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La trap contro Tony Pitony
La trap contro Tony Pitony. I trapper accusano Pitony di rovinare la scena italiana, temendo di essere rottamati dall’industry. Dopo anni di predominio incontrastato con autotune, basi prodotte a basso prezzo e liriche iperstereotipate, Pitony dimostra che il vento sta cambiando, e c’è ancora spazio per la musica suonata, l’abilità canora e l’ironia dissacrante.
La notizia della partecipazione di Tony Pitony a Sanremo ha scosso il mondo della trap. Se Ketama126 e Rondo da Sosa hanno criticato apertamente su Instagram l’artista siciliano, altri hanno preferito tenere le loro critiche in privato, pur guardandone con diffidenza il successo. Vediamo che succede
La trap è per tutti e per nessuno
Per capire le divergenze profonde fra il modo di concepire la musica della trap e quello di Pitony bisogna andare alle origini del genere in Italia. La trap italiana è stata una musica che prometteva a tutti, purché dotati di una connessione a internet e YouTube, di ottenere fama e denaro attraverso la musica, mostrando la “vita vera della strada”. La trap rompeva tanto con la tradizione del pop tricolore quanto con quella del rap politicizzato: rifiutava il sistema della gavetta, della promozione, della maturazione tramite lo studio tecnico tipico del pop commerciale e nel contempo rifiutava le tematiche politiche, le rap battle e la promozione tramite live tipici del rap vecchio stile. La trap si pensava e presentava come la musica di giovani affamati cresciuti sul web per altri giovani affamati cresciuti sul web.
L’istituzionalizzazione
La parabola della trap è fulminea: arrivata in Italia nel 2016, durante la pandemia diventa la musica egemone non solo fra i giovani, ma influenza a livello di tematiche, produzione ed estetica tutto il panorama mainstream italiano. Del resto i capisaldi filosofici della trap appaiono salvifici ad un’industria in crisi nera di vendite: basta con i musicisti a favore di un producer che prende i beat da Youtube (o da Soundcloud), niente più tournée interminabili a favore di megaeventi soldout, niente più pretese di fare arte per l’arte a favore di contratti faraoinici con i brand da sponsorizzare sui social e nei live. La trap elimina le figure del cantante, del cantautore e del musicista e al loro posto innalza quella dell’influencer che fra le altre fa anche musica alla ricerca del modo migliore e più rapido per guadagnare.
Il conservatorismo
Una volta diventata egemone, la trap dismette ogni pretesa di rottura col passato e diventa il nuovo mainstream. Onnipresente sulle radio commerciali, dotata di posto fisso a Sanremo, adottata come modello produttivo standard per il pop, la trap domina ovunque, lasciando agli altri generi musicali e agli altri modi di concepire/fare musica solo le briciole economiche e di visibilità. Ecco, il successo di Tony Pitony prima live, poi su Spotify, infine sui social fino ad arrivare a Sanremo rompe questa egemonia che sembrava inscalfibile.
Questioni di tecnica
Cos’è che rende indigeribile ai trapper il successo di Tony Pitony? Molte cose in realtà, ma qui ne vedremo solo alcune. Innanzittutto la questione live: Tony Pitony si è costruito la sua fama grazie a live che mischiano perizia tecnica e una presenza scenica carismatica. La trap è sempre stata allergica alla bravura tecnica, ritenendola una barriera d’ingresso al diritto di tutti di arricchirsi, e ha fatto di tutto per abolirla dalle metriche con cui si giudica un artista. Allo stesso modo i trapper hanno sempre snobbato la dimensione live, utilizzando le esibizioni dal vivo più come una passerella per far pubblicità ai brand che come uno show in cui far spettacolo per rinsaldare e far crescere la propria fanbase. Il successo di Pitony dimostra che dopo anni di mediocrità a livello canoro e live osceni, persino il pubblico cresciuto con la filosofia trap riconosce che ci vuole qualcos’altro.
Musica e sapere
Strettamente collegata alla questione tecnica c’è la questione conoscenza e rapporto con la storia della musica. Pitony viene dal mondo delle accademie e del teatro (music hall), cioè da un mondo in cui la musica è nel contempo un sapere intellettuale con una storia specifica e un saper fare che si tramanda e s’impara. La trap italiana è ideologicamente contraria al mondo dell’accademia e ad ogni forma di sapere tramandabile, essendo nata da giovani che saltavano da un video all’altro di YouTube, copiando basi e barre dagli artisti che scoprivano tramite le raccomandazioni date dall’algoritmo della celebre piattaforma. Per la trap non esiste ne è mai esistita una storia della musica: esistono solo infiniti video caricati su Youtube slegati l’uno dall’altro, da cui pescare liberamente in base ai bisogni commerciali e/o all’umore del momento. Il fatto che Pitony conosca a menadito e si pensi all’interno di una precisa storia musicale (quella della musica cabaret), per i trapper è incomprensibile.
Qui non c’è “vita vera”
L’ultima questione potrebbe suonare quasi paradossale a chi non appartiene alla generazione Z. I trapper contestano a Pitony di parlare di argomenti poco seri, al contrario della trap che parla della “vita vera”, cioè della “vita di strada”. Nonostante fra i padri della trap tricolore ci siano stati i Dark Polo Gang, che hanno sempre avuto una forte vena demenziale, la trap italiana si è da sempre presa tremendamente sul serio. Soldi, sesso, droga, armi per molti trapper non erano solo stilemi, ma gli unici argomenti “seri” e “veri” rimasti in un mondo dove tutto il resto è falso o ipocrita. Poco importa che queste tematiche poco avessero a che fare con la biografia di molti trapper, l’importante è che questi li considerassero gli unici temi fondamentali per la loro generazione. Pitony nella sua vena dissacrante sfotte le tematiche trap, e lo fa mostrandone le contraddizioni, le ipocrisie, le bassezze indicibili (basti ascoltare la celebre “mi piacciono le nere”).
Che si fa?
La partecipazione di Pitony a Sanremo rompe quindi una serie di meccanismi rodati e posizioni consolidate, e giustamente questo fa innervosire i trapper, che questi meccanismi li hanno appena creati. Ovviamente la trap non morirà per mano di Pitony né verrà scalzata a breve dai vertici delle classifiche tricolori, ma il vento che tira dagli USA (dove il rap sta scendendo negli indici di gradimento dei giovani) mostra come il predominio della trap potrebbe avere gli anni contati, e il mainstream possa rottamare i trapper esattamente come ha fatto con musicisti e i cantautori appena pochi anni fa. Del resto l’industry è indifferente alle filosofie produttive, ai temi delle canzoni e ai sogni dei giovani che smanettano su Youtube, quello che conta è il guadagno; e a quanto pare adesso i trapper non sono gli unici su piazza a poter assicurare lauti dividendi agli azionisti.