By Old Man Say

Difficile parlare di quello che sarà o più probabilmente non sarà più. Difficile pensare che molte cose torneranno ad essere come prima (ma non è sempre detto sia un male) dopo uno stop forzato di quasi un anno, che sta continuando e non se ne vede un finale. Per certi aspetti sarà impensabile riproporre tutto nello stesso modo senza cadere nello scontato (che comunque lo era già da anni) come se nulla fosse successo, un po’ come rialzare la saracinesca di un negozio dopo le ferie di ferragosto.

Molti lo rifaranno, ovvio non sanno ne sapranno fare altro o meglio non sono nè saranno interessati a rimettersi in gioco come dieci o venti anni fa quando avevano fame di divertimento e trasmettevano ai clienti le loro visioni, le loro intuizioni, le loro esperienze. Lo ammetto, ogni volta che vedo in una discoteca un “white party” mi cadono i cogl… perché penso “beh potevate non fare nulla invece di fingere di organizzare il nulla”. Negli ultimi anni in tanti sono passati dall’essere addetti alle pubbliche relazioni (vere) ad organizzatori di sagre con menù e musica popolare, vini compresi, ed intrattenimento di pari livello; dal tavolo della creatività al tavolo dell’immobilismo il passo è stato breve ed il Covid sta facendo il resto.

Ad onore del vero questa calamità che ci sta colpendo è solo l’ultimo tassello di un insieme di situazioni che hanno indebolito il mondo del clubbing inteso come azienda spesso sparandogli alle spalle dopo averlo corteggiato, imitato, sovente scimmiottato. La metamorfosi dei ristoranti diventati una sorta di dance-hall che si sono accaparrati fette di habituè del dance-floor, il successo dei festival internazionali, la massificazione grazie alla tecnologia del mestiere dei dee-jay’s che ne ha sovente abbassato la qualità artistica, la mancanza di amore delle ultime generazioni per questa forma di intrattenimento, la “distrazione” di massa dei social così che si è inevitabilmente diventati tutti meno sociali in un ambiente che basa sulla socialità ed i rapporti  interpersonali il suo successo ed infine il logico passare del tempo che tutto, quasi inavvertitamente, muta, lo rende “vecchio” e che lo fa senza mai fermarsi. Il club che rimane sulle proprie posizioni per anni può vivere certo di luce riflessa ma poi arriverà il giorno che questa luce perderà il suo splendore e da questo momento cambiare potrebbe essere inutile, troppo tardi; la magia è finita, il declino è e sarà inevitabile. La moda insegna, nessuno presenta per otto anni lo stesso modello di jeans e la nightlife funziona se è di moda o passa per essere out, non vende ne si vende più.

Animazione al Musica Riccione.

La discoteca, intesa come azienda che da redditività, è sepolta da almeno un decennio o addirittura, se pensiamo ai mirabolanti incassi delle cattedrali del divertimento che non ci sono più, da molto più tempo. In linea di massima era già morta e quasi sepolta in epoca pre coronavirus. Dico quasi perché ovvio non era scomparsa prima del febbraio 2019. Diverse realtà (per fortuna) sopravvivono gestite con fatica, sofferenze economiche e passione. Riscuotono successo soprattutto quelle estive grazie a programmazioni più brevi, aiutate da location open-air e da buone “cartucce” sparate in un lasso di tempo limitato, poi rimangono alcune perle rare e qualche club storico nei grossi centri. L’intero settore è stato dimenticato dalle istituzioni, relegato ad un ruolo marginale, l’ immagine di una sala dove si balla, nulla di più insomma, quando ballare ormai non è più di moda (ho visto decine di club di nuova generazione senza pista ove il fulcro dell’interesse è il tavolo riservato, ove si può cenare e bene, ad un prezzo alto e ricevere ed ospitare amici).

Tommy Vee e Mauro Ferrucci famosi in per i loro B2B.

