Sono trascorsi quasi due anni dall’inizio delle riprese di quello che sembra un film-reality globale, intitolato “Le nostre vite stravolte dalla pandemia”, di cui noi siamo attori, registi, la troupe intera, e nostro malgrado spettatori. Quello che è iniziato a Gennaio 2020 ed è ancora in corso sappiamo non essere un film ma la nostra vita è cambiata con uno switch continuo tra 1984, The Truman Show, Metropolis, Contagion, Io sono leggenda, e molti altri. Il modo di vivere una pandemia, una tragedia o un trauma è estremamente soggettivo, come lo è la rielaborazione del lutto e arrivati ad oggi, quello che più conta non sono sicuramente le risposte, quanto le domande che ci poniamo e le prospettive con cui guardiamo ai fatti. Famosa è la citazione di Einstein “Non si possono risolvere i problemi con lo stesso livello di conoscenza in cui sono stati creati” che si potrebbe anche leggere come “Per uscire dalla crisi è necessario immergersi dentro al problema, approfondirlo, spingersi oltre la superficie”. E questo lo si può fare solo se le domande sono più delle risposte che crediamo già di possedere.

“So di non sapere” è un evergreen ma riflettendo sul momento in cui Platone ci racconta che Socrate lo pronuncia, cioè davanti alla giuria che lo condannerà a morte, diventa emblematico. E scomodando ancora Socrate, ricordiamo quanto è importante da più di 2400 anni la maieutica, l’arte di un’ideale “levatrice ( μαῖα, in greco antico) cognitiva”, volta a spingerci ad un’autonoma produzione di idee.

E ancora, si attribuisce ad Oscar Wilde l’aforisma “Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno“. Potremmo continuare con le citazioni a lungo ma ci basti sapere che sono tutte vere, tutte applicabili alla vita. La continua produzione di domande ci salva, le (sole) risposte ci limitano.

Un aspetto del naturale istinto di affidarci ad un oracolo che ci dia delle risposte è l’importanza divina di cui abbiamo investito la Tecnologia, la nostra “Sibilla Delfica”. A lei ci affidiamo totalmente, la nostra vita è nelle sue mani, per tornare alle citazioni filmiche e letterarie di cui sopra. Non è un caso che il fatturato del colosso dell’e-commerce Amazon nel 2020 (l’ “anno d’oro” anche per le piattaforme di streaming e dei social), sia di 44 miliardi di euro. “The Guardian” (4 Maggio 2021: https://www.theguardian.com/technology/2021/may/04/amazon-sales-income-europe-corporation-tax-luxembourgne ha pubblicato il bilancio e sollevato il dubbio riguardo la tassazione tutta speciale di cui godrà in Lussemburgo, Stato in cui ha sede. Intanto, mentre il mondo va a rotoli, Jeff Besos, patron di Amazon, ne è l’uomo più ricco e il 20 luglio ha conquistato anche lo Spazio, per 11 minuti.

 Steve Jobs, il più “umano” dei Grandi Geeks americani e papà della Apple disse invece: A volte quando fai innovazione fai degli errori. È meglio ammetterli subito, e continuare a migliorare le tue altre innovazioni”. Lui tra i primi si espose in prima persona sugli errori che la tecnologia poteva commettere (oltre a quelli tecnici anche quelli sull’invasione della privacy, l’uso dei dati, intromissione nelle vite) e sull’importanza di saper sbagliare e soprattutto ri-scrivere una narrazione diversa. E sempre “The Guardian”, insieme a “New York Times” nel 2018 ha scoperto il vaso di Pandora su Cambridge Analytica, sull’uso improprio dei dati sensibili personali, anche attraverso Amazon e Facebook (qui l’articolo a riguardo, pubblicato da “Il Post” il 19 marzo 2018 https://www.ilpost.it/2018/03/19/facebook-cambridge-analytica/).

Per fare un parallelismo, come il virus è un nemico invisibile, sulle cui origini ricerchiamo ancora certezze, e la cui unica difesa (almeno inizialmente) era l’isolamento, così la tecnologia, le “macchine”, i device, nei modi più subdoli possono diventare nemici invisibili, spingendoci a isolarci, estraniandoci dal contatto col “Reale”, raccontandone una versione plastica, una “realtà aumentata” ma depotenziata dell’umano.

