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Concerti

I concerti rischiano di diventare un’esperienza per pochi eletti?

Il prezzo dei biglietti per il concerto di Madonna ha nuovamente riacceso la polemica sul costo della musica dal vivo. Ma i continui sold out danno ragione a chi stabilisce il costo degli show. Tuttavia il rischio che i concerti possano diventare prodotti elitari potrebbe essere molto concreto.

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I prezzi dei concerti rischiano di diventare insostenibili per molti
La Presse

L’ultima in ordine di tempo a far scattare nuovamente la polemica sul caro biglietti dei concerti è stata Madonna. O meglio,  il promoter delle due date italiane del The Celebration Tour  di Miss Ciccone che è arrivato a chiedere anche 345 euro (escludendo dalla conta i pacchetti Vip, per loro natura più costosi ed esclusivi, quindi destinati a un pubblico ben selezionato) per i posti in tribuna nel settore numerato meglio attrezzato per l’ottimale godimento del concerto.

Eppure, malgrado tutto e malgrado un copione che si ripete ogni qualvolta soprattutto i big italiani – di recente anche Giorgia è finita in questa polemica per i costi dei concerti nei teatri – e internazionali annunciano le date del tour, i biglietti vanno polverizzati in un amen e il gioco si ripete in un loop infinito. Giusto per restare in tema Madonna: la regina del pop aveva inizialmente previsto una sola data a Milano (23 novembre), ma l’entusiasmo dei fan ha fatto sì che l’artista americana ne annunciasse una seconda sempre nella metropoli meneghina. Con buona pace del problema del caro biglietti. Che c’è ed è tangibile in tutte le dimensioni: dai concerti nei club di artisti emergenti fino alle mega produzioni internazionali, che spesso e volentieri sono autentici show multimediali prima ancora che veri concerti. Ma lamentarsi e poi aprire comunque il portafogli rischia di rendere tutta la polemica pretestuosa e del tutto gratuita, senza offrire una vera soluzione alla questione.

La quale, dal canto suo, resta difficilmente praticabile. Utopistico immaginare che da un giorno all’altro il popolo dei concerti, stanco dei prezzi astronomici, si ribelli all’unanimità e lasci vuote le venue dove l’artista si deve esibire. A maggior ragione dopo due anni in cui l’assenza di musica dal vivo si è fatta terribilmente sentire e la voglia di tornare ad emozionarsi cantando e ballando sulle note dei propri artisti è diventata ancora più tangibile. Inoltre l’evoluzione del mercato musicale, ormai improntato su prodotti sempre più “liquidi” come la fama di chi questi brani li produce, spinge alla ricerca del massimo profitto finché l’artista è sulla cresta dell’onda. Insomma, battere il ferro finché è caldo perché del doman non v’è certezza e l’hype attorno a un cantante o una band sgonfiarsi con la stessa rapidità con cui si è gonfiato. Si veda l’esempio concerti negli stadi: se una volta il live nei templi del calcio era la consacrazione, sublimata in un evento unico e memorabile, di una carriera magari costruita in tanti anni di attività, ora i vari San Siro o Stadio Olimpico diventano appannaggio anche di chi ha all’attivo un solo album o poco più. Fare cassa, farne tanta e farne in fretta, a costo di depotenziare un qualcosa che da unico si trasforma in “un concerto dei tanti ma solo con molta più gente”.

Attenzione però al rischio di effetto boomerang. Coi tempi che corrono, fra lenta uscita dal tunnel del Covid e crisi economica con conseguente aumento del costo della vita, il rischio che i concerti possano diventare un qualcosa di elitario potrebbe diventare concreto. Per questo, come peraltro sottolineato anche da altre testate e addetti ai lavori occorre che tutte le parti in causa (artisti e promoter su tutti) cerchino il più possibile di arginare questa deriva. Al momento i numeri danno loro ragione e derubricano le polemiche a sterili e fini a sé stesse; ma serve attuare le giuste contromisure prima che il tempo delle vacche grasse finisca e possano essere dolori per tutti.

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