Questi sono tempi duri per i contatti umani e gli artisti si sa, hanno un asso in più nella manica: musica, arte, creatività possono unire anche a km e km di distanza e non fanno mai sentire soli. Lo sa bene Samuele Proto, classe 1997 che anche in questo periodo ha sfornato cover e pezzi nuovi con arrangiamenti sempre molto interessanti. È giovane il ragazzo ma con un’anima vintage e poetica. “Se non fosse perché i social sono necessari per chi suona e produce per far conoscere i propri pezzi o le date dei concerti io non li userei, a me piace creare in studio e suonare, live possibilmente”, ci tiene a precisare. E a dimostrazione di questo, nonostante il periodo così difficile, continua a riarrangiare cover magistralmente con il suo sound rock e blues che coniuga Jimi Hendrix e John Mayer, solo due dei tanti artisti maestri che hanno guidato i suoi ascolti fin da bambino.

Vi suggerisco di dare un occhio alla sua pagina Instagram in cui le cover e gli inediti pubblicati quasi quotidianamente sono un vero balsamo per i nostri animi turbati da queste settimane. C’è ad esempio la sua recentissima cover di “Tu non mi basti mai di un grandissimo Lucio Dalla in versione blues nel vero senso del termine, in cui Samuele esprime i suoi “blue devils” con un tocco morbidissimo e un solo straziante che ricorda il feeling di Stevie Ray Vaughan. O ancora, potrete trovare un interessantissimo featuring immaginario tra la popstar Bruno Mars e l’immenso Pino Daniele in cui imbraccia simultaneamente basso Yamaha e la sua inseparabile chitarra Fender. Samuele è capace di far dialogare col comune linguaggio del funk e un personalissimo groove i grandi della musica contemporanea e passata. Perché nella musica nulla è mai superato ma anzi, è la base su cui ricreare il “nuovo”.

Ho deciso di scrivere questa intervista solo ora perché le giornate mi sembrano un po’ più luminose, complice il sole, e leggere quest’intervista può sicuramente essere di stimolo anche per chi (come me) sta avendo il “blocco dello scrittore/musicista”.

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INTERVISTA

Nonostante la tua giovane età, già dai primi ascolti si percepisce il tuo profondo background rock, blues e funky. Quello che si evince anche dai tuoi brani è la volontà di unire generi così strutturati, storici e fondamentali con la musica attuale, riuscendo in un mix davvero efficace, da dove vengono quindi i tuoi ascolti e la tua ispirazione?

Sono nato in una famiglia in cui la musica è sempre stata presente: mio padre e mio fratello suonano la chitarra e in casa nostra ci sono sempre state chitarre in giro. Non ho mai suonato fino ai 13 anni, quindi ho iniziato relativamente tardi. Proprio a 13 anni ho visto una registrazione video del 2004 di John Mayer al Crossroads Festival (Il Crossroads Guitar Festival è una manifestazione musicale principalmente blues, folk, jazz e rock organizzata a scopi benefici da Eric Clapton, ndA) che mi ha completamente folgorato. Da lì ho iniziato veramente a suonare e, approfondendo lo stile di John Mayer sono andato a riscoprire il suo background, indietro nel tempo, partendo da Freddie King, Albert King, B.B. King, insomma tutti i King, arrivando poi a Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan. Ho scoperto tutto questo filone Blues, da cui è nata la musica che ascoltiamo oggi che pone le basi sul blues anche più “vecchio”. Ho riscoperto tutto ciò che ho ascoltato fin da bambino grazie a mio padre e mio fratello, quindi i grandi autori italiani, tra cui Battisti, Dalla e Pino Daniele, di cui apprezzo molto l’aspetto musicale.

Poi ho iniziato a scrivere e mi sono reso conto di come nella lingua italiana mancasse questo ibrido tra una vera parte musicale predominante e un testo in italiano più melodico. Ho avuto anche la fortuna di conoscere Simone Papi, il mio produttore, poco dopo aver iniziato a scrivere i miei pezzi. Anche lui viene da un background jazz e questo è molto importante.

Riagganciandoci ai grandi artisti della chitarra e ai cantautori italiani che mi hai appena citato, mi viene in mente il video che hai pubblicato poco tempo fa su Instagram, “Hendrix feat. Jovanotti feat. Battisti”, in cui li hai fatti incontrare e suonare insieme in una nuova dimensione temporale. Il video è davvero forte, suonato bene e il mash-up dei pezzi riuscito. Sei la dimostrazione che anche in questo periodo così complicato si possono produrre cose nuove e che l’ispirazione può ancora illuminarci, anzi forse è la nostra salvezza.

Però si sa che un Artista spesso ha bisogno anche dell’incontro con gli altri per creare. Tu come stai vivendo quindi la quarantena, come sono le tue giornate?

