groove potentissimo nel duetto di ieri sera.

R: Ci hanno chiesto di fare un omaggio alla Motown (genere che prende il nome dall’omonima etichetta discografica, Motown Records fondata nel 1959 dal giovane musicista afroamericano Berry Gordy e label delle hit di Stevie Wonder, Marvin Gaye, Diana Ross, The Supremes, Lionel Richie, Jacksons 5 e molti altri, ndA) e io ho pensato ad uno dei pezzi più significativi, “Superstition” (scritto e interpretato da Stevie Wonder nel 1972 e considerato da “Rolling Stone” alla 74esima posizione nella lista delle 500 migliori canzoni della storia, ndA); a Carmelo Patti l’idea di tirare fuori una parte dell’arrangiamento utilizzandola per quella del duetto è piaciuta, così ne ha fatto l’orchestrazione, e ha un tiro davvero pazzesco.

D: Cosa ci dici di “Glicine”, il pezzo portato da Noemi al Festival e di cui tu dirigi l’orchestra?

R.: La produzione è di Dardust (Dario Faini, uno dei più prolifici compositori e produttori italiani, in quest’edizione 2021 in gara anche con i brani cantati da Irama, Madame, La Rappresentante di Lista e Francesco Renga, ndA) e l’orchestrazione è di Carmelo Patti, suo collaboratore storico, artista incredibile, umile, preparato. Sono orgoglioso di fare la direzione di “Glicine” perché è un brano scritto veramente bene e Noemi un’artista unica. Comunque farei sentire com’è venuta in prova “Prima di andare via”, in stile Motown! Come abbiamo visto è già stato fatto per Irama, prodotto anche lui da Dardust, e tra l’altro la sua produzione di “La genesi del tuo colore” è una di quelle che mi hanno più colpito.

D.: Hai conosciuto Noemi nel 2009 quando eri vocal coach a X-Factor, giusto?

Sì, dopo che lei è stata mia “allieva” quando era concorrente del talent, mi ha chiamato per fare il vocal coach quando invece era in veste di giudice a The Voice. Quindi a parte le collaborazioni per i talent qui a Sanremo è la prima volta insieme.

D.:Com’è stata la preparazione a questo Festival?

R.: Tempo fa ho ricevuto una telefonata e ho accettato con entusiasmo, poi Carmelo Patti, che fa anche gli arrangiamenti degli archi nei dischi di Dardust, mi ha chiamato e presentato il pezzo. L’idea ovviamente era di rispettare il più possibile la produzione di Dario e quando mi è arrivata la partitura mi ci sono letteralmente buttato dentro: il vero lavoro del direttore d’orchestra, in compartecipazione col produttore, è di catturare l’anima del pezzo e farla risaltare. Assieme a Carmelo abbiamo ultimato un po’ di cose e poi fatto una prima prova a Roma, che in genere serve all’orchestra per leggere le parti in prima lettura, poi due prove più una generale qui a Sanremo. Per il duetto invece ci siamo trovati una volta a Milano con Neffa.

D.: E le tue giornate a Sanremo sono in isolamento?

Sì, siamo tutti in isolamento, ci troviamo solo dentro all’Ariston, devo dire che c’è un rispetto rigoroso del protocollo. L’atmosfera è ovviamente diversa dai “normali” Sanremo, siamo tutti divisi, però è l’unico modo.

D.: Tu vieni dal jazz e dal funk giusto?

R.: Anche, però il mio percorso è abbastanza peculiare, ho cominciato a studiare musica alle medie in Conservatorio a Milano da cui sono stato espulso per una sorta di indisciplina…

Vedi, sei perfetto per “Indie-gesta” allora!

Infatti, poi ho temporaneamente abbandonato, pensavo di non voler più suonare, ero piccolo e quell’episodio mi aveva scoraggiato e deluso. Invece ho ripreso e mi sono iscritto e diplomato alla Scuola Civica di Jazz di Milano. Ogni tappa del mio percorso mi ha insegnato cosa non volevo fare: ho studiato al conservatorio per capire che, anche se l’amavo profondamente, non mi interessava suonare musica classica, poi ho studiato jazz per capire che non volevo fare “il jazz”, e quindi artisticamente si è aperto un percorso parallelo e “di nicchia”, con molta ricerca. E’ arrivato un momento in cui non sentivo più il bisogno di stare sul palco e sono passato dall’altro lato della barricata, ho iniziato a fare produzione, management. Ho incontrato Renzo Rubino con cui ho collaborato per quasi 12 anni e ora stiamo facendo un disco che mi sta dando grandi soddisfazioni. A proposito di controcorrente, il nostro è proprio un percorso “diverso”, parallelo, mi viene in mente quel film di David Lynch che è un elogio della lentezza, c’è un vecchietto che percorre tutti gli Stati Uniti su un trattorino (“Una storia vera”, 1999, ndA). Renzo per me è un grandissimo artista, uno dei più grandi che abbiamo in Italia, un artista totale, dipinge, fa maschere di ceramica, pensa che si è inventato il format “Porto Rubino”, diventato documentario e presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma. Finito Sanremo con lui entreremo in studio per registrare il disco di canzoni per bambini, tutto suonato con giocattoli, un progetto a cui teniamo molto. Anche lui è indipendente in questo senso, “fa il suo” come si dice in gergo, pensa a sviluppare le sue idee in modo autentico, senza preoccuparsi dei consensi. Per me gli Artisti dovrebbero essere così.

