Ogni volta che un artista si espone politicamente scoppia sempre un putiferio. Il discorso di Fedez al Primo maggio ha fatto emergere il peggio di un Paese stantio che preferisce accomodarsi sugli spalti piuttosto che esprimere il proprio pensiero.

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo abbiamo assistito a una polemica a distanza tra l’highlander del calcio Zlatan Ibrahimovic, attuale attaccante del Milan, e il fuoriclasse assoluto del basket, LeBron James, al momento in stanza a Los Angeles, sponda Lakers. Il motivo della diatriba? Secondo lo svedese, il cestista – molto attivo nei movimenti sociali, soprattutto dopo la nascita del Black Lives Matters – sbagliava a parlare di politica perché persone del suo status non dovrebbero farlo, e dovrebbero invece dedicarsi esclusivamente a ciò che sanno fare meglio; nel caso specifico, il giocatore di basket. Un concetto totalmente alieno per la sfera statunitense, identificabile nell’immediata risposta del detentore di ben quattro titoli NBA: “Non starò mai zitto davanti alle ingiustizie“. Parole secche, lapidarie, di grande potenza.

Malgrado sia stata pronunciata da un cittadino non autoctono, la concezione che “La politica è dei politici” è totalmente italiana. Sei un calciatore? Pensa a fare goal. Sei un attore? Dovresti pensare a recitare. Sei un cantante? Ma pensa a cantare per favore. Perché in Italia la politica non è concepita come qualcosa di pubblico, bensì come un ring; un continuo, incessante, rumoroso terreno di scontro dove i “veri politici” devono stare al centro della scena con i guantoni in mano, e i cittadini si devono limitare a fare il tifo, o per l’uno o per l’altro combattente.

Guai a entrare in quel ring. Nonostante non ci sia di fatto nessuno che lo vieti davvero, le conseguenze arrivano sempre, in molteplici modi. Nel corso degli anni pensando al settore musicale il palco del Primo Maggio è stato spesso una via per abbassare le corde del recinto ed entrare al centro dell’Arena. Nel 1991 dei giovani Elio e Le Storie tese eseguirono un brano, intitolato per l’occasione “Sabbiature“, che consisteva in un lungo elenco di personalità che sarebbero state poi coinvolte nello storico processo “Mani pulite“. A metà della performance la RAI staccò il collegamento dal palco, inquadrando d’improvviso un confuso Vincenzo Mollica.

Anche Piero Pelù è stato più volte al centro della polemica proprio al Concertone: nel 1993 si scagliò contro Papa Giovanni XXIII, con una frase diventata iconica: “Preservativi, aborto. Parla sempre di sesso… Si occupi di cose metafisiche“. Il rocker toscano più di dieci anni dopo lanciò una terribile invettiva contro l’allora Premier Matteo Renzi, definendolo “Boy scout di Licio Gelli“. Affermazione costata carissimo al musicista che poi fu costretto a risarcire il Leader di Italia Viva con un importo di 20.000 euro.

Nel 2015 a Lo Stato Sociale venne chiesto di togliere dalla scaletta “Mi sono rotto il cazzo, in quanto non in linea con i contenuti trasmettibili in prima serata. La band reagì in modo determinato, inaugurando il set con un discorso di fortissima matrice politica: “Per venire incontro a esigenze di censura, questo concerto andrà in onda con la band oscurata. Riteniamo di dover prendere esempio dalle forze dell’ordine, tuttora non identificabili in occasione di scontri di piazza o torture nelle scuole. Riteniamo di dover essere oscuri e misteriosi come le regioni per cui si devono fare a tutti i costi il MOUS o la TAV. Riteniamo di dover essere invisibili, come le migliaia di migranti che ogni giorno cercano la sopravvivenza da noi e vengono lasciati a morire in mare. Vi auguriamo un buon primo maggio e altri 364 giorni all’oscuro di ogni cosa“.