Sì, ci sono due aspetti di come la sto vivendo. Appena è cominciata questa situazione ho pensato: “ok, è un momento in cui posso scrivere tanto e fare pezzi nuovi”. In realtà poi mi sono reso conto che stare in casa non dà nessun tipo di stimolo nella scrittura. Poi dipende anche dal modo in cui uno scrive. Io tendo a scrivere quello che vivo nelle mie giornate, nella vita normale. Dall’altro lato però ho notato come questa quarantena mi stia stimolando da un punto di vista musicale, più che di scrittura, ed ecco poi che come dicevi tu ho iniziato a far uscire dei video che stanno avendo un riscontro molto positivo. Sono video molto più musicali o in cui reinterpreto pezzi di altri artisti, con una ricerca soprattutto focalizzata sul suono della chitarra. Il video che hai citato, “Hendrix Jovanotti Battisti”, è nato proprio perché quando ascolto un pezzo o meglio, quando lo suono, automaticamente collego quei determinati accordi e armonie ad altri pezzi, mi viene naturale andare alla ricerca di brani simili.

In linea temporale il filone che collega “All Along the Watchtower” di Bob Dylan, però nella versione di Hendrix, “Sì, viaggiare” di Battisti e “Prima che diventi giorno” di Jovanotti si fonde, uno ha ispirato l’altro, quindi è stato immediato unirli e creare questo varco spazio/temporale, ovviamente cercando di avvicinarmi “nel mio piccolo” e creare un mash-up interessante.

A questo punto la domanda mi sorge spontanea: quali sono le tue chitarre preferite in assoluto, anche tra quelle che non possiedi personalmente e con quale/i invece di solito scrivi le tue canzoni?

Io sono un fedelissimo della Stratocaster! Ho imparato sulla Strato e la suonerò sempre! Suono anche altre chitarre, in base alla canzone e al genere, tante semiacustiche con i P-90 come pick-up (il P-90 è un pick-up “single coil”, con una sola bobina, prodotto da Gibson dal 1946. Il pick-up è un dispositivo elettrico in grado di trasformare le vibrazioni delle corde ad es. della chitarra elettrica o del basso elettrico in impulsi di tipo elettrico, ndA).

Quando mi serve un suono “più tosto” invece uso una chitarra elettrica PRS CUSTOM 22 del 2007 che ha dei pick-up che si chiamano Dragon 2 (“ora non li montano più”) che emulano un pò il suono delle vecchie Les Paul (modello Gibson nato dal 1952 fino ad oggi), il suono che cerco è delle Les Paul anni ’60 ma in produzione ad oggi non ce ne sono tante così per cui ho comprato questa PRS. Quando scrivo uso soprattutto l’acustica e ho la mia bellissima Martin acustica, regalo del mio diciottesimo.

L’11 febbraio è uscito il tuo singolo “Sciamani di plastica che ben esprime il discorso che stiamo già facendo, hai contestualizzato generi come funky, blues e rock in una grammatica moderna, apprezzabile anche da orecchie di chi non frequenta il genere.

Come è stato registrato il brano? Il master è stato fatto in analogico? Te lo chiedo perché si sente un sound molto caldo, un po’ anni ’70, che caratterizza anche i tuoi live.

La tua analisi è perfetta, ineccepibile, la qualità del suono e la strumentazione sono alcuni degli elementi a cui tengo di più. Infatti penso che se un suono arriva nel mix tramite un buono strumento, un buon amplificatore, pre-amp e compressore vuol dire che in fase di mix la lavorazione dovrà essere minima. Quindi è importante arrivare alla fase finale della registrazione con un suono di qualità. Per “Sciamani di Plastica” ho fatto anche di più, ho scelto di realizzare una canzone in cui fossero presenti tanti sintetizzatori per dare quel sound anni ’70. Questa scelta è ricaduta su sintetizzatori completamente analogici. Se ti dovessi dire infatti gli strumenti fondamentali che mi porterei sulla famosa isola deserta, a parte la chitarra, porterei un Wurlitzer vero (piano elettrico), o un Rhodes (pianoforte elettrico della Fender, il cui suono caratteristico è stato usato spesso nella musica jazz e rock a partire dagli anni ’60, ndA), di tipo “Mark 1” o 2, non devono mai mancare un Hammond vero, un miniMoog (sintetizzatore) vero e i microfoni valvolari che uso per registrare la voce.

Oltre a tutto quello che ci stai raccontando, in questi anni hai avuto anche esperienze di talent come “Amici”, hai vinto la scorsa edizione dell’importante “Deejay On Stage con il pezzo “Fukushima in galleria (si veda foto di apertura all’articolo), sei in contatto con Alex Britti, di cui ripercorri l’esperienza chitarristica.

Ti ispiri un pò a lui?

A questo proposito, mi ha fatto molto ridere la foto che hai pubblicato su Instagram della tua mano sinistra sul manico della chitarra con le dita accavallate una sull’altra e la didascalia “la mia mano dopo aver seguito una diretta di Alex Britti”, appunto ad indicare la difficoltà delle posizioni usate da lui sul manico e il suo riconosciuto talento tecnico e musicale.

E poi, hai nuovi brani o progetti in cantiere?