D.: Sai, sembra che sia proprio questo che ti accomuna con gli altri artisti che mi hai citato e con cui scegli di collaborare, l’autenticità, il vero amore per la Musica, e la famosa urgenza di creare qualcosa che vi rappresenti davvero.

R.: Infatti per me questo è imprescindibile, ovviamente rispetto l’ “industria della musica” ma si deve distinguere dalla Musica, poi in alcuni casi fortunati si avvicinano, vedi Micheal Jackson, i Beatles e altri, ma raramente accade perché ci sono meccanismi molto diversi tra i due ambiti. La musica è un sintomo, quando i musicisti ti dicono “io sto davvero bene (solo) quando sono su un palco” ti stanno dicendo “la musica è la mia droga”, ogni volta che “la assumi” sì stai bene ma sei sempre più dipendente, hai sempre più bisogno di suonare, cantare, non puoi farne a meno per esprimerti profondamente. La musica è l’unico sintomo al mondo che riceve un applauso invece che una cura, pensa “che trip” davvero! C’è proprio un’urgenza.

D.: C’è da dire che “il vero artista”, colui che ama nel profondo l’Arte e la creatività, è il primo ad essere severo con se stesso ed auto-criticarsi…

R.: Sì ma qui poi arriviamo al concetto di “successo”: il successo è ciò che è successo. Il successo paradossalmente è fermarsi. E’ dietro di noi, participio passato, non davanti temporalmente, le persone fanno continui scatti in avanti cercando di rincorrere qualcosa che sta dietro ma non è possibile, è un’asticella che è sempre 10 cm più in alto dell’altezza a cui puoi arrivare. Ci sono dei momenti in cui sembra tu la stia raggiungendo ma lei si sposta. Non ho mai sentito nella mia vita di un artista completamente ed intimamente soddisfatto, può essere felice di una serata, un concerto, un disco, ma mai del tutto. Quell’urgenza non passa mai. E’ assurdo ma se ci pensi la glorificazione totale dell’artista la si ha quando lui smette, quando dice “ok, basta così, ho dato tutto”. Sanremo è uno stato di euforia ma è come confondere l’innamoramento con l’amore. Allo stesso modo euforia e felicità sono due cose diverse. Sanremo è una bolla ma poi c’è tutto il resto, quanto di te stesso butti nella musica, è per questo che “i veri” Artisti in realtà non sono molti. In questo momento storico più che mai c’è anche il pensiero dei “seguaci”, dinamiche social e industriali in cui rischiamo di essere tutti inghiottiti.

 

D.: E poi c’è ancora la paura di essere diversi, non capiti, spesso non viene valorizzata la peculiarità.

R.: Ogni azione degli esseri umani risponde essenzialmente alla “Big Paura”, la Morte, la domanda a cui non è stata ancora data risposta. Ci hanno provato in tanti modi, con la religione, l’Arte, lo shiatzu, il veganesimo… uno dei modi più consueti è quello di riunirsi in tribù per sorreggersi l’un l’altro. Quando ti discosti da questo sei fuori da quella cerchia ma i canoni sono come lacci che ti stritolano.

D.: E con Mahmood com’è andata? Quali sono i cantautori dell’attuale panorama italiano che secondo te sono sempre rimasti “fedeli” a se stessi?

