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Non è la Rai, Francesca Gollini a cuore aperto: “Ai Reality dico NO”. “Con Alessia Gioffi vorrei un chiarimento tutto nostro”
A quasi trent’anni dalla sigla che ci faceva correre a casa da scuola, Francesca Gollini si è raccontata ad OAPLUS tra ricordi, presente e progetti futuri
Io c’ero.
Avevo 19 anni e ogni pomeriggio, dopo i compiti (o invece dei compiti), accendevo la tv e entravo in quel mondo di luci, coreografie un po’ goffe, voci vere e ragazze che sembravano le nostre amiche più belle e più brave. Tra tutte, oltre la star Ambra Angiolini, c’era lei: Francesca da Bellaria. Quella che cantava davvero. Quella con la voce calda, le unghie rosse, lo sguardo un po’ sognante e un po’ determinato. Quella di Rosso, di Ailoviù, di Tele telefonarti. Quella che, quando partiva la sigla, ti faceva sentire che anche tu, da casa, facevi parte di qualcosa di grande e di leggero allo stesso tempo.
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Oggi Francesca Gollini ha quasi 50 anni, realizza carta fatta a mano con fiori e foglie, è tornata a salire sul palco e, nonostante i numerosi impegni che la tengono occupata, ha accettato e trovato il tempo di raccontarsi. Non come un personaggio, ma come la donna che è diventata. E mentre la ascolto, io torno adolescente di nuovo.
Quando sente ancora oggi la sigla di Non è la Rai o qualcuno ti chiama «Francesca da Bellaria», dice che è «un viaggio nel tempo». Torna alla ragazza di allora, alla spensieratezza e all’entusiasmo puro. Quel soprannome, geniale intuizione di Gianni Boncompagni, funziona ancora: «È pazzesco notare come ci avesse visto lungo».
Arrivò al programma dopo Castrocaro e Bulli & Pupe. Pensava di aver già visto un pezzo di quel mondo, ma Non è la Rai fu «un’ondata travolgente». Formazione puramente canora, si ritrovò al centro di un fenomeno mediatico enorme: «È stato sia un salto nel buio sia un’esperienza straordinaria. Mi ha aiutata a maturare molto, soprattutto nel rapporto con il pubblico».
Era una delle poche a cantare davvero con la propria voce. Ne era consapevole: «Venivo da tanti anni di studio. Più che un peso, sentivo una bellissima responsabilità: quella di dover trasmettere emozioni vere. Per me cantare non era esibirmi, era donare un pezzo della mia anima».
Tra Rosso, Ailoviù e Tele telefonarti, tutte e tre nell’album di Non è la Rai, il legame più forte è con Rosso. «È il pezzo che mi ha fatta conoscere davvero. E poi c’è un retroscena meraviglioso: Mina, guardando la trasmissione, se ne innamorò e la reinterpretò in Canarino Mannaro. Sapere che un’artista così unica avesse notato quel pezzo è stata una gioia immensa».
Dietro le quinte resta un ricordo tenerissimo legato a Marina Cinti, la coreografa. «Io per i balletti ero proprio negata. Puntualmente dimenticavo le mosse. Lei non si è mai arrabbiata. Mi diceva: “Non importa, Francesca, tu hai un modo di muoverti tutto tuo. Sii spontanea”».
Nei camper, al freddo, con le sarte che correvano: «Pura allegria. A sedici anni prendi tutto come un gioco meraviglioso. Quella squadra di costumiste ci coccolava. Erano parte della grande famiglia».
Il rapporto con le altre ragazze? «Un bel clima di affiatamento, ma la competitività c’era, ed era sana. Nessun particolare screzio. Le piccole invidie erano umane: eravamo adolescenti catapultate in un contesto del genere».
Boncompagni le propose un disco tutto suo. Lei rifiutò. «Stavo decidendo di lasciare il programma. Accettare non sarebbe stato corretto, per rispetto verso di lui e perché non avrei avuto più la vetrina. Fu una scelta sofferta, ma col senno di poi la rifarei. Il rispetto e la coerenza vengono prima di tutto».
A 17-18 anni se ne andò non per stanchezza, ma perché voleva «camminare con le mie gambe». Dopo vennero Tira & Molla, la conduzione in locale, Cat Francy e poi il lungo silenzio. «Non è stata una fuga, ma una necessità di ritrovare me stessa. Quella popolarità precoce mi aveva destabilizzata. Avevo bisogno di una quotidianità più semplice e di affetto sincero».
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Ha dichiarato di aver avuto bisogno di essere apprezzata «più come persona che come personaggio». Il momento preciso? «Quando ho iniziato a sentirmi invisibile dietro l’immagine che gli altri avevano di me. Volevo essere amata per le mie fragilità, non per la “Francesca di Non è la Rai”».
Per anni ha fatto anche la barista a Cesenatico. «Mi ha ridato il senso della realtà. Mi ha resa una donna più forte e centrata. Oggi mi sento pronta a tornare visibile, ma con una consapevolezza nuova».
Oggi è artigiana creativa: carta fatta a mano con elementi naturali. «È nata quasi per gioco. Mi dà la pace, il valore del tempo e la libertà di creare in silenzio, senza riflettori né giudizi».
A settembre è tornata sul palco a Santa Maria Capua Vetere. «Quando parte la musica e guardo le persone negli occhi, l’età scompare. Vogliamo riportare in vita l’energia degli anni ’90 e donare spensieratezza e bella nostalgia».
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Il nucleo affettivo (famiglia, il compagno Gianni, gli amici veri) è stato «il mio porto sicuro». I fan non l’hanno mai dimenticata: «Mi sorprende e mi commuove ogni giorno. Sapere di aver lasciato un segno positivo è un dono inestimabile».
Se potesse parlare alla Francesca di 16 anni le direbbe: «Goditi ogni istante di quel gioco bellissimo, ma non dimenticare mai chi sei. Non aver paura di scegliere la semplicità quando ne sentirai il bisogno. La vita ha in serbo un percorso meraviglioso fatto di lavoro vero, natura e amore sincero».
Perché Non è la Rai è ancora immortale? «Per la sua unicità e spontaneità. Era senza filtri, fresco e imperfetto. Per il pubblico eravamo le amiche della porta accanto. Ha portato sullo schermo l’umanità genuina degli anni ’90».
Progetti? Preferisce gustarsi il presente e non stravolgere la serenità conquistata. Vorrebbe essere ricordata come entrambe le cose: «Francesca da Bellaria e la donna che ha scelto di scrivere una storia diversa».
Sui reality dice “no, grazie”
Sui social e sulla questione con Alessia Gioffi sceglie il silenzio rispettoso: «L’amicizia con Alessia è stata qualcosa di vero e prezioso. Certi legami non si affrontano attraverso uno schermo. Se mai ci sarà un chiarimento, voglio che sia solo nostro».
E se c’è una domanda che non le è stata fatta, è questa: qual è l’insegnamento più grande?
«Nella vita non bisogna mai aver paura di ricominciare o di cambiare rotta. Fare una pausa o scegliere la semplicità non significa perdere, ma ritrovare se stessi. Auguro a tutti di avere il coraggio di ascoltarsi e di proteggere la propria felicità».
Io, che il pomeriggio correvo a casa per vederla cantare Rosso, oggi la leggo qui da me e penso che forse il regalo più grande di Non è la Rai non è stato solo la leggera, bellissima spensieratezza di quegli anni. È stato anche il permesso che Francesca ci ha dato con la sua vita, di poter scegliere.
Di poter scendere dal palco. Di poter tornare. E di poterlo fare più consapevole.
Bentornata, ragazza!