La mia prima partecipazione a un concorso fu a sedici anni al Festival di Castrocaro, in cui arrivai in semifinale e conobbi il mio attuale produttore. L’anno seguente provai con X Factor: passai le prime selezioni che non vengono trasmesse in tv e arrivai a quella mandata in onda e ricevetti due “no” e due “sì”. Nonostante la grande delusione iniziale, ad oggi ti posso dire che sono d’accordo con il parere di Manuel Agnelli all’epoca, dovevo ancora maturare musicalmente.

Un anno e mezzo fa ho partecipato alle selezioni di “Amici”, superandole tutte per arrivare quasi al famoso “banco” e ho fatto anche una “sfida”. Quello che mi è rimasto di “Amici” oltre ad aver potuto conoscere gli altri ragazzi artisti è, come hai ricordato tu, aver incontrato Alex Britti. Gli sono piaciuto come artista e c’è stata un’affinità umana, siamo rimasti in contatto e l’estate scorsa sono andato a un suo concerto in Versilia al Lido di Camaiore. Mi sono posizionato in prima fila ad ascoltare tutto il concerto e verso la fine mi ha riconosciuto, mi ha invitato nel backstage e abbiamo chiacchierato tutta la sera. Mi ha ispirato moltissimo essermi confrontato con lui, e poterlo continuare a fare, a livello internazionale è uno dei più forti chitarristi acustici. Quello che ci lega è che nessuno di noi due ha studi accademici, non pensiamo alla tecnica o alla teoria ma a lasciarci trasportare quando suoniamo.

L’esperienza di “Deejay On Stage” con “Fukushima in galleria” è stata particolare perché la prima serata sono stato eliminato e ripescato per la serata finale che ho poi vinto. Questa vittoria è stata la fortuna del disco che ho fatto uscire perché il pezzo è entrato in rotazione su Radio Deejay e tra l’altro, oltre a questo grande orgoglio, so di aver fatto una piccola “rivoluzione” perché la mia canzone ha 30 secondi di assolo finale con la Stratocaster su 3 minuti di canzone e mi hanno detto che erano dieci anni che non si sentiva un assolo di chitarra così lungo in un pezzo nuovo in radio.

Per quanto riguarda canzoni nuove, ho un progetto con diverse canzoni a cui tengo tanto, più complesse musicalmente perché io per primo mi sento maturato, voglio fare le cose infischiandomene delle “tempistiche commerciali” e puntare sull’espressione e la qualità sonora del mio stile.

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei emozionato, o ascoltando un disco, vedendo un live, sentendo una notizia, insomma l’ultima volta che hai sentito un forte trasporto per qualcosa che hai ascoltato?

Mi è successo proprio due giorni fa, ascoltando una canzone di Fabio Concato, che ho sempre stimato come artista ma mai veramente approfondito, mi è capitato su Spotify di risentire per caso “Fiore di maggio” in un disco live e mentre l’ascoltavo mi sono venuti i brividi. Ho avuto lo stimolo di riscoprire Concato, soprattutto le sue melodie, mi sono reso conto di quanto fosse avanti negli anni ’80.

Abbiamo tanto parlato di musica ma ho un paio di altre curiosità: sei anche sportivo, o tifoso magari della Fiorentina, dato che vivi a Firenze? Tra l’altro ho suonato con Rockin’1000 nel 2018 allo Stadio Franchi di Firenze e secondo me avete uno degli stadi più belli d’Italia.

E ami cucinare? Questa quarantena ci sta facendo riscoprire la creatività in cucina, cibo e  musica sono affini

Non sono un vero sportivo in questo periodo però ho sempre giocato a calcio e sono un grande fanatico di sport come spettatore. Non tifo però Fiorentina perché anche se vivo a Firenze da quando ho due anni sono nato in Calabria, a Corigliano Calabro, precisamente a Schiavonea, che è proprio la parte sul mare. Lì è nato anche il mitico Rino Gattuso. Tu pensa, in un comune di 6000/7000 mila persone, ci nasce una leggenda, un campione del mondo, uno dei più grandi calciatori di sempre, ovviamente siamo tutti milanisti in famiglia. Sono proprio un milanista sfegatato, però vivendo a Firenze, ho moltissimi amici che tifano viola e devo dire che la città ha una tifoseria molto calda, hanno un gran cuore per la Fiorentina.

Sono stato diverse volte al Franchi e sono d’accordo con te, è uno degli stadi più affascinanti in Italia. Per quanto riguarda il discorso culinario sì, amo cucinare da sempre e sono uno di quei tipi che vuole fare le cose in grande in cucina, un po’ particolari, e ovviamente fa tutto schifo! A parte gli scherzi, mi piace, io ci provo e certe volte mi stupisco anche del risultato.

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Concludiamo per ora una chiacchierata attraverso il racconto di momenti e ascolti musicali che hanno fatto storia ma anche scoprendo un Artista di cui sentiremo molto parlare, approfonditelo su Spotify, YouTube e i suoi canali social! Grazie a Samuele Proto.

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Crediti Foto: Luca Ortolani


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