Ti racconto questa: sai che sono stato l’insegnante e il primo manager di Alessandro Mahmoud, un Artista davvero talentuoso, conosciuto e apprezzato ma se ti dovessi dire anni fa quale è stato il suo grande segreto è “non farlo giusto”. Quando ha cominciato a scrivere canzoni aveva un’idea che era fuori da tutto. La prima volta che a lezione mi ha portato un suo pezzo, mentre lui cantava mi chiedevo “E adesso cosa gli dico?”. Perché se avessi dovuto dargli un parere secondo l’approccio tradizionale, accademico, il pezzo non era scritto “correttamente”. Da sempre però mi alleno al libero pensiero, studiando filosofia, materia che dovrebbe essere d’obbligo nelle scuole e non solo di musica: studiando filosofia si diventa persone e musicisti migliori. Se non hai un atteggiamento socratico, se non ti metti mai in dubbio, che artista sei? Mi sono sollevato dal ruolo di formatore e l’unica cosa che ho pensato è “io gli credo, è talmente tutto imperfettamente personale che però regge, sta in piedi e quello che sta cantando ha un equilibrio e quindi non posso avere l’approccio standard, sono io che non ho ancora accesso a quel linguaggio, non lui che sta sbagliando”. Stava iniziando a lavorare a qualcosa di speciale che è poi diventato il suo marchio di fabbrica e l’abbiamo valorizzato. E da quando mi si è chiarita questa cosa applico con i miei allievi il “find your fault”, “cerca il tuo errore”: nella musica in tanti sono capaci di fare le cose “giuste”, il compitino, ma l’errore non può che essere personale, come sbaglia ognuno di noi non può sbagliare nessun altro, quindi fai il tuo errore fino in fondo, perché tu sei anche quell’errore. Nella mitologia greca Achille cosa insegna? Gli Eroi non esistono, tutti siamo fallaci in qualche modo e proprio quegli errori possono diventare la tua Arte, la tua caratteristica. E sai quali erano quelle di Mahmood? Primo, non gliene frega niente della forma canzone, se analizzi le sue canzoni non è chiaro qual è la strofa, il ritornello, il bridge, l’inserto, è il più “jazz”! Poi lui ha in mente un’idea di melodia e “piega” le parole al volere della melodia, fa bending sulle parole in maniera pazzesca e molto personale e quando non riesce con quelle italiane usa quelle straniere di dominio tra i giovani. Un altro artista che stimo molto è Vinicio Capossela e a proposito di miti greci, lui ha fatto un disco particolarissimo nel 2012, “Rebetiko Gymnastas” in cui ha recuperato la musica popolare greca (rebetiko) per reinterpretare alcuni suoi brani, e poi prima il disco “Ovunque Proteggi” e “Marinai, profeti e balene”. Lui si mette in gioco, rischia, sempre secondo un filo conduttore, che è la sua ricerca e ha molto a che fare con la filosofia. “Ovunque Proteggi” ha tanto a che fare con i Miti. Anche John De Leo, ex Quintorigo, ha fatto un percorso di ricerca personale e molto interessante. Mi viene in mente poi il primo Tiziano Ferro, era pazzesco, potente, oppure Samuele Bersani e Cesare Cremonini. Ecco, in quei casi la musica e l’industria della musica si sono ritrovati, c’è sincerità in quello che scrivono. La discografia è piena di profeti di ciò che è “successo”, spesso spostano l’artista verso quello che ritengono fruibile ai più. La musica non necessariamente ha bisogno di rapportarsi con quello che si dice “orecchio collettivo”, mentre l’industria ha principalmente quell’esigenza.

D.:Chi ti piace di quest’edizione del Festival? Toto scommesse per stasera?

R:: Guarda, Madame mi piace molto per il discorso che abbiamo appena fatto. Ad esempio in “Sciccherie”, il pezzo con cui è diventata famosa un paio di anni fa, lei ha fatto una rivoluzione linguistica, ha scardinato i canoni della scrittura, come ha fatto Mahmoud. Loro “masticano” le parole, nei loro pezzi è il suono prodotto da quella parola che è importante, non la parola stessa. Madame ha una potenza espressiva e personalità pazzesca. Per stasera la butto lì, secondo me vince Willie Peyote. Grazie per non avermi chiesto “che emozione si prova a salire sul palco di Sanremo?”, perché è una domanda che in questi giorni ho sentito spesso fare a chi è qui e non ha senso! La nostra lingua non ha parole adatte ad esprimere le emozioni, l’emozione più potente che un essere umano prova è l’ “amore” che ha in questo termine l’unico suo sfogo ma la parola amore non rende minimamente l’idea di che cosa succede, lo stesso è per “felicità”.

Saluto Andrea che ora è alla ricerca di un papillon rosso, “carico e in****to come sono io”. E’ un Artista vero, entusiasta, con una visione critica e attenta a ciò che lo circonda, ben lontano da quella stereotipata dell’artista sulle nuvole. Lui vive il qui e ora. La musica e la vita implicano una lotta continua e quando poi per qualcuno coincidono ti permettono di avere una chiave di lettura consapevole di quello che succede. La musica è un’arma di note frequenze e parole in quella lotta. Al termine di questa chiacchierata mi sento di darvi un suggerimento: non chiedete ad un Artista se vive di/con la musica: io credo vi risponderebbe comunque di sì perché, al di là dei profitti e delle leggi di mercato, dentro di sé sente un’urgenza costante, ed è quella che lo tiene vivo.

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