Di Marta Scaccabarozzi

Alberto Vescovi è un artista con le idee chiare. La prima: quella di suonare il pianoforte a modo suo e in un mondo in cui quando si dice tastiera si pensa subito a un computer. La seconda: che nell’arte la concettualità è fondamentale. Lo dimostra con la nuova release “Universe”, così concept che non è un semplice disco. Lo abbiamo incontrato per parlarne.

 

Ciao Alberto! Ieri hai pubblicato il tuo nuovo progetto “Universe”. Quanto sei emozionato?

Ciao a tutti e grazie per questa intervista! Sì, finalmente è stato pubblicato e sono decisamente molto emozionato e curioso di sapere se il lavoro fatto piacerà. Ho lavorato molto a questo progetto, con una consapevolezza e un’attenzione molto diversa rispetto al mio primo disco “Solo in sogno”.

“Universe” è un concept talmente affascinante che va oltre ogni definizione. Raccontaci di cosa si tratta.

“Universe” inizialmente nasce come un unico progetto ovvero “Cosmonauta”. L’idea alla base era quella di realizzare un brano che fosse in qualche modo modulabile da parte dell’ascoltatore, e che permettesse di avere diversi sviluppi. È così che mi è venuta in mente l’idea di realizzare un brano, diviso in due “Sequenze”, che fosse il cardine del disco. Un brano, più possibilità di sviluppo. Da un punto di vista strutturale dovevo far coincidere e modulare i brani in modo che l’inizio e la fine di tutti fossero in una condizione di tensione/risoluzione rispetto al brano successivo e, allo stesso tempo, che ne continuassero il racconto. Così ad esempio, la fine di Sequenza_1 doveva sia risolvere la sua naturale tensione, sia essere tonalità di impianto per Sequenza_2, sia in una condizione tale che mi permettesse di far esplodere “Nova” sviluppandola e continuando il racconto. L’EP “Cinque da Oort” invece, è nato quasi per caso. Sostanzialmente mentre stavo lavorando al disco “Cosmonauta” ogni tanto veniva fuori qualche melodia che, anche se svincolate dal tema del concept, mi sono sembrate in qualche modo legate al lavoro. Sono come dei brani collaterali, scritti praticamente di getto, come degli asteroidi che arrivano lontano e dal carattere molto intimo. Da qui la decisione di dividere il progetto nei due EP “Cosmonauta” e “Cinque da Oort”.

Hai detto che quello che provi nei confronti del pianoforte è una vera ossessione e che “Universe” è il risultato di questo sentimento viscerale. In concreto: quanta importanza ha nella tua vita il pianoforte?

Moltissima. Ho bisogno di suonare tutti i giorni e credo che tutti i musicisti vivano questa stessa necessità. Mentre gli amici non vedono l’ora che arrivi il weekend per poter fare gite fuori porta, io aspetto il weekend per poter suonare 7-8 ore al giorno. Suonare e ascoltare musica (generalmente classica) sono due elementi fondamentali. Tendo ad innervosirmi molto se non riesco a suonare anche solo un’ora al giorno, e quando sono seduto al piano mi dimentico anche di mangiare. Sono arrivato anche a noleggiare un pianoforte digitale mentre ero in vacanza. Ecco quanto mi ossessiona; è praticamente una dipendenza.

In “Universe” qual è la composizione che preferisci e che meglio racconta il progetto nel suo complesso?

Sicuramente il brano che meglio caratterizza il disco è “Cosmonauta” ovvero le due Sequenze messe in successione. Questo brano, come ho già detto, è il cuore del progetto ed è una concentrazione di idee. È lo stesso racconto del disco, ma in una dimensione più intima. Mentre il disco racconta di un viaggio nel cosmo, Cosmonauta racconta il viaggio nelle emozioni dell’uomo dello Spazio ed è quindi riconducibile alla sfera del microcosmo. Il premio per questo uomo dello spazio che si spinge fino ai confini dell’Universo è la Singolarità ed è proprio “Singolarità” il brano che preferisco del disco, che chiude il lavoro ma allo stesso tempo lo fa ricominciare (visto che finisce sulla dominante della tonalità di impianto di Sequenza_1) come in un loop.

Come ti approcci alla composizione? Cosa fa scaturire la scintilla creativa?

Cosa faccia scaturire la scintilla proprio non lo so. Generalmente capita che mi sieda al piano e che le mani automaticamente si muovano a creare una linea melodica, come un flusso di coscienza. Quello che faccio è cercare di sedermi al piano sempre con lo stato vitale giusto e per fare questo attingo alla pratica buddista e alla recitazione di un mantra. Un’altra cosa che non manca mai quando sono al piano è un bel bicchiere fresco di prosecco, ma quello penso dipenda più dal fatto che io sia veneto che da reali esigenze compositive.

 Chiudiamo chiedendoti di consigliare ai nostri lettori dei pianisti contemporanei da ascoltare.

Mi piacciono molto Nils Frahm, Olafur Arnalds, YannTiersen, Lambert, Giovanni Allevi, Ludovico Einaudi, Dino Rubino e per ultimi (ma solo perché inarrivabili) Stefano Bollani e Brad.

 

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#NEWMUSICTHURSDAY di Marta Scaccabarozzi

ultimo aggiornamento: 11-03-2021


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