By Old Man Say

Un salto nel passato e nella storia del djing è quello che ci regala Max De Giovanni in queste 167 pagine ma non si ferma qui. Sfogliando “Disco Selector” e guardandone le foto possiamo percepire l’inizio di un’epoca, di un modo di vivere, di lavorare, di creare, di concepire e produrre divertimento; di inventarsi quello che non c’era. Il mondo del club in Italia, cresciuto di pari passo al più famoso universo delle discoteche statunitensi, non ha mai avuto nulla da invidiare ai club d’oltreoceano se non probabilmente, almeno ai suoi albori, per la mole e la qualità di grandi produzioni discografiche che negli U.S.A. diedero il via a questo fenomeno sociale e di costume. Incontro Max De Giovanni, dee-jay, collezionista di vinili e di memorabilia legata al mondo del clubbing questa volta in veste di scrittore, a pochi giorni dalla quarta ristampa del suo libro prevista per la metà di novembre.

La copertina di DISCO SELECTOR

Innanzitutto Max come hai avuto l’idea di scrivere un libro che parlasse dei dee-jay italiani?

L’idea di Disco Selector è nata molti anni fa: ho sempre voluto conoscere la storia del djing italiano, le sue origini, i precursori e la loro storia, come si è evoluta ed affermata la professione del d.j. considerata per anni dai più un gioco, un passatempo per ragazzi ai quali veniva chiesto spesso “ma da grande poi cosa farai?”.

Quindi sei partito dalla ricerca e raccolta del materiale. Penso non sia stato facile trovare foto degli anni ’70 quando all’epoca “immortalare”  un momento lavorativo o della propria vita non era  un gesto usuale come ora; parliamo di che anni? 

Ho iniziato a cercare materiale nel 2000, ho recuperato tanti contatti con i protagonisti della consolle, con tutti quelli che si sono inventati questa professione. Esistevano solo pochi articoli che trattavano l’argomento. Uno interessante era di Claudio Casalini su Trend Disco nel quale si ripercorreva velocemente anni di storia con nomi e riferimenti. C’erano alcuni articoli casuali su Gente o sull’Europeo, settimanali di grande tiratura, che raccontavano l’avventura di Tom Savarese al Pineta di Milano Marittima nell’agosto 1978. (Tom quell’anno era stato nominato il miglior dj al mondo) Tutto qua, non si trovava moltissimo materiale. Ho parlato con tanta  gente: con l’amico che conosceva un’altra persona che ancora poteva essere in contatto con il tal dee-jay, che poteva avere una foto o magari una registrazione, che era presente ad una serata o era un habituè di un club che spesso, dopo vent’ anni, era già chiuso.

Hai rintracciato personaggi e dee jay’s sparsi in tutta la penisola quindi?

Non è stato certo facile, non esistevano Facebook e Instagram, il web iniziava ad appassionare le persone ma non era diffuso come ora. Diciamo che mi sono improvvisato investigatore privato, “mi sono dato da fare” in poche parole. Alcuni di questi dee-jay’s sono rimasti entusiasti e sono stati estremamente collaborativi così come alcuni amici o persone che ho contattato. Mi hanno dato preziose informazioni ed una miriade di foto (nel libro ne ho messe 230); altri li ho trovati più restii e diffidenti. Con grande dispiacere, alcuni grandi personaggi non sono riuscito a rintracciarli in tempo utile per inserirli nell’ edizione ma sono però riuscito ad intervistarli in seguito quando ho collaborato con un web magazine.

A questo punto  svelaci qualche nome.

Fare nomi è sempre impegnativo, non vorrei fare torti: posso citare Tonino Verrastro, forse il primo d.j. italiano, re delle notti romane, Sergio Cossa, dal Kings alla regia delle più importanti produzioni italiane (la sua “Let the music play” di Shannon fu la prima canzone a scalare le charts americane ed a raggiungere la prima posizione), Billo Levati, chitarrista dei Corvi negli anni ’60, approdato poi a consolle prestigiose come quella dello storico Bilbò di Cortina. Continuo con Jonata Garavaglia, il primo ed unico d.j. italiano che ha avuto una residenza a New York negli anni d’oro della disco, dal 1976 al 1980, nella prestigiosa cabina del Regine. Concludo con Gianni Naso, geniale imprenditore che portò l’ A.I.D. (Associazione italiana dee jay) ai massimi splendori, e che arrivò alla regia dei Festival di San Remo ad inizio degli anni ‘80. Questi ragazzi hanno inventato la professione, stiamo parlando dell’inizio degli anni settanta. All’ epoca è giusto ricordare che le attrezzature non erano certo paragonabili a quelle attuali, il mixer era molto basico, ammesso ci fosse…trovare i dischi era un’arte, dato che non esisteva l’import. Servivano conoscenze, a volte casuali: Tonino Verrastro mi raccontò che una sua amica era hostess e che faceva la tratta Roma-New York e lui le chiedeva di comprare la rivista Billboard ed i primi dieci dischi presenti in classifica.

