E’ stato per dieci anni, dal 1977 al 1987, la voce di The Alan Parsons Project, cantando alcuni fra i brani più famosi della mitica band britannica pioniera del rock sinfonico come I Wouldn’t Want To Be Like You”, “Games People Play”, “You Don’t Believe” e “Damned If I Do”. E oggi, dopo più di 30 anni da solista, Lenny Zakatek si prepara a cantare di nuovo queste ed altre pietre miliari della discografia di Alan Parsons ed Eric Woolfson in un nuovo album remake dei maggiori successi della band inglese in uscita nel 2020, realizzato e prodotto in collaborazione con la Skeye del musicista e produttore discografico Massimo Numa. L’album conterrà 26 tracce scelte fra i maggiori successi di Alan Parsons registrate con l’ausilio delle più moderne tecnologie audio e realizzate da un band di 9 musicisti, un’orchestra sinfonica e un coro lirico di 24 voci.

Stiamo parlando di Lenny Zakatek, anche noto come “The Voice”, cantante inglese classe 1947 con una lunga e importante carriera artistica alle spalle, dagli esordi a metà degli anni Sessanta con la band dei Gonzalez, con la quale ha realizzato diversi brani di successo come la disco hit “I Haven’t Stopped Dancing Yet”, alla collaborazione durata 10 anni, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, come studio vocalist con The Alan Parsons Project, fino alle pubblicazioni da cantante solista (“Lenny Zakatek”, 1979; “Small But Hard”, 1989) e alle collaborazioni sia come cantante che come manager e produttore discografico dagli anni Ottanta fino ad oggi. In tutti questi anni Zakatek è sempre rimasto sulla cresta dell’onda musicale internazionale, senza mai smettere di sperimentare. E proprio questa voglia di mettersi sempre in gioco unita alla passione per la musica lo ha portato qualche anno fa, nel 2016, a incontrare Massimo Numa e la sua band e a decidere di realizzare insieme a loro questo nuovo ambizioso progetto discografico dedicato agli Alan Parsons Project, che per lui, come ci ha raccontato in questa intervista, rappresenta più un ritorno al futuro che al passato.

 

INTERVISTA

Nel 2010 hai annunciato di voler tornare a cantare le canzoni di Alan Parsons Project e oggi stai collaborando alla realizzazione di un nuovo progetto discografico remake dei maggiori successi della band, che uscirà nel 2020. E’ un sogno che diventa realtà?

 Assolutamente sì. Io ho due sogni: il primo è la realizzazione di questo album con la band Skeye, che stiamo per finire. L’album contiene 26 brani, un progetto veramente ambizioso, di cui 10 cantati da me, altri da Massimo Numa e da alcune guest. Molte tracce sono solo strumentali, e sono meravigliose”.

E il secondo sogno qual è?

(ride)… “Lavorare in Italia con musicisti italiani e cantare con un’orchestra. Per me rappresenta una grande opportunità, una fantastica esperienza. L’ultima volta che ho cantato accompagnato da un’orchestra è stato qualche anno fa con la Royal Philharmonic Orchestra di Londra, E’ stato meraviglioso, ma troppo veloce, perché ho cantato solo una canzone, una cover dei Beatles”.

Durante il periodo di collaborazione con Alan Parsons Project hai interpretato 22 brani presenti su 8 diversi album della band. In questo nuovo album canterai alcune delle stesse canzoni di allora? Com’è avvenuta la scelta dei brani?

 “Sì, buona parte dei brani che interpreto in questo nuovo lavoro sono gli stessi che cantavo con gli Alan Parsons. Molti sono quelli che amavo e che amo ancora cantare, come “Games People Play”, “I Wouldn’t Want to Be Like You”, “Old and Wise”. La scelta dei brani è stata fatta da Massimo e dai musicisti della Skeye Band e alcune sono effettivamente fra le mie preferite. Forse non mi sarebbe dispiaciuto includere anche alcuni altri brani, ma ho lasciato a loro la scelta. Sono molto soddisfatto delle canzoni che mi hanno assegnato. E onestamente, se mi avessero proposto di cantare canzoni che non amo cantare, semplicemente non avrei accettato di cantarle… (risata)”

 Come è nata la collaborazione con Massimo Numa e con la sua band Skeye?

