Si è conclusa ieri Umbria Jazz Weekend, una quattro giorni spettacolare nei luoghi più suggestivi dell’antichissima città di Terni, come l’Anfiteatro Romano e i suoi jazz club storici. “Umbria Jazz” mette in scena dal 23 agosto 1973, data della prima edizione, una programmazione di grandi jazzisti italiani e internazionali. Ho l’occasione di fare due chiacchiere con uno dei protagonisti di sempre del festival e una delle figure di spicco del jazz italiano, Piero Odorici, sax tenore bolognese (per la precisione nato a Riola di Vergato, caratteristico paesino dell’alta valle del fiume Reno). Piero ieri sera ha chiuso quest’edizione, dopo essere stato ogni giorno in programmazione, con Stéphane Belmondo alla tromba e flicorno, Roberto Rossi al trombone, Paolo Birro al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria.

Il sestetto allo storico Rendez Vous di Terni, Umbria Jazz Weekend. Fonte: Piero Odorici

 

Piero, come hai creato questo sestetto di grande eccellenza jazzistica?

Li conosco da una vita e ho spesso suonato con loro, Stephane Belmondo è francese e con lui ho suonato più all’estero che in Italia. Belmondo è vincitore del premio “Victoires du jazz” come “disco dell’anno” e “artista dell’anno”. Ha suonato anche con le orchestre di Michel Legrand e Laurent Cugny, quando questa collaborò con Gil Evans. Tra gli altri, ha lavorato con Dee Dee Bridgewater e Milton Nascimento. Anthony Pinciotti è un batterista pazzesco, viene da New York. Roberto Rossi ha fatto parte delle più importanti Orchestre Sinfoniche, Aldo Zunino e Paolo Birro musicisti incredibili e anche loro hanno suonato coi più grandi a livello internazionale, insomma non ci ho pensato un attimo a chiamarli con me quando mi hanno chiesto anche quest’anno di suonare ad Umbria Jazz!

Stasera, suonerete in questa formazione al Camera Music&Jazz Club, a Bologna, locale che tu stesso hai aperto 2 anni fa con la tua Associazione Jazz Club Bologna e il locale Camera con vista?

Sì, suoneremo all’interno della rassegna “Crossroad – Ravenna Jazz Festival” (Crossroads Jazz è un festival itinerante che si svolge su tutto il territorio dell’Emilia-Romagna, uno dei più rilevanti a livello europeo in ambito jazz, ndA) e con noi c’è Roberto Gatto e Stefano Senni (rispettivamente batterista e contrabbassista jazz, altri nomi di spicco nel panorama internazionale). Tengo molto a questa serata, che abbiamo più volte dovuto rimandare a causa della pandemia, perché è un tributo al grande Steve Grossman (sassofonista statunitense scomparso a New York lo scorso anno, debuttò nel 1969, sostituendo Wayne Shorter nella formazione di Miles Davis, con cui ha inciso l’album A Tribute to Jack Johnson. Da lì collaborazioni con Elvin Jones, Cedar Walton, Tyler Mitchell, Art Taylor, Jimmy Cobb, Michel Petrucciani e moltissimi altri. Grossman ha vissuto quasi vent’anni anche a Bologna, città a cui era legatissimo, insieme a Modena e i suoi festival, ndA).

 

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Che ricordo hai di Steve Grossman?

E’ stato Alberto Alberti a portare Steve in Italia.

[Alberto Alberti, mecenate bolognese che tra l’altro ha co-fondato Umbria Jazz, ed è stato punto di riferimento per molti grandi artisti del panorama jazzistico americano e manager per l’Europa di Miles Davis, Dexter Gordon, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Cedar Walton, Chet Baker, Renè Thomas, Gato Barbieri, Kenny Clarke, Thelonious Monk, Charlie Mingus, Art Blakey, ndA]

Nel 1982, avevo appena vent’anni, trovai a Bologna un posto per Steve nel mio stesso condominio. Allora scendevo da lui e gli chiedevo “Hey, Steve, can we play some?” e suonavamo insieme per ore, lui al piano e io al sax o viceversa ma non mi diceva “tu devi fare questo esercizio o quest’altro” era più un imparare facendo, che è la cosa migliore. Poi un giorno ha scritto un pezzo, con una parte per me. L’abbiamo suonato insieme. Lo ammiravo molto e gli dicevo “Steve, I want to play like you; how can you play this way?” Voglio suonare come te, come posso fare?  E lui rispondeva: “When you are old like me, you will play in your way, and better, and you will understand how I play in that way now.” Quando avrai la mia età suonerai col tuo stile, e meglio, capirai come suono in quel modo ora.

Ormai sei una pietra miliare della programmazione di Umbria Jazz: quand’è stata la tua prima volta lì, a me sembra di ricordare nel 1984…

Ah, meno male che lo sai tu, ormai ci ho suonato talmente tante volte che potrei confondermi! Comunque direi di sì, nell’ ’84 da lì quasi tutti gli anni, in varie formazioni (ricordiamo anche con la “Doctor Dixie Jazz Band”, la band più longeva del mondo, nata a Bologna, di cui abbiamo parlato in uno dei primi articoli, ndA) anche nelle edizioni “Umbria Jazz Winter”.

Com’è cambiato in questi anni il Festival?

Fino a fine anni ’90 c’erano tantissimi grandi musicisti che hanno fatto la storia del jazz ancora vivi, ora sono quasi tutti scomparsi. Io e i musicisti della mia generazione abbiamo avuto la grande fortuna di vedere dal vivo dei giganti che non ci sono più e addirittura poterci suonare insieme.

[Continua….] Vi aspettiamo al prossimo articolo con la Seconda Parte dell’intervista a Piero Odorici!

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