By Old Man Say

Ho pensato molto a Josè Padilla dal momento in cui, alcuni mesi fa, fece una crowdfunding per poter curare il tumore al colon che poi non gli avrebbe lasciato scampo ed affrontare un momento di crisi economica personale. Credo che ricalcasse ancora l’immagine del d.j. puro, il vero selezionatore che sperimenta, ricerca e propone, fuori dalle mode, dal marketing, dall’universo social.

Ad onore del vero Josè non è stato solo un dee-jay: personalmente ci vedo molto di più. Sebbene avesse all’attivo decine di produzioni e remix, abbia contribuito a creare una collana di CD divenuta famosa per il mondo oltre ad aver lanciato a livello globale un lounge bar, il Cafè del Mar, che ha fatto della “puesta del sol” la sua fortuna diventando sinonimo stesso di “puesta del sol”.

A lui si può attribuire di essere il creatore ed il divulgatore di un genere musicale fatto di momenti ed emozioni, il merito di aver raccolto centinaia di tracce musicali spesso differenti fra loro e di averle fatte convivere dandogli armonia per farle diventare colonna sonora di un particolare momento della giornata, quasi rituale, quello del tramonto.

Nell’ Ibiza più autentica degli anni ‘80/90 che si divideva tra i club Pacha, Amnesia e Ku (poi diventato Privilege) ed in seguito lo Space, animata da d.j.’s spagnoli come Alfredo, Cesar de Melero, Jon Sa Trincha e Pippi (ibizenco d’ adozione ma italiano d’origine), dai primi disc-jockey e promoters inglesi che si erano visti proibire i party in Inghilterra ed avevano eletto l’ isola come meta per i loro week-end ed alcuni d.j. italiani fra i quali Franco Moiraghi, i momenti del tramonto al Cafè del Mar  (inaugurato nel giugno del 1980) e poi del Mambo, Sunset Ashram e Kumharas dei pomeriggi in spiaggia e delle serate che regolarmente iniziavano con lo “struscio” al porto. Dagli ultimi scampoli temporali di un’isola hippie ed anti conformista, movimento nato verso la fine degli anni sessanta e cresciuto fino ad esaurirsi naturalmente in concomitanza con il primo boom turistico degli anni novanta. Ecco credo che qui si possano trovare le origini di questo disc-jockey.

Un flyer storico degli anni ’90.

Era l’Ibiza di Julio Iglesias, Grace Jones e George Michael all’ Hotel Pikes, l’Ibiza che vide Montserrat Caballè in duetto alla discoteca Ku con Freddie Mercury cantando “Barcelona” il 29 maggio 1987, di Bob Dylan che andava a cavallo sulla spiaggia, delle teste coronate europee, delle top model, delle rock star e dei v.i.p. che ballavano in pista al fianco di turisti spensierati ignari della loro presenza. Decisamente un’altra epoca. Credo che Josè Padilla venga proprio da qui perché giustamente ha potuto respirare questa atmosfera, immergersi in questa dimensione senza essere contagiato dallo star-system dei dj’s internazionali che hanno impazzato dagli inizi del nuovo millennio. Carlos Martorell celebre p.r. sull’ isola da oltre cinquant’ anni, maestro di cerimonia di Pacha, (apertura compresa nel 1973) Ku e di Amnesia racconta fra centinaia di aneddoti che all’ epoca le maxi discoteche di ora in quegli anni erano “case payes”, case rurali riadattate, spazi open-air ove ti avvicinavi al d.j. per fargli una richiesta, nulla di ciò che sono ora, “semi-dei” strapagati attorniati da amici adoranti dentro alla consolle spesso attorniata da tavoli del valore di migliaia di euro.

La discoteca Pacha nel 1973 anno di apertura.

All’apertura del Pacha si disse “non funzionerà, non è in centro” ed ora di una frase del genere si può solo sorridere dal momento che viene gente ed affitta auto lussuose per girare per la città. “Ho visto un incidente in una rotonda fra un Lamborghini ed una Ferrari, ha dell’ incredibile” dice Toni Riera, autore delle foto più emblematiche sull’isola e di tutte quelle fantastiche immagini che potete vedere dentro alla discoteca Pacha, in un intervista del 2017.