 Ho conosciuto Massimo durante un mio show in Italia, a Dozza (Bologna), una sorta di “Alan Parsons Day” dedicato ai fan della band organizzato dagli amici Enrico Spada, giornalista televisivo, e Francesco Ferrua, autore di un libro su Alan Parsons Project. In quell’occasione Massimo si presentò come mio fan e mi propose di cantare alcune canzoni di Alan Parsons per un progetto discografico a cui stava lavorando. Subito ero scettico, perché la mia esperienza in campo discografico mi ha insegnato che nel 90% dei casi in cui ti viene proposto un progetto discografico, il progetto poi non decolla. Ma quando ci siamo incontrati di nuovo, l’anno successivo, nei miei studi discografici a Londra, e ho ascoltato i brani che stava realizzando, mi ha subito convinto: sentire quelle meravigliose canzoni magistralmente arrangiate mi ha commosso. E’ stato un momento davvero emozionante per me. Poche settimane dopo ero a Bergamo per lavorare al progetto”.

Si tratta di un progetto discografico ambizioso, a metà strada fra il remake e il remastered del meglio della discografia di The Alan Parsons Project. Il confronto con gli originali del passato è stato difficile? Che cosa pensi di questo tipo di operazione, musicale e commerciale?

Quando metti le mani su canzoni che hanno avuto un tale successo discografico, è normale fare confronti con il passato e con la produzione originale. La produzione di un album è un’operazione molto delicata, che richiede grande esperienza e competenza. Io ho sempre cercato di cantare in questo album come ho sempre cantato, cercando di rimanere sempre me stesso. E mi sono fidato subito di Massimo e del suo staff. Il lavoro di registrazione dell’album è stato fatto in maniera magistrale. Non si tratta di un album tributo: quando lo ascolti senti tutta l’energia di Alan Parsons Project e un grande rispetto per gli originali”.

“Honouring The Music of Alan Parsons & Eric Woolfson” è il nome dell’evento live che avete portato sul palco al Lazzaretto di Bergamo a giugno dello scorso anno, una sorta di data zero, per dare un assaggio del vostro progetto al grande pubblico. Sarà anche il titolo dell’album?

Non abbiamo ancora deciso il titolo dell’album. L’evento è stato un successo, ma ora stiamo discutendo con il management per decidere come presentarci al pubblico, in che veste. La Skeye Band non è una tribute band e io sono la voce originale di Alan Parsons Project. Il nostro obiettivo è rendere onore alla musica di Alan Parsons. E, perché no, penso proprio che “honour” potrebbe essere la parola chiave del nostro progetto”.

Nella tua lunga e brillante carriera di cantante, accanto all’esperienza decennale con Alan Parsons Project, hai abbracciato anche la musica dance con la band Gonzalez, raggiungendo il successo con hit come “I Haven’t Stopped Dancing Yet”; hai pubblicato due album come solista e hai condiviso il palco con Bob Dylan, Joni Mitchell, Bon Jovi, INXS. Ci sono stati momenti nella tua carriera più significativi di altri? Chi è veramente Lenny Zakatek?

 Domanda complicata… (ride). Non saprei: in realtà, non ho mai pensato al meglio o al peggio della mia esperienza professionale, nè alla fine della mia carriera. Ma c’è stato un episodio, due anni fa, che mi ha fatto capire una cosa importante. Durante una visita di controllo in ospedale, il mio cuore ha smesso di battere per 9 secondi e ho pensato di essere morto. Improvvisamente è diventato tutto nero. In quel momento non ho sentito risuonare nella mia mente “I Haven’t Stop Dancing Yet” o “Eye In The Sky”, non ho visto il viso di mia moglie, ma ho visto tutto nero. Ho pensato fosse Dio e che stessi morendo. Quando sono uscito da qual black out, ho capito che la cosa veramente importante nella vita è fare la felicità della mia famiglia ed essere felice in ogni momento in cui faccio musica. In ogni esperienza fatta, per ogni canzone che ho cantato, ho sempre sentito un’energia dentro di me e mi sono sempre detto “Ehi, questo sono io”. Ho sempre avuto rispetto di ogni cosa che ho fatto. Really, “I Haven’t Stop Dancing, and singing, Yet…”.

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