Questo excursus è iniziato con l’elogio all’interrogarsi, al dubbio, un tributo all’indagine paradigma di un’esistenza in crescita, e non di titoli e quotazioni ma di umanità, lo stesso dubbio che può portare a chiedersi quando la tecnologia può invece indiscutibilmente unire e aiutare. E ho pensato soprattutto alle testimonianze di persone ricoverate durante la pandemia, che non hanno potuto incontrare nessuno, isolate in ospedale in “igloo” di macchinari e teloni di plastica. La loro forza è stata anche poter effettuare videochiamate con i propri cari, booster di vitalità per uscirne, uno stimolo in più a guarire. Poi non ho potuto fare a meno di pensare a chi è riuscito a salutare e accompagnare i propri cari al fine vita solo attraverso lo schermo, in un’insostenibile “interruzione del sacro” quando gli era negato qualsiasi altro modo. Questa riflessione che può sembrare parte di una danza macabra è in realtà uno stimolo a cercare nuove risorse, dentro e fuori da noi.   

Ho pensato allora di parlarne con un tanatologo, che in campo psicologico si occupa di sostegno, per tutte le casistiche di traumi legati alla morte, o di supporto all’accompagnamento al fine vita e l’elaborazione del lutto. Perché parlare di morte fa parte della vita. Il Prof. Francesco Campione è stato Professore di Psicologia Clinica alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, Direttore del Master Universitario in Tanatologia e Psicologia delle situazioni di crisi, del Corso di Alta Formazione nell’Assistenza Psicologica di base e al lutto traumatico e naturale, tra i fondatori dell’ International Association of Thanatology and Suicidology e Presidente dell’Associazione “Rivivere” che si occupa di interventi di aiuto psicologico che permettono alle persone di affrontare situazioni di crisi e lutto. Conduce gli incontri del “Circolo dei Mortali” in cui vengono affrontate le tematiche legate alla morte e al lutto. E’ importante raccontare cos’è un “Death Cafè”, o Circolo dei Mortali.

Il grande filosofo Emmanuel Lévinas, spesso citato anche dal Professor Campione, era profondamente influenzato dall’esistenzialismo cristiano di Kierkegaard, ha spesso trattato queste tematiche (si legga Dieu, la mort et le temps”, Ed. Grasset, Parigi 1993). Il suo pensiero è che “Si può affrontare morte e lutto nel senso del parlarsi degli uomini, come se morire concludesse la vita di una persona ma la aprisse inserendola nella vita di tutti” e prosegue dicendo che “Ciò che importa è come le persone si lasciano, non tanto se si è disperati o meno, o la qualità della vita che hanno vissuto; aiutare le persone vuol dire non vivere solo per se stessi ma vivere anche per coloro che li hanno lasciati affidandogli in un certo senso la vita”

°Professor Campione, la filosofia degli incontri del “Circolo dei Mortali” è che “parlare della morte aiuti a vivere meglioe nasce da una tradizione nordica, lontana dalla nostra cultura…

Sì, il “Death Cafè” è stato inventato in Svizzera (dal sociologo ed etnologo Bernard Crettaz che asserì “è il solo modo, per i vivi, di non restare nel dolore”, ndA) e poi si diffuse in Inghilterra e negli Stati Uniti. E’ una tradizione che ha intercettato aspetti della cultura anglosassone che sono più sensibili, lì si è maggiormente sviluppata quest’idea di incontrarsi per parlare della morte, che è il “Death Cafè”, o come l’abbiamo chiamato noi “Il circolo dei mortali”. L’idea fondamentale è che tutti pensano alla morte, più o meno: ci sono una serie di situazioni, malattie, oggi la pandemia, il fatto che passa il tempo e si invecchia, crisi esistenziali, depressione, che ci fanno pensare alla morte. Non è vero che non ci si pensa.

°Qual è la reazione più comune a questo pensiero?

Le persone cercano soprattutto di distrarsi, allontanandolo, seguendo un meccanismo di difesa, di evitamento appunto, pensando che evitando il pensiero sia tutto risolto ma in realtà il pensiero torna quindi alla base del Circolo c’è l’idea che parlarne corrisponda a elaborare il pensiero ed escogitare delle soluzioni culturali, come da sempre fa l’Umanità. Si può affrontare il pensiero della morte in due modi: o cercando di evitarlo, che è quello che la nostra cultura fa dicendo che bisogna distrarsi: c’è il tabù della morte, la “rimozione”; oppure si può pensarci, che vuol dire affrontarlo per superarlo, e in questo senso parlarne tutti insieme, come avviene negli incontri del “Circolo”, funziona. Parlandone si sta meglio.

