Il cantante umbro ha presentato in conferenza stampa il suo terzo disco in studio, dove racconta senza filtri la convivenza nel buio, il rapporto con il dolore ma anche la potenza dell’amore.

Un disco nato dalla solitudine, anzi “Dalla solitudine più grande che abbia mai conosciuto“. Esattamente con queste parole Michele Bravi ha descritto alla stampa “La geografia del buio, il terzo album in studio che uscirà domani, venerdì 29 gennaio, per Virgin Records.

Un artista che non ha avuto la minima paura di mettersi totalmente a nudo Michele, presentando un progetto discografico incentrato sulla pura descrizione del dolore, partendo da una citazione significativa tratta, non a caso, da “Diario di un dolore“, libro di C.S Lewis: “Avevo pensato di poter descrivere uno stato, di fare una mappa dell’afflizione. Invece ho scoperto che l’afflizione non è uno stato, bensì un processo“.

La geografia del buio” è proprio questo, il tracciamento di un labirinto: “La mia geografia è iniziata due anni fa, quando avevo appena ricominciato a guardare cosa succedeva davanti ai miei occhi – Ha detto Bravi, facendo riferimento alla drammatica vicenda che l’ha visto coinvolto nel novembre del 2018La musica non salva da niente, ma aiuta a disegnare un labirinto, la geografia è il disegno di quel labirinto, e racconta come si convive con il buio: è un concept che affronta il buio e il dolore. Credo che il dolore non debba essere ingoiato. Il dolore non va nascosto, ma mostrato in mezzo al salotto. Il dolore è un fatto, non va giudicato, è come il buio. Una casa senza buio è comunque una casa. E questa casa io l’ho voluta arredare“.

La svolta, l’origine del viaggio, è stata dettata dalla condivisione del dolore, avvenuta grazie alla persona a cui l’artista ha dedicato l’intero disco che ha condiviso per primo la sua sofferenza e, contemporaneamente, alla terapia: “L’unica forza propulsiva è la condivisione. Il dolore è un fatto enorme che entra nella vita con invadenza; se c’è un dente rotto si corre dal dentista. Per questo motivo voglio porre l’accento sulla terapia EMDR. Il dolore è un fatto enorme. Deve essere affrontato con il cinismo con cui si affronta una malattia. A me non ha salvato la musica, ma la terapia. Il dolore non si cura da solo, va portato in uno studio medico; la musica arriva in un secondo momento, ti aiuta a decifrare il dolore, non a guarirlo“.

Ma oltre al dolore, la nuova opera di Michele Bravi è pregna d’amore, splendidamente rappresentato da “Mantieni il bacio“, secondo singolo estratto che, come racconta il musicista stesso, ha avuto una gestazione particolare: “Il brano è stato composto da Federica Abbate quando aveva otto anni nel giorno della morte di sua nonna; nel tempo ha perso le parole, poi scritte da Cheope e Massimo Recalcati, ma ha conservato la melodia; è la dichiarazione d’amore più grande che io abbia mai fatto“.

Parlando inoltre del video del pezzo, rilasciato su YouTube lo scorso 25 gennaio, l’artista è tornato sul personale approccio comunicativo riguardo il delicato tema della sessualità: “In passato quando parlavo della mia sessualità non ero reticente, ma volevo avere quell’atteggiamento rivoluzionario nel voler dimostrare la parità nel non dire, un concetto utopico. Quando ho vissuto il mio dolore ho riscoperto la forza della comunità LGBTQ+ che mi ha accolto: la loro libertà di vivere l’amore ha capovolto la mia concezione; l’amore è un atto pubblico, chi ama deve poterlo condividere, questo non significa esporsi a prescindere, chi non se la sente deve sentirsi protetto; ma il mio invito è : chi ha il coraggio, si esponga. In occasione del mio primo bacio con un ragazzo, al posto delle sensazioni sentivo una voce che mi diceva: stai sbagliando. Spero che ascoltare il brano possa permettere a qualcuno di sentire il momento del bacio e non una voce che ti allontana da quel ricordo bellissimo“.

Per ciò che concerne il suono del disco, curato dal producer Francesco “Katoo” Catitti, Michele Bravi ha scelto di far emergere principalmente quello del pianoforte, rigorosamente verticale e con un certo vissuto, protagonista assoluto nelle dieci tracce: “Volevo si sentissero i respiri, gli scricchiolii, il ronzio del frigorifero, i rumori della quotidianità. C’è un brano, intitolato Sette passi di distanza, che è fatto solo di pianoforte e respiri, concepito quando ancora la mia voce non era in grado di parlare. Durante l’esecuzione in studio dalla cabina di regia è stato schiacciato inavvertitamente il pulsante rec. Si sentono le imperfezioni, il pedale non viene staccato mai, le mie dita poggiano sulla tastiera con il peso sbagliato, ma delle dita poggiate in un modo giusto non avrebbero mai potuto raccontare meglio quel determinato momento“.

Amore e dolore quindi sono i due punti focali della produzione. Ma se Michele dovesse selezionare due canzoni del nostro repertorio inerenti a questi due temi, quali sceglierebbe? “Direi C’è tempo di Ivano Fossati, una delle dichiarazioni d’amore più belle mai scritte che parla di aspettare ma che è allo stesso tempo un invito a correre, e La costruzione di un amore, sempre di Fossati, con quell’incipit (“la costruzione di un amore, spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, se te ne rimane) meraviglioso e dirompente“.

Foto: Roberto Chierici

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