L’ingresso della Baia degli Angeli.

Max hai nominato l’A.I.D.: Di cosa si trattava?

Parliamo dell’Associazione italiana disc-jockey. Nacque a Roma nel 1973 grazie all’iniziativa di alcuni professionisti che volevano valorizzare il proprio lavoro: Gianni Naso la sviluppò facendo accordi con le varie etichette italiane, che inviavano i migliori vinili ai vari d.j.’s in anteprima. (un po’ come la “Dj Record Pool” americana fondata da David Mancuso e Steve D’Aquisto n.d.r.). Gianni organizzava eventi con artisti e disc-jockey legati all’associazione nei quali veniva premiato il miglior dee-jay da discoteca e radiofonico.  “Robi” Bonardi di Parma, un  vero precursore, venne premiato in entrambe le categorie.

A questo punto, con le tanto informazioni e foto ritrovate come hai costruito il tuo libro?

Ho deciso alcune strategie: volevo un prodotto accattivante, che fosse bello da sfogliare e gradevole da leggere. Nella prima parte ho sintetizzato le tante interviste identificando tre punti focali, la nascita, lo sviluppo e la definitiva consacrazione della professione del d.j. in Italia. Ho dedicato alcuni capitoli alla Baia degli Angeli, locale culto della nostra riviera adriatica grazie al quale la nightlife si è trasformata, e con essa la professione, grazie a due ragazzi americani, Bob Day e Tom Sison, leggendari d.j. statunitensi. Infine la storia di cinquanta dee-jay’s italiani, inseriti in ordine alfabetico, ai quali ho dedicato il medesimo spazio. Non vorrei fare torto a nessuno ma voglio ricordare alcuni nomi: Miky, Mozart, Rubens, Ebreo, Daniele Baldelli, , gli indimenticati  Barry, Marco Trani, Elvio Pieri e Gianni Maselli e poi Piero Fidelfatti, Lorenz e Maurizio Totti diventato poi produttore cinematografico, premio Oscar con il film “Mediterraneo”. Aggiungo alcuni artisti stranieri che ebbero grande successo in Italia fra i quali il francese Juju (Pierre Forgacs) ora produttore discografico fra Parigi ed Ibiza e lo statunitense Ronny Jones. Ci sono d.j. diventati successivamente personaggi di rilievo in altri ambiti, grandi carriere che sono partite dalla consolle dei locali a inizio o metà degli anni ’70; non faccio nomi per non rovinare la sorpresa.

La Discoteca Ciak di Bologna, residenza di Miky, dj pluripremiato che per primo elevo il concetto di mixaggio a perfezione.

Solitamente il focus di un libro è l’autore, raccontaci però il lavoro del grafico del quale so che sei molto orgoglioso.

Come detto, volevo un prodotto che si presentasse da sè: ho spiegato la mia idea ad un amico, Fabio Forlivesi e gli ho dato carta bianca nella realizzazione, unico input una grafica che volevo valorizzasse il prodotto, gli artisti, tutto quello che avevo raccolto. Fabio ha avuto alcune idee fantastiche a cominciare dal formato per esempio. “Disco Selector” ha le dimensioni di un 45 giri ed è pubblicato rigorosamente in bianco e nero. Ha utilizzato i caratteri della vecchia Olivetti e le foto accompagnano i racconti in modo armonico motivando alla lettura.

Max De Giovanni in veste di dee-jay.

Questa Max sarebbe la quarta ristampa?

Si, il libro è uscito nel 2008 con ottimi risultati di vendita, un progetto di nicchia di un autore completamente sconosciuto in questo campo. Non credo sia un caso che il libro sia stato venduto principalmente nei negozi di dischi e poi dal sottoscritto in occasione di molteplici presentazioni in caffè letterari, locali e discoteche.  Mi sono impegnato per creare una distribuzione ad hoc, in modo che “Disco Selector” arrivasse nei posti giusti; in libreria sono state distribuite e vendute poche decine di copie.