°Citavamo l’Inghilterra o altri paesi ancora più a nord, come la Svezia, in cui è presente una dicotomia: da una parte vige storicamente la cultura nordica del parlare liberamente della morte, e allo stesso tempo abbiamo osservato come abbiano “centellinato” le restrizioni durante la pandemia. Hanno ricominciato prima di noi a “vivere” quest’anno, riaprendo tutto già prima dell’estate, quasi come se non ci fosse più l’emergenza e muovendosi senza mascherine…

Certo, e ricordiamo ancora prima l’atteggiamento iniziale del Primo Ministro Johnson nel Regno Unito, che in poche parole è stato “preparatevi alla morte dei vecchi, lasciamo che il virus prosegua, raggiungiamo l’immunità di gregge in modo naturale e chi si è visto si è visto!” Poi quando lui si è ammalato ha ridimensionato tutto e introdotto restrizioni concrete. E anche in Svezia, non c’erano limitazioni, era tutto affidato al buonsenso della popolazione. Perché però Johnson ha potuto fare quelle affermazioni ? Perché nella cultura nordica il discorso della morte è più “aperto”, non è un tabù. Qui in Italia è esattamente il contrario, si è subito detto “prima di tutto proteggiamo i nostri anziani, combattiamo la morte”. Due atteggiamenti opposti nei confronti della morte: il primo la tiene presente, il secondo cerca di rimuoverla.

°Da anni subiamo una “normalizzazione” delle immagini di morte trasmesse durante i TG anche all’ora di cena, pensiamo a quelle di guerra in Medio Oriente o agli attentati, alla cronaca nera, come se ci fosse quasi un’ anestetizzazione. Ma nel 2020 si è verificata una spaccatura in particolare, un “prima e dopo”, visivo, in un arco temporale molto breve. Infatti in poche settimane si mostravano ripetutamente le immagini drammatiche, disumane, dei i camion e veicoli militari con le salme dei morti per covid.

Sì, prima non vedevamo la morte naturale ma la morte violenta, collettiva. Quella che viene rimossa è la morte naturale. Nel gruppo ad esempio si parla della morte “a ruota libera”. Prima della pandemia, il bollettino quotidiano sulle morti non c’era, non esisteva il fatto di ricordare continuamente il numero dei morti. Prima che succedesse quest’emergenza quando nei vari studi e questionari si faceva alle persone la domanda “come ti senti quando pensi o quando parli della morte?”, tutti rispondevano: “preferisco non parlarne, perché mi sento peggio se ne parlo”.

°Quale cambiamento avete osservato negli studi clinici e psicologici?

Abbiamo posto questa domanda nell’aprile 2020, in pieno lockdown, ad un campione di 400 persone: “quando tu pensi alla morte preferisci evitare di parlarne o ti senti meglio se ne parli?” Ecco, inaspettatamente il 90% delle persone sta rispondendo ancora oggi “preferisco parlarne perché mi sento meglio”. Questo è un primo cambiamento che abbiamo verificato in seguito alla pandemia. Avere “sbattuto letteralmente in faccia” tutti i giorni il bollettino dei morti ha richiamato alla nostra memoria che si muore. Le persone quindi ci chiedono sempre di più di parlarne durante gli incontri, non volendo più evitarne il pensiero.

°Prima della pandemia eravamo abituati a pensare “in presenza” qualsiasi incontro, dal caffè con gli amici ai meeting di lavoro, per poi essere catapultati ad un isolamento improvviso. Quali sono state le riflessioni fatte sulla tecnologia, in relazione anche ai vostri incontri del Circolo dei Mortali, che prima si svolgevano di persona a cadenza regolare? Come si sono adattati i partecipanti al nuovo modo di comunicare, all’uso della tecnologia: il parlare davanti ad uno schermo di argomenti così delicati ha facilitato o frenato la capacità di confrontarsi sulla tematica del lutto, della morte?

Direi che il risultato è stato più o meno lo stesso, da una parte i partecipanti sono favoriti nel parlarne perché in un periodo in cui si rischiava così tanto stando vicini, è stato e in alcuni casi è più sicuro ovviamente parlarne stando a casa. Certo, non c’è l’incontro dal vivo con gli altri, ci si sente meno vicini appunto. Però abbiamo notato nei numerosi incontri sulle piattaforme online che le persone si esprimono ugualmente, con fiducia. Ma quello che ci ha colpito è un bisogno “nuovo” di parlare di queste tematiche e pensarci, perché tutti i giorni ne parlano, ce lo ricordano, ora non possiamo più rimuovere il pensiero e quindi sì, parliamone, perché così almeno si cercano delle risposte.