Perché il motivo di così tanti appelli? Perché quel palco, in tempi normali allestito a Piazza San Giovanni, acquisisce senso e significato soltanto se chi ci sta sopra manda un messaggio, forte e chiaro, al pubblico. Perché non è soltanto la Festa del lavoro, un momento per ricordare la strage di Portella della Ginestra e per augurare, come avviene ormai ciclicamente da trent’anni una buona giornata soprattutto a chi il lavoro non ce l’ha oppure l’ha perso; è la festa della libertà, la festa dei diritti, la festa di tutti. Eppure, ogni singolo episodio avvenuto dagli artisti che si sono presi la briga di entrare nel ring a dire la propria, ha sempre fatto scalpore.

L’ultimo caso è capitato sabato scorso a Fedez; il cantautore milanese infatti come sappiamo durante la sua (tra l’altro brillante) performance ha pronunciato un discorso molto sentito, indirizzato prima a Mario Draghi, intimandolo a esprimersi il più celermente possibile sulla condizione dei lavoratori dello spettacolo e, successivamente, alla Lega, colpevole di stare facendo melina su un disegno di legge molto importante, il DDL Zan, ideato per difendere le categorie sociali più deboli contro le discriminazione di genere, sesso, disabilità. Per denunciare il continuo rinvio della discussione e dunque della votazione al Senato (il DDL è stato già approvato alla Camera), il cantante ha riportato delle frasi agghiaccianti pronunciate da esponenti leghisti a sfondo omofobo, che non riportiamo perché sono talmente schifose che non vale la pena ribadirle.

Il fatto ha ovviamente scatenato un vero e proprio putiferio politico non solo per il contenuto, ma anche per la forma: il testo scritto dal rapper infatti ha subito un tentativo di censura, ed è stato giudicato inopportuno dai vertici della RAI che, fortunatamente, ha poi lasciato piena libertà d’espressione all’artista. Tra tanti consensi, come spesso capita in questi casi, Fedez ha ricevuto anche numerose critiche: l’accusa principale che gli è stata mossa è stata quella di polarizzare il dibattito sulla sua persona e di aver trovato, per l’ennesima volta, un nuovo motivo per far parlare ancora di se.

La realtà è che però ciò che ha fatto Fedez non ha niente di straordinario. Nel resto del mondo, come dicevamo all’inizio della nostra riflessione sportivi, musicisti, attori, content creator, insomma, i personaggi di primo piano, sono praticamente tutti politicamente attivi, in quanto avendo un seguito importante sentono la responsabilità anche di rappresentare i propri fan o i propri seguaci.

Pensiamo, per fare un esempio recente, all‘elezione del quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e della Vice Presidente Kamala Harris. A loro supporto sono arrivati cantanti come Lady Gaga, Beyoncè e Bruce Springsteen, non con un sostegno passivo ma più che attivo: ricordiamo ad esempio al celebre discorso di Miss Germanotta contro Donald Trump, accusato di sessismo e di molestie: “A tutte le donne e a tutti gli uomini che hanno figlie, sorelle e mamme, chiunque, ora è la vostra occasione per votare contro Donald Trump. Un uomo che crede che la sua fama gli dia il diritto di prendersi una delle vostre figlie, o sorelle, o madri o mogli per qualunque parte dei loro corpi“.

Qualcosa di marziano qui da noi. Immaginatevi le nostre pop star schierarsi sfacciatamente pro o contro il politico di turno. Succederebbe il finimondo. Non è nel nostro DNA, e la vicenda di Fedez ne è stata l’ennesima testimonianza. D’altro canto, siamo in un Paese in cui due comici come Pio e Amedeo si arrogano il diritto di dire che manifestazioni come il Gay Pride non servono più e di consigliare a neri e omosessuali di reagire con una grassa risata agli insulti, alla N o alla F word di turno. In uno Stato ideale ci sarebbero più Fedez e meno Pio e Amedeo, perché non c’è niente di peggio di cercare di rompere i tabù rafforzando in realtà ancora di più proprio i tabù che si vogliono spazzare via. Pio e Amedeo non sono Anthony Jasselnik o Louis Ck, maestri della risata politicamente scorretta. No, non siamo in America. E si vede.

Foto: Primo maggio 2021 (Screen RAIPlay)

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