Le richieste non hanno mai smesso di arrivare esaurita la prima stampa e così, anche se in quantitativi molto limitati, ne sono state distribuite altre due terminate in pochi giorni. Da un po’ di tempo ricevevo richieste, l’universo dei dee-jay’s e del club continua ad affascinare i giovani ed i giovanissimi che si avvicinano alla professione, magari comprano ancora vinili e, seppure le tecniche di mixaggio non siano più le stesse, la tecnologia abbia aspetti ed applicazioni rivoluzionari ed i generi musicali siano cambiati, molti di loro sono interessati a conoscere questo “passato” relativamente recente ma che pare lontanissimo. In fondo questo definiamolo “movimento” ha segnato indelebilmente gli anni settanta ed ottanta e credo sia importante riviverlo, è stata un’epoca innegabilmente molto affascinante. In tanti hanno il desiderio di vedere chi ha dato il via a tutto questo, chi ha posto le basi in Italia a tutto questo ed eccoci qua, ora il libro esce nella quarta ristampa fra circa tre settimane esattamente dopo dodici anni.

L’argomento club e nightlife è davvero vasto: hai realizzato altri lavori sul genere?

Ho collaborato con riviste e web magazine, ma di cartaceo sono usciti solo altri due miei lavori che ho autoprodotto.  Il primo, la storia di Bob Day, uno dei due leggendari d.j. della Baia degli Angeli e il secondo dedicato a Sterling St Jacques, attore, ballerino, modello, cantante e improbabile disc-jockey.

La piscina della Baia degli Angeli. 1978

“Disco Selector” è stato pubblicato solamente in italiano, è stato pensato e realizzato unicamente per il nostro mercato quindi?

Si, certo, ho però avuto vendite e feedback impensabili. A Tokio, in un record shop dedicato alla musica ed alla cultura italiana le 15 copie sono andate letteralmente “bruciate”. Ho inviato diverse copie in Australia, Inghilterra, Germania, Francia, Svizzera e poi negli U.S.A.; Boston, New York e Los Angeles per esempio. Diversi dee-jay’s in giro per il mondo lo hanno acquistato incuriositi della nostra storia, giornalisti specializzati, semplici curiosi, appassionati e da ex frequentatori di locali di quegli anni e che ora vivono all’estero. Un rimpianto, non lo nego, è non averne preparata edizione in lingua inglese per il mercato internazionale: la storia del djing italiano è unica ed interessa molti cultori sparsi per il mondo. Purtroppo ero consapevole servisse una distribuzione mirata e capillare ed i miei contatti e relazioni non erano sufficienti per avere questo sviluppo.

A questo punto Max concludiamo questa chiacchierata con qualche aneddoto legato a “Disco Selector”.

Ho avuto il piacere di ricevere piacevolissimi feedback: un lettore mi disse che odiava leggere e che aveva preso il libro solo per le tante foto. Sfogliandolo si era però fatto coinvolgere a tal punto che aveva “perso” metà pomeriggio nella lettura, non riusciva a fermarsi e lo terminò tutto d’un fiato! Una copia è rimasta in una camera d’albergo negli States, dimenticata dal mio amico Alex Natale, storico d.j. veneto, ora pilota di aerei di linea, che poi me ne chiese un’altra da salvare nella propria collezione. Altri amici fecero veri tour notturni per discoteche per farlo autografare dai vari dee- jay qui presenti ancora in attività durante le loro serate.

Sono stato il primo e l’unico a raccontare una storia che, altrimenti, sarebbe andata persa, come mi disse Paky Mele, storico d.j. pugliese e vincitore del “Pick Up d ‘Oro” nel 1976. Paky omaggiò il Presidente A.I.D. Renzo Arbore regalandogliene copia e nella foto qui in basso li vediamo sfogliarlo insieme, divertiti. A questo punto non possiamo far altro che aspettare qualche giorno per avere la possibilità di entrare in questo “tunnel del tempo” fatto di emozioni, magia e di grandi artisti grazie ai quali abbiamo potuto ballare, divertirci, conoscere tanta musica e rientrare a casa all’alba felici per aver trascorso notti che ora, a distanza di anni, possiamo già etichettarle come “mitiche” esattamente come il sound ed i tanti “d.j.-pionieri” di quei fantastici anni.

Renzo Arbore e Paky Mele.

 

“Disco Selector. Professione dj, la storia”.

Editrice Moderna. Ravenna. 2008

Photo credits Max De Giovanni, Riccardo Bianchi.

Instagram maxdegiovanni

 

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Crediti Foto: LaPresse