Iniziamo il nuovo anno con un’ospite perfetta per “Indie-gesta”, la rubrica libertaria di chi non segue la massa: Alessandra Tava spesso nella vita ha fatto di testa sua, facendosi tante domande e cercando le risposte anche fuori dalla “comfort zone”. Fatevi travolgere dalle sue avventure sportive e dalle pagine del suo primo libro.

La telefonata con l‘ala grande della Virtus Segafredo Bologna è stata divertente e per niente convenzionale. In molti già conoscono la carriera e il palmarès di questa talentuosissima cestista ma quello che voglio raccontarvi oggi è l’attitudine e il forte temperamento creativo di una Wonder Woman sempre on court! A fine intervista sarete certi che le sportive hanno una marcia in più.

Alessandra, entriamo subito in medias res: pochi mesi fa è uscito “Buttati che è morbido” (Ed. Albatros, coll. Nuove Voci. Strade), il tuo primo romanzo che, contrariamente a quello che si può pensare, non è un’autobiografia sportiva. Il periodo è chiaramente molto difficile per gli instore di presentazione nelle librerie, nonostante questo ha già avuto un ottimo riscontro tra i lettori. Ci racconti perchè è ambientato a New York e com’è nata l’idea del libro, un incrocio di storie alla Sex and The City ?

E’ vero, avrei voluto presentarlo di persona in varie librerie. Anzi, l’idea mi gasava parecchio! Devi sapere che fin da piccola amavo scrivere, era proprio una passione, a iniziare dalle pagine di diario.

Poi qualche anno fa mi sono trasferita per un periodo a New York, e ovviamente in una città straordinaria come quella mi succedevano cose incredibili che inizialmente ho buttato giù come un diario personale. Non è stato un processo immediato, l’ho scritto in un paio d’anni, con pause e riletture in mezzo e poi sono stata 9 mesi senza scrivere ma alla fine il desiderio di raccontare quelle storie era così forte che ne è uscito un libro. I protagonisti sono persone che ho conosciuto davvero, ovviamente con nomi di fantasia. E’ vero, è un mix tra finzione e realtà che può sembrare un film americano!

Si percepisce anche dalle pagine del libro quanto New York sia stata pregnante per il tuo percorso personale: cosa ti ha lasciato il periodo nella Grande Mela ?

Sì, di quel periodo porto con me le persone che ho conosciuto, e alcune sono state fondamentali per la mia crescita: New York è una città meravigliosa ma è soprattutto fatta da persone, quando sono arrivata avevo solo 24 anni e molto ancora da capire di me stessa. Infatti è stato il periodo in cui avevo smesso temporaneamente di giocare. E’ una metropoli in cui non sempre è facile stare, ho anche visto “anime perse”, che non sapevano cosa fare della propria vita e può essere una città in cui ci si sente molto soli, per questo ringrazio i miei compagni d’avventura che ho conosciuto lì.

 

 

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I personaggi del tuo libro sono molto caratterizzati, sembra quasi di arrivare a conoscerli davvero. Per questo si intuisce che, seppur con nomi diversi, hai davvero vissuto molti di loro e le situazioni che racconti…

E’ così, ne succedevano di tutti i colori! Tra l’altro molti di loro li sento ancora, alcuni sono rimasti lì, poi c’è chi è tornato in Francia, chi in Colombia o come me in Italia!

Anche se non giocavi seguivi l’NBA quando eri lì? Quali sono le principali differenze secondo te tra il basket italiano e quello americano?

Guardavo qualche partita, ma in realtà in quel periodo ero proprio “in pausa” col basket. Anche se poi ho capito che il nostro amore sarebbe tornato, come poi è stato! In generale non sono una patita delle partite in tv, le preferisco dal vivo ma mi piace vedere i playoff.

Le differenze sono tante, in Italia siamo un pò indietro anche per l’importanza che si dà allo sport, ancora troppo poco rispetto agli Stati Uniti, in cui fin dal college e anche prima si valorizzano i ragazzi che lo praticano, permettendogli anche un futuro lavorativo.

Infatti molti giocatori italiani sono partiti per andare a giocare nei college americani più prestigiosi.

