Di Gerardo De Vivo

“Siamo donne, oltre le gambe c’è di più” cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno. Era il Sanremo 1991. “Se stiamo insieme ci sarà un perché”, cantava il vincitore Riccardo Cocciante. “Perché lo fai”, incalzava Masini, terzo classificato. La risposta lo forniva il secondo classificato, Renato Zero: “Spalle al muro”. Lontane dal dibattito da podio, Jo e Sabrina provano a far capire al mondo che le donne non erano solo bellezza da esibire. Sono passati 31 anni, potrebbero partecipare ancora al Festival con lo stesso pezzo, stesso testo, tristemente attuale. Perché la prima sera abbiamo assistito alla presenza più che marginale di Ornella Muti, tanto marginale da far evocare ieri a Checco Zalone la valletta muta. Uno spazio in più ieri per Lorena Cesarini, ancora lontana però dal ruolo sulla carta previsto, condurre con Amadeus. “Con”, non un passo indietro, non al fianco. Non sono critiche a questo Festival, sono amare riflessioni sul fatto che tre lustri non hanno impedito al Paese di rimanere impelagato in dibattiti a volte accademici sulla parità di genere. E allora ben venga la presenza di Drusilla Foer, la nobildonna toscana inventata dall’attore Gianluca Gori, che ne ha fatto il suo alter ego, co-conduttrice designata di stasera e protagonista della conferenza di oggi. “Dovevo essere la figura scandalosa di questo Festival, ma non sembra che ne manchino, sia tra gli ospiti che tra gli artisti in gara. Alla fine io sono solo molto alta”, il suo esordio folgorante. Poi liquida le polemiche della comunità Lgbtq sull’esibizione di Zalone accusato di omo-transfobia. “Se solleva un dibatto credo che sia comunque un momento di valore”. E sul sogno di un prossimo Festival condotto solo da donne in tutti i suoi ruoli, liquida così ogni tentazione di quote rosa: “Sarebbe molto ganzo, ammesso che questa signora sia brava nel farlo, perché io sono prima per la meritocrazia”. 30 anni dopo, siamo ancora al dibattito “oltre la gambe c’è di più”.

 

 


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