Questa mattina al Teatro Piccolo di Milano l’ultimo saluto a Milva, l’Artista che ha cantato e che ha vissuto la libertà.

Per riassumere la straordinaria carriera di Milva, patrimonio della musica mondiale purtroppo scomparsa sabato 24 aprile all’età di ottantuno anni, bastano due date esemplificative: il 1969 e il 1977. Nell’ultimo anno degli anni sessanta infatti la Pantera di Goro registrava la sua nona partecipazione consecutiva al Festival Di Sanremo, record ancora oggi mai eguaglio, conquistando il terzo posto con “Un sorriso” (in coppia con Don Backy). Nella seconda metà dei settanta invece faceva capolino a Palermo, al Teatro Massimo, protagonista de “I sette peccati mortali“, balletto con canto in sette parti composto da Kurt Weill con testi di Bertolt Brecht.

La forza, la potenza, la peculiarità di Milva sta tutta qui, nel suo essere anello di congiunzione tra l’espressione popolare e quella più artisticamente elitaria, azzerando le distanze tra i due poli. Nessuno c’è mai riuscito nella storia della nostra cultura italiana recente, molti sono riusciti ad avvicinarsi, ma solo lei ha avuto il dono di eseguire “La filanda” e “Sono nata il 21 a Primavera” di Alda Merini con la stessa intensità, non cadendo mai nella fittissima trama dell’edulcorazione.

Non c’è mai stato infatti un approccio diversificato nel lavoro dell’artista: da “Violino tzigano” di Bixio Cherubini ad “Alexander Platz” di Franco Battiato passando per Jenny dei Pirati ne “L’opera da tre soldi” o nella Cantastorie di Luciano Berio: cambiano i contenuti, le atmosfere, il pubblico di riferimento, ma mai il rispetto, la dignità, la presunzione filo radical chic di considerare un’Opera superiore a un’altra. Discorso speculare per il Teatro; il Piccolo, La Scala, L’Ariston, luoghi dove la Nostra ha lasciato ogni centimetro della sua personalità, a prescindere dall’estrazione sociale degli spettatori che si ritrovava davanti, che siano amanti di Giorgio Streher o di Claudio Villa non fa differenza.

E poi, la libertà. La libertà di esprimere attraverso la musica anche le propria connotazione politica. “Bella ciao“, “Fischia il vento“, canzoni del popolo oggi eseguite, al massimo, dalla band fricchettona sconosciuta di turno alle 17:00 di un Concertone del Primo maggio qualsiasi, certamente non dalle cantanti di primissimo piano, sempre rigorosamente apolitiche, apartitiche, a-tutto, schiacciate dalle pressione, terrorizzate dalla gogna mediatica e dalla paura di perdere consensi. Con Milva se ne va quindi anche l’ultimissimo baluardo di libertà artistica rimasto. E noi ci sentiamo già un po’ più soli. Addio Rossa.

Foto: LaPresse

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