By Old Man Say

Ho sempre associato il lavoro del d.j. a quello di un artigiano con una vocazione da artista che vive il suo magic-moment in solitudine. Effettivamente pur essendo accerchiato da fans, amici ed ammiratori nella dimensione club 2.0 o dentro ad una consolle che negli anni ’70 ed ’80 sovente sovrastava la pista o era isolata dal resto del locale, il disc-jockey si è sempre nutrito dell’energia regalatagli dal pubblico rimanendo però irraggiungibile. Credo che questa dimensione lavorativa abbia formato il carattere di questa professione, strana, inusuale,  almeno all’ origine dal sapore  bohemien che fino alla metà degli anni ’70 non esisteva e che con passione, dedizione ed amore tanti pionieri hanno inventato e l’hanno fatta diventare popolare. Lui solo nel negozio ad ascoltare dischi per ore, solo nei pomeriggi pensando a come proporli e mixarli, aiutato dal suo gusto musicale (e sostenuto dal suo ego) contro il pubblico che apprezzava magari le sue selezioni, ma solo a giochi fatti, dopo averle ascoltate molte volte. Due dischi sbagliati, un ritmo troppo innovativo o una traccia sconosciuta e la pista inesorabilmente si svuotava. Solo contro un titolare, più interessato ai profitti del bar e dell’ingresso o di un direttore di sala che spesso di giorno faceva un altro lavoro e conosceva i generi musicali quanto un aborigeno conosceva Picasso.

Tutti questi aspetti penso lo abbiano fatto diventare un direttore d’orchestra che mai avrebbe diviso il palco (il suo pubblico, la sua pista) con qualcun altro. Da qui una categoria che si e’ sempre regalata abbracci e sorrisi (che non costano nulla) ma che mai è diventata “categoria” riconosciuta e rispettata dalle istituzioni. Diciamocelo a lui però è sempre andata bene così; poteva venire inquadrato come cameriere ed a volte lo era pure stato prima di entrare nella cabina, come artista, come semplice collaboratore o come è successo a me con la qualifica numero venti, attore. Al d.j. in quegli anni non interessava troppo, gli bastava lavorare, gli bastavano i suoi dischi, la magia della notte e della musica, della “sua” che era ovviamente meglio di quella proposta dai colleghi. Gli bastava lavorare il più possibile in una e poi in diverse discoteche nello stesso momento, quando intorno agli anni ‘90 si passò dai dee-jay’s residenti di un locale al carosello di guest o ospitate mensili o ad un selector diverso per ogni serata d’apertura del club.  (ricordiamoci questo dettaglio: era una buona abitudine,  regalava qualità e spronava l’ artista ad essere unico ed a spendere tempo nella ricerca musicale). Diciamocelo gli bastava lavorare e che lavorasse lui.

Non è che nessuno non si sia mai adoperato per creare associazioni o d.j. pool negli anni passati, di sovente però l’impegno non ha portato i frutti ed i risultati sperati per un lavoro che terminava quando i lavori normali iniziavano, che a volte (ma questo succede in maniera molto più massiva ora), era vissuto come una seconda occupazione, un hobby pagato, a volte anche molto bene, con un inquadramento un tanto al metro, se e quando c’era. I tempi però sono cambiati, l’attuale consapevolezza che questi mesi probabilmente falcidieranno la categoria, costringeranno molti locali a ridimensionarsi, a reinventarsi e qualcuno inevitabilmente a sparire ha smosso le coscienze, le menti. Lo stop forzato ci ha portato più a pensare e l’amarezza di momenti vuoti ha fatto sì che qualche idea prendesse forma. Molti d.j.’s protagonisti in un settore ricordiamolo già comunque vicino all’ esaurimento si sono trovati “nudi” davanti a questo momento storico, senza lavoro e prospettive, senza un ammortizzatore ed un riconoscimento che è realtà assodata per tutte le categorie produttive. I come eravamo ed i “c’era una volta” nella discoteca per me hanno sempre avuto un suono triste a metà fra la rassegnazione e l’incapacità di creare ed inventare. Non dico a questo punto che quando questa pandemia terminerà e torneremo a tutte le nostre abitudini e quindi anche a ballare, bere un drink in un lounge-bar o a saltare ed a fare cori con un tovagliolo in mano (magari per festeggiare una volta andrò anch’io) molto del “già visto” non ritorni esattamente come nel 2019 ma per qualcuno potrà essere il momento di una rinascita o di una ripartenza sperimentando prodotti nuovi e questo anche per la categoria del d.j.

