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Ken il Guerriero 2026 non convince
Ken il Guerriero 2026 non convince. Operazione nata per monetizzare la nostalgia dei millennials, Ken 2026 è un remake senz’anima. Il remake si prefigge di riproporre in maniera filologica (talvolta pedissequa) l’anime originale del 1984, ma una serie di magagne tecniche e scelte artistiche interlocutorie rendono il rifacimento un prodotto discreto ma lontano anni luce dall’iconicità dell’originale.
“Ken il guerriero” (nell’originale giapponese “Hokuto no Ken”) è uno dei manga più venduti della storia, e l’anime tratto dall’opera ha segnato indelebilmente la generazione millennial. Il remake dell’anime era quindi inevitabile, dato che i millennials ora sono i principali consumatori di prodotti culturali in Occidente, e appartengono ad una generazione connotata da una nostalgia molto forte per i miti culturali pop di fine novecento. Vediamo dunque come sta procedendo l’operazione targata Warner Bros e disponibile su Prime Video.
Lost in censura
Prima di passare al remake, è giusto ripercorrere com’è stato pubblicato e recepito l’anime originale in Italia. Siamo nel 1987, e all’epoca i manga/anime erano ritenuti prodotti per bambini, quindi l’anime Ken può essere trasmesso in Italia a patto di pesanti compromessi: il più evidente è la rimozione di ogni riferimento verbale al sostrato religioso taoista/shintoista/buddhista dell’opera originale, ritenuto “problematico” per l’audience italiana. Il secondo compromesso -meno evidente e impattante- è la censura di alcuni contenuti considerati troppo violenti. L’eliminazione del background storico-religioso estremo orientale trasforma il prodotto in una sorta di versione nipponica di Mad Max (uscito nel 1979), eliminando gran parte delle sue divergenze e quindi della sua originalità rispetto al capolavoro di George Miller. La censura di alcune parti troppo violente invece non cambia la percezione del pubblico italiano di essere di fronte ad un anime feroce e talvolta crudo fino al sadismo, percezione identica a quella del pubblico estremo orientale.
Rifare il mondo
Il rifacimento di Ken Il Guerriero si inserisce in una vastissima opera di remake dei grandi prodotti pop degli anni ’80-90, operazione che coinvolge media assai diversi come cinema, graphic novel, anime e videogiochi. I vari remake qualitativamente sono parecchio diseguali fra loro, ciò che li unisce è l’idea di fondo: monetizzare la nostalgia dei millennials per i grandi prodotti pop della loro infanzia-adolescenza. Proprio la struggente nostalgia del pubblico da cui nasce l’operazione è il suo limite principale: i remake non intendono avvicinare il pubblico più giovane apportando qualche aggiustamento e ricontestualizzazione, ma si limitano a riproporre con le tecnologie attuali le stesse identiche idee, riferimenti e perfino difetti degli originali. Il remake di Ken ne è un esempio da manuale.
Una secchiata di grigio
Ken il guerriero 2026 è un remake che si prefigge di ricreare in maniera filologica (talvolta pedissequa) il manga originale del 1983, ammodernandolo con la CGI. L’operazione sulla carta suonava otttima, il risultato tuttavia è interlocutorio: la palette di colori è stata adattata agli standard delle piattaforme di streaming, questo significa che sono stati eliminati tutti i colori accesi e al loro posto sono state utilizzate infinite variazioni di grigio, nero, marrone scuro e simili. Questo cambiamento è dovuto ad un dettaglio tecnico e non artistico: poiché i fruitori delle piattaforme guardano i loro contenuti da device estremamente diversi come smartphone, pc fissi, portatili, tablet, i colori accesi hanno il grosso problema di alterarsi da un device all’altro, facendo sì che la fruizione risulti alterata se ad esempio si guarda lo stesso episodio da pc o da tablet. Per risolvere il problema le piattaforme impongono ai creatori di contenuti di adottare palette di colori scuri, che vengono riprodotti sui vari device in maniera uniforme. Il risultato è che il remake di Ken elimina l’originale contrasto fra gli sfondi cupi e i corpi dai colori più sparati, trasformando la visione in una sorta di apnea in un mare plumbeo. Se a questo si aggiunge l’aumento esponenziale delle ombreggiature sui corpi per dare loro più definizione, si ha come risultato un anime a cui sembra sia stata data una secchiata di grigio durante il processo d’editing.
Nuova veste, vecchi difetti
I problemi però non si limitano al cambio obbligato della palette cromatica. Le animazioni in CGI risultano stranamente di scarsa qualità e lente, facendo rimpiangere il dinamismo con cui è stato realizzato l’anime del 1984 (!!). Mettendo per un attimo da parte le magagne visive, i dialoghi sono invecchiati male: verbosi, spesso rindondanti, talvolta banali persino nei momenti di maggior pathos, erano un tallone d’achille della serie già negli anni ’80, riproposti adesso senza alcun rimaneggiamento suonano mediocri, talvolta al limite del cringe. Il doppiaggio in italiano pur essendo discreto non aiuta, mentre nell’originale giapponese la bravura degli attori attutisce la scarsa qualità delle battute recitate. L’accompagnamento musicale tenta di essere il più filologico possibile, con risultati sufficienti che però fanno rimpiangere le musiche originali. A tutto questo bisogna aggiungere una scelta squisitamente artistica che ha lasciato più di qualche fan perplesso: gli autori del remake hanno deciso di incorporare nella nuova edizione un tratto stilistico sviluppato negli ultimi anni dal disegnatore originale Tetsuo Hara, che rispetto agli anni ’80 preferisce disegnare i corpi in maniera molto più definita e iperrealistica. Il risultato è che ora Ken e i suoi avversari sembrano uno strano incrocio fra dei campioni di body building e delle statute greche semoventi, scelta che talvolta lascia lo spettatore stranito, soprattutto durante i combattimenti.
Ma alla fine funziona?
Adesso che abbiamo messo nero su bianco tutte le criticità, la domanda naturale che sorge è: il remake nonostante tutto funziona? La risposta è sì, l’anime si lascia guardare senza troppi problemi, per essere dimenticato subito dopo. Quello che manca all’operazione è la capacità di trasporre l’iconicità dell’originale, la sua aurea. Per chi ha visto l’anime originale, durante la visione del remake è difficile non provare la sensazione che ci sia qualcosa che stona, anche se è difficile definire esattamente cosa. Certo c’è la questione dei colori, quella del doppiaggio e via discorrendo, ma non sono questi singoli elementi in sé a rovinare il rifacimento, quanto piuttosto l’impressione è che sia tutto senz’anima. Il remake non riesce a dissimulare ciò per cui è nato: monetizzare sulla nostalgia, tramite un lavoro di cosmesi eseguito da professionisti che conoscono bene sia l’anime che il manga originale, ma non lo sentono nelle loro corde. Ovviamente non è colpa di chi ci ha lavorato, che ci ha messo evidentemente molto impegno, ma di un’impossibilità da parte degli autori del remake di riconnettersi all’anima dell’opera originale di Hara e Buronson, forse perché legata a doppio filo con le paure e le speranze della fase finale della guerra fredda, paure e speranze che per ovvi motivi oggi sono incomprensibili. In definitiva quindi l’operazione ha una sua dignità, commercialmente sta funziando (il numero di streaming su Prime è ottimo), ma per chi ha visto l’anime originale e anche per i più giovani che non lo conoscono, vale la pena di recuperare la serie dell’84 disponibile sulla stessa piattaforma a pagamento, piuttosto che spendere il proprio tempo su un remake discreto ma dimenticabile.