°Lo studio a campione di cui si parlava è ancora in corso? 
Sì, abbiamo creato un campione di 400 persone, però soprattutto psicologi o persone con determinate caratteristiche quindi vogliamo prossimamente estenderlo ad un target sempre più ampio.

°Focalizzandoci sul ruolo della tecnologia ad ampio spettro: quella usata per gestire i gruppi che si formano al Circolo dei Mortali ma anche l’effetto che ha avuto sull’isolamento, la solitudine, il pensiero del lutto e della morte. Per uno psicologo, uno studioso o un ricercatore nel suo campo di studi si è rivelata un asso in più nella manica?

Certo, ci ha consentito di continuare a riunirci, a parlarci, perché altrimenti avremmo dovuto interrompere, da questo punto di vista ci ha dato un vantaggio. Per molti dei partecipanti rinunciare, non partecipare agli incontri sarebbe stato un vero problema. E nel mio campo si sono potuti organizzare anche tanti seminari, psicoterapia online, gruppi ecc. E’ stata sicuramente una novità, e all’inizio c’è stata una fase di rodaggio, le persone hanno dovuto abituarsi ad un nuovo mezzo ma il risultato credo sia stato proficuo.

°Si è verificata anche una tragica “interruzione del sacro”: i funerali che non potevano essere officiati per tutte le problematiche legate ad assembramenti e alla diffusione del contagio soprattutto nei mesi di picco…

La morte in una cultura è come un sistema che ha varie dimensioni e una di queste è l’atteggiamento nei confronti della morte, la concezione, come si reagisce al pensiero, se lo si esplicita o meno. L’altro aspetto è quello del lutto, ovvero come si gestisce l’ultima fase della vita, se si accompagnano i cari nella fase terminale e come si elabora il lutto dopo. Nella nostra inchiesta era presente una domanda che riguardava anche quest’aspetto, il lutto. Prima della pandemia la consapevolezza che fosse importante poter accompagnare i familiari nell’ultima fase o fare il funerale, poter attuare tutti i rituali per il rito di passaggio per l’aldilà era in realtà vacillante, c’era una forte crisi. La maggior parte delle persone non trovava fondamentale il rito del funerale, quasi un onere eccessivo per loro, alcuni demandavano ai medici l’accompagnare nelle ultime fasi, perchè lo ritenevano troppo difficile, volevano che fosse loro evitato. Dopo l’esperienza della pandemia, e quindi anche dell’impossibilità in molti casi di accompagnare i cari nella parte finale e di fare un adeguato funerale ha portato le persone a rispondere diversamente alla domanda: “qual è il modo migliore per affrontare le ultime fasi e il passaggio del funerale?”. Molti ora rispondono che è indispensabile fare il funerale e seguire tutti i “riti di passaggio”. Come quando uno ha la mano con tutte le dita e dà per scontato che la mano sia attaccata e si muova. Quando poi perde un dito si rende conto di quanto importante fosse. L’impossibilità di accompagnare i cari e fargli il funerale, dire loro addio, ha reso le persone più consapevoli dell’importanza del lutto collettivo, dell’accompagnamento e dei rituali funebri, dal morire alla morte. Questo è un dato importante riferibile al sistema della morte, l’indizio è proprio che ci possa essere anche nel futuro una maggiore consapevolezza riguardo a questo. In pieno lockdown è uscita una prima edizione del mio libro che tratta anche queste tematiche e a fine mese uscirà la seconda edizione, “Resilienza, pazienza e convivenza in tempo di pandemia”, edizioni Club Bologna.

Rispetto ai cambiamenti che la pandemia apporta al sistema della morte c’è un capitolo all’interno del libro e c’è un incontro del Circolo che l’ha maggiormente colpita ultimamente?

Gli incontri sono densissimi, di parole, emozioni, confronti. Ogni incontro dura due ore, due ore e trenta e i partecipanti parlano delle proprie esperienze di morte e lutto, si confrontano su opinioni anche molto diverse, chi pensa alla morte come cambiamento, trasformazione, passaggio nell’aldilà, chi la pensa come un dispetto. Ci sono sempre confronti serrati. L’unica cosa che si può fare per capirli è partecipare. Interrogarsi del senso ultimo delle cose, svelarne il mistero.

Per informazioni sul Progetto: info@clinicacrisi.it 

Foto copertina: Angelica Sisera, Mare


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