(e molti di loro con un discreto successo internazionale, come ad esempio Tomas Woldetensae, da Bologna alla Virginia, Alessandro Lever alla Grand Canyon University, Guglielmo Caruso, da Napoli alla Santa Clara University; un altro bolognese, Gabriele Stefanini, ha appena terminato alla Columbia University di N.Y., e poi Francesca Pan, ora Umana Reyer Venezia, ha giocato per la Georgia State University, Atlanta e nella Georgia Tech, come Lorela Cubaj, ndA).

Buoni propositi per questo 2021?

A parte quelli per il successo della mia squadra, mi piacerebbe che il libro venisse tradotto in altre lingue e sicuramente vorrei in futuro poterlo presentare alle comunità italiane all’estero, in fondo il libro racconta anche cosa vuol dire lasciare le proprie sicurezze, la quotidianità, per iniziare un altro capitolo, lontani da “casa”.

Ricordiamo che prima di New York però giocavi un campionato importante in Svezia…

Sì, mentre giocavo a La Spezia ho ricevuto la chiamata dall’Udominate Umea, capolista del campionato scandinavo e impegnata anche nelle coppe europee. Dal giorno alla notte mi sono ritrovata a debuttare in Europe Cup e a vivere una cultura totalmente diversa dalla nostra. Ho affinato molto il mio inglese ed è da lì che dopo poco ho preso la decisone di lasciare il basket temporaneamente e partire per New York, dopo New York sono andata a Panama e da Panama ho deciso di tornare a giocare a Bologna.

 

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Con la città di Bologna negli anni hai sempre avuto un legame molto forte… 

E’ vero, è proprio stata la mia scelta di cuore, l’ho sempre amata. Per me smettere di giocare qualche anno fa è stato più difficile di quanto si possa immaginare e magari non ne ho parlato molto però poi la vita è stata incredibile e ho scelto “Bologna città” prima di ogni cosa o calcolo strategico professionale.

Un libro o un disco che ti hanno ispirato? E cosa ascolti prima di giocare?

La mia principale fonte d’ispirazione è proprio la quotidianità, mettere su carta le avventure e disavventure. Isabelle Allende è una scrittrice che mi ha fatto molto riflettere, il mio preferito è “L’amante giapponese”, oppure “il Profumo” di Patrick Süskind, lontano dal mio genere ma mi ha colpito moltissimo. Ultimamente poi ho letto “Shantaram” di Gregory David Roberts, è incredibile, un capolavoro che ti catapulta in India.

Non ho un disco preferito, mi piace ascoltare di tutto. Ricordo che nei mesi newyorkesi Drake è stato presente quotidianamente! L’impatto che ha sul popolo americano è davvero forte, fa parte della loro cultura ormai. Nella mia playlist ultimamente c’è anche Giò Evan (scrittore e cantautore “indie”, ndA). La musica che mi carica nel prepartita invece è latino-americana, e sembra strano ma mi aiuta anche a concentrarmi, a focalizzarmi su quello che farò.

So che in questo traguardo letterario hai avuto anche le compagne di squadra al tuo fianco…

Sì, per me è stata una soddisfazione ed emozione enorme avere il libro tra le mani e i feedback delle mie compagne e dei miei amici di sempre prima che fosse pubblicato sono stati fondamentali, in particolare ringrazio Elisabetta Tassinari, capitano della mia squadra.

 

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Se potessi rinascere in un’altra vita nel corpo di un personaggio conosciuto chi sceglieresti? 

Domanda difficile questa! Mi viene da dire una Steffi Graf (ex tennista, considerata da molti la migliore tennista e tra le migliori atlete della storia, moglie del campione Andrè Agassì. Assieme a Serena Williams, è tra le uniche atlete al mondo ad aver vinto, al singolare, i quattro tornei del Grande Slam, la medaglia d’oro ai Giochi olimpici estivi, il WTA Championships, la Fed Cup e la Hopman Cup, ndA).

Oppure Serena Williams, ovvio!

E comunque, anche se ho scelto uno sport complicato, spesso sottovalutato, il basket femminile, le nostre partite sono davvero belle, ce le sudiamo tutte e chiunque io potessi rinascere una cosa è certa: rinascerei sempre donna!

 

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