Aborto misoginia
Screenshot: Episodio della serie TV Sex Education disponibile su Netflix in cui si affronta il tema dell’aborto illegale legato alla misoginia

di Alessandra Bisanti

Troppe volte, davanti a tristi episodi di maltrattamenti verbali o psicologici nei confronti di una donna, abbiamo sentito frettolosamente e banalmente etichettare l’autore dell’ignobile gesto come un “misogino”.

Ma cosa si intende realmente per misoginia e, soprattutto, da quando si è  iniziato a parlare di atteggiamenti di odio nei confronti delle donne? Il termine “misoginia”, che deriva dal greco misèo “odiare” e gynè “donna”, indica un sentimento e, di conseguenza, un atteggiamento di avversione nei confronti del genere femminile perpetrato, in modo pressoché indistinto, da parte di uomini o di altre donne.

Il soggetto misogino sperimenta una repulsione patologica verso la donna, a volte anche per quel che concerne i rapporti sessuali, o manifesta un’avversione generica nei confronti della categoria femminile. Spesso l’atteggiamento misogino nasce dall’errato pregiudizio secondo cui il genere femminile sarebbe meno capace di quello maschile nello svolgere una serie di azioni o specifiche mansioni lavorative.

Gli stereotipi di genere non rappresentano altro che retaggi storico-culturali dell’ancestrale disparità tra uomo e donna, che vedeva il primo occuparsi della vita economica, politica e sociale e la seconda della sfera più intimamente familiare, quali l’accudimento dei figli e la gestione domestica. Tali stereotipi, nati dall’esigenza di semplificare e categorizzare la realtà circostante sulla base dell’esperienza reale, definiscono ciò che l’individuo può fare in base al suo genere di appartenenza. Finiscono per condizionare la scelta dell’attività lavorativa, dell’abbigliamento, degli hobby, delle inclinazioni personali e delle opportunità di studio.

Dunque diventano vere e proprie gabbie concettuali che inglobano la dimensione femminile e che, in alcuni casi, limitano il pensiero oltre che l’azione della donna. Secondo questa visione, la figura femminile sarebbe relegata alla condizione privilegiata ed esclusiva di procreatrice. Nei casi più sfortunati è considerata persino una proprietà dell’uomo. Questa tendenza retrograda e malsana affonda le sue radici nell’antica Grecia, nel V secolo a.c., in particolare nella città di Atene, in cui la donna era esclusa dalla vita politica, sociale, non godeva di diritti e dipendeva totalmente dal padre o dal marito.

In quel determinato contesto storico e culturale la donna trascorreva gran parte della giornata in casa, dove si occupava delle faccende domestiche e della crescita dei figli. Ai nostri giorni appare pressoché incredibile ed inaccettabile che, dopo anni di lotte condotte nella storia, in particolare dal movimento femminista per il raggiungimento della parità dei diritti e per il riscatto dalla condizione di subordinazione nei confronti del genere maschile, si debba assistere ad atteggiamenti di prevaricazione e discriminazione nei confronti del gentil sesso.

Ancora più sconcertante è assistere ad atteggiamenti meschini compiuti da donne nei confronti delle proprie simili. Si tratta spesso di comportamenti dietro cui si nascondono ipocrisie, rivalse, invidie sottili ed indicibili, pregiudizi antiquati e antichi antagonismi. Molte donne, nell’arco dell’esistenza sono state vittime di cattiverie sia da parte di uomini che di altre figure femminili, appartenenti al proprio nucleo familiare o alla   personale cerchia di amicizie. Purtroppo, oggi l’argomento della “misoginia al femminile” è ancora poco conosciuto o magari “taciuto ed ignorato” anche perché molte donne negano tali meccanismi di ostracismo ed antagonismo silente.

Rispetto a quella maschile, questa forma di espressione di odio per la donna risulta più subdola perché intrisa di stereotipi e luoghi comuni che vedono la figura femminile sempre amorevole, accogliente, pronta a sostenere e ad aiutare. In realtà, in alcuni casi, la donna si rende autrice di ignobili cattiverie verso persone vicine che dice di amare. Questo aspetto rimanda al tema della cattiveria insita nell’animo umano, indipendentemente dal proprio genere, che esiste ed è sempre esistita.

Anche se l’uomo è per definizione un animale sociale, orientato all’empatia e alla condivisione, si assiste spesso ad episodi di prevaricazione dietro ai quali non si cela soltanto il desiderio di umiliare, sminuire o controllare i propri simili. Spesso a far scattare questi meccanismi è la paura del diverso, del soggetto che va controcorrente, che ha un modo differente di guardare ai fatti e che si discosta dagli altri. Da sempre nella storia chi ha pensato in modo diverso, offrendo visioni e soluzioni alternative alla tradizione, è stato temporaneamente messo nell’angolo fino a quando altri spiriti e menti originali non abbiano deciso poi di supportarlo.

* Francesca Michielin su “Stato di natura”: “È il brano che apre l’album e ne è il manifesto. “Lo “Stato di natura” è un’espressione filosofica che indica la condizione dell’uomo prima dell’avvento delle leggi e della civilizzazione, quando viveva ancora allo stato selvaggio. Ora che viviamo in un contesto tecnologico, avanzato e frenetico all’interno delle città, siamo paradossalmente regrediti di nuovo a uno stato di inciviltà e di aggressività che spesso manifestiamo attraverso i social e che troppe volte si riversa sulle donne. Be human, be kind”.

Alessandra Bisanti, Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

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