La consapevolezza e la volontà, non dico di uscirne migliori, tutti saremo esattamente come prima (qualcuno pure peggio), ma almeno  di essere rappresentati e visibili ha fatto sì che A-DJ e la nuova nata S.I.L.S si siano incontrati confrontandosi su progetti ed idee. Gli intenti sono gli stessi per persone che in fondo parlano la stessa lingua ed all’ orizzonte appare la creazione di un “Albo Nazionale D.J.”  Le strategie operative sono in corso, il tutto per cercare di trovare soluzioni e dare un giusto inquadramento a questa figura professionale. L’albo, a differenza di esperienze passate, sarà a questo punto un lavoro corale ed inclusivo, sfuggendo al pericolo di diventare una lobby ma dove le associazioni unite individueranno e daranno spazio ai professionisti, senza vincoli di età o popolarità per esempio, cercando un’adesione da parte dei disc-jockey che si proporranno per inquadrarli in una vera e propria categoria che rispetterà naturalmente in primis i requisiti delle regolari adempienze lavorative. Dalle difficoltà di questi mesi questo potrebbe essere un ottimo modo per uscire da un’impasse che dura da sempre per un settore mai riconosciuto perché pressochè invisibile e diventare vera categoria. I tempi sono maturi, sarà un passo necessario per sopravvivere e qualificarsi, per crescere di credibilità ed in fondo non bisogna disperare, gli stessi titolari di discoteche e club e le loro diverse associazioni non hanno mai brillato per unione e comunione di intenti trovandosi a loro volta poco “ascoltati” dalla politica ed esattamente “nudi” quanto i loro d.j.’s.  Sarà un percorso di certo tortuoso ma non impossibile ed a questo punto una via obbligata  probabilmente per sopravvivere.

photo credits: Pacha Ibiza, Old Man Say

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Old Man Say, dee jay e music designer, inizia il suo percorso ed evoluzione musicale negli anni ’80. Tante le esperienze in club italiani quali Tino Club, Vie en Rose, Cenerentola, Harem, Indie, Plaza, Gatto e la Volpe, Menhir, Teatriz, Slap e Scimmie, per poi arrivare a Beach Club e Lounge Bar come Vistamare beach & suites, Cafe della Rotonda, Oro Bianco. Dal 2015 vive e lavora in Ibiza ove e’ dj-resident di Jockey Club, Hard Rock Hotel nelle consolle del Beach club, per i pool party nella piscina Splash e nell’esclusivo 9Ninth roof-top e di Sa Punta fine diningrestaurant. Ha avuto l’occasione di essere ospitato in altre realta’ ibizenche in questi anni quali Savannah, Experimental Beach, Km5, Hotel Pacha, Sunset Ashram, Kumharas, Hotel Santos, Enigma beachclub, Raco Ibiza fino alla prestigiosa consolle del Pacha’ per il party Elements oltre a proporre i suoi dj-set su Ibiza Global Radio e Pure Radio Ibiza. Esperienze worldwide in Egitto al Pier 88 Cairo ed al Club 88 El Gouna, Le Palace e La Montaigne a Marrakech (Marocco) e Nub Lounge ad Amman (Giordania).Propone set di matrice deep, elettronica, downtempo, house e nomad-houseCollabora settimanalmente con OA Plus nella rubrica “Flashlight”.

www.soundcloud.com/beat1965

 

 

 

 

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