I settore è stato dimenticato perché diciamocelo a parte chi ci lavora, ci ricava uno stipendio, un extra (quella che nel gergo dell’ ambiente sorridendo si chiama “marchetta”) o ci si impegna e lo vive come un secondo o terzo lavoro quando nella vita si fa completamente altro e vive di altro probabilmente per le masse non ha più quel “allure” che aveva negli anni 80 o 90, quell’ essenzialità per la nostra vita per quanto, mai come ora, ci si renda conto che tutti dipendiamo da tutti. Ogni attività è legata a doppia mandata ad altre decine, che ucciderne una significa ferirne a morte dieci e danneggiarne pesantemente almeno il doppio. Anche il clubbing fa parte di quella teoria del “six degrees”, quei sei gradi di separazione per i quali tutti siamo legati a tutti. Inutile negarlo, il settore soffrirà molto e forse non tutti ce la faranno. La riapertura ovvio ci sarà ma non è detto che ritroverà ai nastri di partenza tutti quelli che aveva lasciato al momento della chiusura ad inizio 2019; mia opinione personale è che molti non frequentandolo non ne sentiranno eccessivamente la mancanza, se ne allontaneranno preferendogli la comodità di una piattaforma TV, lo schermo di un pc, un hobby qualsiasi, una consolle giochi.

Soluzioni? Non e’ mai troppo tardi e la parola è solo una: idee, idee legate a dei cambiamenti. In fondo in questo mese abbiamo assistito a locali che hanno spostato la propria programmazione dall’ aperitivo, in questo preciso momento non più possibile, ad un brunch, format che in molte parti del mondo funziona, fa il tutto esaurito e che può essere accompagnato da selezioni musicali ad hoc. Sono piccoli cambiamenti ma è un esempio. Certo una discoteca non è un ristorante ( anche se molti ristoranti lo sono diventati ahimè) ma la chiave di tutto è quella lampadina che si accende. Trovate forse nel menù di un ristorante gli stessi piatti, spezie o metodi di cottura di qualche anno fa?

Non serve organizzare un pranzo alle 5 del mattino, una “baggianata” buona per essere commentata ed avere 3 minuti di vanesia gloria dalla D’Urso o sbraitare “io apro ugualmente” per poi la settimana successiva essere comunque chiusi e con un verbale magari da mille euro da pagare sulle spalle. Il compito ora di chi fa parte, ripeto soffrendo, di questo settore è di inventare, creare, pensare. La discoteca come contenitore potrà tornare ad accontentare ed a raccogliere un pubblico motivato a frequentarla se riuscirà a dipingere le proprie pareti con nuovi colori, ad avere nuove capienze, ripensare a propri spazi, se si dedicherà a generi ben precisi ed abbandonerà il “tutto a tutti i costi” con la speranza di accontentare la massa sterminata che comunque non c’è più, e livellandosi così allo stesso prodotto organizzato con 75 euro di artistico dal bar all’angolo della strada; se questa non sarà la “mission”, come si dice ora, potrà chiudere o meglio non aprire perchè dal bar dell’angolo perderà la sfida e questo per mille motivi in primis una concorrenza, certo sleale ma che non potrà sopportare per via dei costi. Il club tornerà se riuscirà a riscrivere sul suo ingresso la parola “differenza” ed a regalare un’esclusività non di clientela ma di prodotto e idee.

Le idee sono gratis anche se è vero che dargli una dimensione, un bell’ abito che le renda desiderabili ha senza dubbio un costo ma credo possa essere l’unica ricetta davvero utile per ripartire. La discoteca in quanto contenitore ha funzionato perché per anni ha regalato emozioni, qualità musicale, momenti. Spesso i concetti qui sviluppati ci hanno sorpreso e sono arrivati al successo dando vita a serate che sono durate anni.

Non aprite un ristorante alle 5 del mattino, dormite e pensate. Saranno le buone idee che forse salveranno il settore non un filetto al pepe verde al posto di un cappuccino.

 

photo credit grazie a

Musica Riccione, Mauro Ferrucci, Blue Marlin Ibiza.

 


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