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Digger fa tremare i divi di Hollywood
Digger fa tremare i divi di Hollywood. Il disastro al botteghino dimostra che nemmeno Tom Cruise riesce a portare al cinema i suoi fan. Tom Cruise fa parte di quella vecchia guardia di divi di Hollywood (insieme a Brad Pitt, George Cloney, Johnny Depp) il cui solo nome in locandina garantiva il successo al botteghino. Questa fino a ieri era l’ultima grande certezza di Hollywood, che grazie a Digger cade: oggi nemmeno i divi garantiscono più la prevedibilità commerciale di un film ad alto budget
In un’epoca dove i trend social durano 3 giorni, il fatto che riflessioni, news, approfondimenti continuino ad essere prodotti su un film dopo 4 settimane dal lancio è un evento. Digger è riuscito a suo modo a rompere l’algoritmo, e lo ha fatto a causa del suo clamoroso insuccesso commerciale. Ma non è il disastro al botteghino ad aver reso il film di Iñárritu un caso mediatico: è l’aver sancito la crisi definitiva del sistema divistico di Hollywood. Vediamo che succede
Le nude cifre
Partiamo come sempre dalla questione cifre. Il film è costato 125 milioni di dollari di produzione e un altro 100 di marketing, e ad oggi ha incassato intorno ai 42 milioni di dollari. Contando che la Warner Bros aveva stimato come obbiettivo minimo i 350 milioni di dollari, il film è attualmente in perdita di 200 milioni. Un disastro evidente, ma non così clamoroso come si potrebbe pensare dalle centinaia di contenuti di analisi prodotti per i social. Allora cos’è che rende il film un epic fail da tramandare ai posteri? Il fatto che il protagonista Tom Cruise non sia riuscito a portare al cinema i suoi fans, nonostante una prova attoriale elogiata da chiunque abbia visto il film. La notizia quindi non è in sé il risultato economico del film, ma che il nome Tom Cruise non trascini più gli spettatori al cinema.
Un film da Oscar
Torniamo un attimo al contesto. La Warner Bros non ha prodotto Digger sperando in incassi stratosferici, il suo obbiettivo era andare in pari (nelle peggiori prospettive andare in leggera perdita) ma avere un film capace di fare incetta di statuette alla serata degli Oscar. Digger quindi è una sorta di colossale operazione di prestigio, pensata per ridare lustro ad una casa cinematografica ormai tristemente famosa per i fiaschi al botteghino, le perdite di quotazione in borsa e le forti critiche per la sua acquisizione da parte di Sky Dance. Un insuccesso di così grande portata al botteghino però mette in forse anche il successo alla serata degli Oscar, dato che un film così divisivo e avvolto da un alone di epic fail non invoglia i critici cinematografici ad assegnargli statuette.
La questione Cruise
Se la Warner ha investito tanto sul film di Iñárritu si deve alla presenza di Tom Cruise. La star USA infatti con la sua sola presenza avrebbe dovuto portare il film almeno a pareggiare i costi. Il calcolo è semplice: Tom Cruise grazie alla serie “Mission Impossible” e ai due “Top Gun” è un divo intergenerazionale, uno dei pochissimi attori attualmente in attività ad essere amato tanto dai boomer quanto dagli adolescenti. Ha presa quindi praticamente tutto il pubblico che ancora si reca ancora al cinema, ed era ovvio che questa presa non sarebbe di certo svanita se invece di action fosse stato il protagonista di un film autoriale. Questo calcolo perfetto sulla carta è svanito davanti ai numeri impietosi del botteghino: la presenza di Cruise ha convinto solo una minima parte dei suoi fan a seguirlo in questo progetto. Il suo nome staccato dai brand “Mission Impossible” e “Top Gun” da solo vale poco a livello economico, ed è questa la vera notizia.
La fine del divismo
Il fatto che Tom Cruise staccato dai brand action che lo hanno reso star planetaria economicamente valga poco, è un dato che apre una crisi che va ben oltre Digger e fa tremare l’intera industry di Hollywood. I divi della vecchia guardia di Hollywood (parliamo di nomi come Brad Pitt, George Cloney, Johnny Depp per capirci) erano considerati gli ultimi punti fermi a livello economico in un industry senza più certezze, fra polemiche sull’uso dell’AI, costi di produzione fuori controllo e perenne contrattazioni a rialzo dei cachet dei pochi attori di richiamo rimasti. Adesso che Digger ha sepolto anche questa ultima certezza granitica, che sicurezze rimangono a chi investe centinaia di milioni di dollari in un film? Nessuna, e infatti l’industry sta dando segni di “follia”, fra rincorse a idee che fanno visualizzazioni su Youtube, registi di corti horror assunti come nuovi salvatori della patria dopo il successo di “Obsession” e tentativi di piazzare nei film trend di TikTok.
La difesa della casta
La fine di tutte le certezze a Hollywood ha prodotto un interessantissima levata di scudi degli addetti ai lavori nei riguardi di Digger. Da Ben Affleck a Anne Hathaway, passando per registi come Michael Mann e Guillermo del Toro, le star USA si sono fiondate a difendere il film di Iñárritu, ritenendolo “coraggioso”, “provocatorio”, “visionario” e via elogiando, pareri che fra l’altro aveva già espresso la critica professionale dopo averlo visionato in anteprima. Il problema non è mai stata la qualità del film o la prova attoriale di Tom Cruise, il problema è che questo non basta per garantire ad un film ad alto budget un rientro dai costi di produzione. Addirittura a difesa di Iñárritu è arrivato un pezzo da novanta proveniente da un altro settore in fortissima crisi: il game designer giapponese Hideo Kojima, altro visionario che da sempre unisce alti budget e vena autoriale, arrivando talvolta al successo e talvolta al pareggio risicato. Se la Warner Bros deve scomodare in difesa di Digger un personaggio del calibro di Kojima, notoriamente estraneo al mondo di Hollywood e alle sue caste, significa che l’industry ha veramente paura.
Il futuro
Digger ha sepolto l’ultima certezza di Hollywood: la presenza dei divi della vecchia generazione non assicura incassi al botteghino. Contando che l’insuccesso di “Tron: Ares” aveva dimostrato come i divi cari ai millennials non hanno molto appeal nemmeno verso i fan della propria generazione, ormai Hollywood non può contare nemmeno sui propri attori di punta per prevedere i risultati economici dei film. Non a caso si sta pensando ad una rivoluzione completa del modello di produzione: ridurre al minimo i kolossal dai 200 milioni di dollari in sù e fare più film a basso-medio budget, per intenderci quelli che fra produzione e marketing costano sui 40-80 milioni. Una cifra che una volta Hollywood riteneva indegna dei propri standard, ma che oggi appare agli analisti finanziari l’unica capace di garantire la sostenibilità di un’industria in crisi nera da ormai 4 anni. In futuro quindi vedremo più film stile “Obsession” e molti meno film in stile “Il Gladiatore”: l’elemento paradossale è che questo cambio di registro potrebbe pure piacerci.