Il fotografo Toni Riera

Ho avuto l’onore grazie ad una fortunata coincidenza di poter lavorare insieme a Josè. Le coincidenze sono tutto ad Ibiza penso, si trasformano spesso in opportunità. Nell’isola puoi incontrare la persona giusta in ogni momento; alla barra di un bar, in un “privado”, a far la spesa al supermercato o semplicemente “suonare” insieme ad un disc-jockey che hai sempre ammirato. I set in ristoranti e beach-club sono spesso lunghissimi, fino a sette ore, al contrario delle esibizioni dei d.j. star nei club che, a parte rare eccezioni, non passano mai le due.  Venni chiamato quindi nel 2015, mio primo anno sull’ isola, per fare un paio d’ore prima di lui e l’ultima mezz’ ora di chiusura al Jockey Club di Salinas. L’ amore per la buona musica, il “buen rollo” come si dice qui, del titolare Oliver Lanzoni è noto ed aveva fissato diverse date a Josè Padilla. Parlai un po’ con lui, emozionato; entrambi lavoravamo ancora con CD e questo ci fece sorridere, da parte sua l’impossibilità di non poter usare i vinili, dalla mia la pigrizia del non voler cambiare sistema di lavoro da compact disc a USB.

Jose alla consolle del Jockey Club

Umile e timido, innamorato del lavoro dietro al mixer e forse un po’ stanco dell’ambiente e di una Ibiza che probabilmente non lo amava più come all’inizio quando il contraltare delle sfrenate notti sui dancefloor erano le sue sessioni al calar del sole piene di emozioni ed atmosfere dai sapori  andalusi ove potevi ascoltare una canzone di Lucio Battisti una traccia jazz di Pat Metheny o elettronica di “A Man Called Adam”. Ma tutto cambia e così anche il “mood” dell’isola che dagli anni duemila ha sempre dato più spazio al business, al lusso e ad un mercato turistico di massa a discapito di un’atmosfera bohemienne che gradatamente è sempre venuta meno. Non è una colpa, cambiano semplicemente i tempi, le mode, le abitudini, spesso anche quello che vuole la gente, quello che desiderano trovare le nuove generazioni. Personalmente, ma è una mia opinione, non amo ripetere la frase all’infinito “era meglio prima”. Se mi riferisco alla musica, alle atmosfere, alle situazioni, l’esclamazione ha il sapore di essere ancora più “vecchia” del periodo al quale ci riferiamo. Preferisco dire “era differente” poi sta ad ognuno di noi trovarci una bellezza e, se ne siamo in grado, portarci un miglioramento ed accrescerne l’ interesse per chi guarda o ascolta.

Un dee-jay anni fa mi disse: “Una volta quello che funzionava in Ibiza andava per il mondo, ora quello che funziona per il mondo arriva ad Ibiza e quello che arriva non è necessariamente sempre buono”. In queste due righe credo sia riassunto tutto. L’isola era terra fertile per creare, lanciare mode e tendenze ora semplicemente, per amor di economia, le assorbe.

Tristemente se ne è andato, in punta di piedi, chiedendo un’aiuto che, a dire il vero, dai tanti fans ed ammiratori da ogni parte del mondo è puntualmente arrivato insieme a migliaia di messaggi di amore e stima sincera; non è bastato però davanti ad un male incurabile. Ci rimarrà lo stile del suo sound, il poter pensare, per tutti quelli che fanno con passione il suo stesso lavoro, che un buon d.j. “non ha età” se le sue selezioni sono buone, che ci sarà sempre spazio se la voglia di essere attuale ma allo stesso tempo di essere fine conoscitore del passato non si spegnerà, se non si cadrà nell’oblio della comodità e del disinteresse per quello che si fa. Si può essere un ottimo professionista anche al di fuori di un circo social che rende schiavi delle apparenze e spesso uccide la vera essenza e sostanza di un artista buttando un pugno di fumo in faccia ai tanti followers, sovente mascherandone il valore. Rimarrà, ne siamo certi, sua impronta e sicuramente ad ogni “puesta del sol” in tanti, nel momento esatto in cui il sole si tufferà nel mare, penseranno a lui.

Adios Ayer Josè.

 


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