In occasione della Giornata Mondiale contro l’omotransfobia, Arcigay ha lanciato la campagna “Vaccinati contro l’odio” e ha pubblicato il report annuale sugli episodi di violenza contro la comunità LGBTI+.

Dal report emergono 120 casi censiti, tra quelli denunciati e quelli resi notiziabili. Chiaramente 120 sono quelli che sono stati resi noti, il numero è molto più alto; I motivi per cui le violenze di stampo omotransfobico non denunciate sono vari: per il rischio di un coming out involontario, per l’inesistenza di un reato in merito, per l’incapacità di classificare l’episodio violento a livello legale.

Come ogni anno – ha commentato Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay – tentiamo di fornire in questa giornata la foto d’insieme del racconto quotidiano che i mass media fanno del fenomeno dell’odio e della violenza nei confronti delle persone lgbti. L’obiettivo non è dare un numero, che è evidentemente un’approssimazione al ribasso, bensì osservare le forme e i modi in cui l’omotransfobia si manifesta.

 

L’OMOTRANSFOBIA AI TEMPI DEL LOCKDOWN

Piazzoni ha voluto anche ricordare come la pandemia e le chiusure forzate in casa abbiano contribuito ad un aumento degli episodi celati di omofobia: Quest’anno, in particolare, se da un lato i mesi di lockdown hanno invisibilizzato o rarefatto gli episodi nelle strade o nei luoghi pubblici, preclusi per legge, abbiamo segnali drammatici che giungono dai contesti familiari, laddove l conflitto, esattamente come accade per le altre forme di violenza domestica, è stato compresso. Pongo l’accento quindi sui ragazzi e le ragazze cacciate di casa, che fortunatamente hanno spesso trovato fuori reti informali pronte a sostenerli. Ma voglio anche sottolineare due episodi giunti a sentenza quest’anno (non inclusi nel report, perché avvenuti prima del maggio 2020, ndr) che rappresentano picchi di violenza inauditi progettati all’interno dei contesti familiari. C’è la spedizione punitiva organizzata da una madre ai danni di un ragazzo e del suo compagno in Veneto, o quella analoga organizzare da un padre a Torino ai danni del proprio figlio. E poi c’è Maria Paola, uccisa dal fratello che ha speronato lo scooter su cui viaggiava col suo fidanzato, un ragazzo transessuale”.

PIAZZONI: “DI OMOTRANSFOBIA SI MUORE NEL NOSTRO PAESE”

Aggiunge anche: “Altro aspetto che voglio sottolineare è la persecuzione: le persone lgbti nei contesti di vicinato sono prese di mira, la violenza non è per loro un’esperienza eccezionale, episodica, bensì ricorrente. Spesso le persone lgbti sono costrette a cambiare casa per scappare dai contesti ostili. L’omotransfobia è un’esperienza quotidiana, una sorta di monito che opprime le persone lgbti imponendo loro, molto spesso, comportamenti atti a prevenirla o aggirarla: esistenze come queste sono corse a ostacoli, intollerabili in un Paese civile. Infine: di omotransfobia si muore nel nostre Paese”, ricordando sia la morte di Maria Paola, uccisa perché in una relazione con un ragazzo transgender, e di un uomo nel barese, suicidatosi dopo i numerosi insulti ricevuto.

17 MAGGIO, GIORNATA MONDIALE CONTRO L’OMOTRANSFOBIA

Conclude ricordando la ricorrenza che porta a ricordare il 17 maggio come Giornata Mondiale contro l’omotransfobia: “In questa giornata in cui celebriamo il momento in cui l’Oms depennò l’omosessualità dall’elenco delle malattie, voglio dedicare un ricordo affettuoso e solidale a tutte le persone che dell’omotransfobia portano le ferite o che non ci sono più: la nostra quotidiana battaglia è innanzitutto per riscattare tutte loro. E la nostra battaglia oggi è quella di pretendera la rapida approvazione della legge contro l’omotransfobia: su questo non siamo disposti a nessuna trattativa. Perché chi ha presente anche soltanto i connotati delle 120 storie che il nostro report porta in rassegna, non può accettare mediazioni o compromessi.

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