di Alessandra Bisanti

Un hikikomori (termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”, “isolarsi” deriva dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”) è un individuo che sceglie di ritirarsi volontariamente e fisicamente dalla vita sociale, cercando spesso condizioni assolute di isolamento e confinamento dalla realtà esterna.

Il fenomeno si manifesta principalmente nel genere maschile in una fascia di età compresa tra i 14 e i 30 anni, con un trend maggiore nelle famiglie di ceto medio-alto. La manifestazione sembra a tratti invisibile come gli individui che ne soffrono. Tali soggetti, infatti, vivono relegati in una stanza, principalmente la camera da letto, rifiutando di uscire e vedere gente. Trascorrono la maggior parte del tempo leggendo, disegnando, dormendo o navigando su Internet.

La spinta principale che li induce ad isolarsi è proteggere loro stessi dal giudizio del mondo esterno. Le cause di tale manifestazione, insorta prima dell’avvento del pc, sono molteplici. L’isolamento può durare da alcuni mesi fino ad anni e non si risolve mai in maniera spontanea.

Il fenomeno nasce in Giappone e appare strettamente collegato alle peculiari caratteristiche della società giapponese, oltre che ad una predisposizione individuale. La società giapponese, difatti, è estremamente competitiva e dà molta importanza all’autorealizzazione ed al successo professionale. Affermarsi nel mondo del lavoro appare dunque l’unico modo di soddisfare le aspettative imposte dalla società. Pertanto, il mancato raggiungimento dell’obiettivo
rappresenta un totale fallimento personale.

Per numerosi giovani ed adulti l’autoisolamento all’interno delle mura domestiche rappresenta l’unica possibilità di combattere il conformismo sociale. Il fenomeno apparirebbe dunque un vero e proprio meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle pressioni di realizzazione sociale, caratteristiche delle società economicamente più sviluppate che pongono un’attenzione particolare alle performance scolastiche, all’estetica ed alla realizzazione nel mondo del lavoro.

Attualmente in Giappone si contano oltre 500.000 casi, ma secondo le associazioni che si occupano del fenomeno il numero potrebbe addirittura aumentare raggiungendo il milione. Nel nostro Paese, invece, secondo stime non ufficiali i casi sarebbero 100.000.

Molti hikikomori non riconoscono da soli il problema che vivono e non sono disposti ad uscirne. Solitamente è la famiglia a chiedere aiuto, consapevole dell’insostenibilità della situazione. L’approccio corretto per aiutare l’hikikomori ad uscire dalla spirale dell’autoisolamento richiede, infatti, il coinvolgimento di entrambi i genitori per sollecitare il figlio a trovare la propria strada nella vita.

L’approccio farmacologico si rivelerebbe utile nella fase acuta, quando il soggetto, dopo anni di isolamento, può manifestare una sindrome paranoide

Alessandra Bisanti, Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

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Crediti Foto: SHUTTERSTOCK


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