Da oltre due settimane, nello stato del Tigrè, in Etiopia, il governo federale  ha avviato una forte operazione offensiva contro il TPLF, il fronte di liberazione che chiede l’autonomia dello stato.

Ora, dopo che tramite bombardamenti e incursioni il conflitto si è allargato e inasprito enormemente, il rischio è quello che la guerra espatri in tutto il corno d’Africa, andando a colpire Somalia, Gibuti ed Eritrea.

Proprio domenica le forze militari del TPLF hanno lanciato alcuni razzi verso Asmara, capitale eritrea, contestando l’aiuto che l’esercito dello stato confinante, da sempre in cattivi rapporti con l’Etiopia, sta dando alle forze federali.

Sembra infatti che il dittatore eritreo Isaia Afwerki abbia deciso di intervenire contro le forze secessioniste solo per dimostrare che il nemico giurato ha avuto bisogno, per sedare un conflitto interno, degli aiuti esteri.

Già tra il ’98 e il 2000 i due stati si erano contrapposti sanguinosamente per una guerra di confine, e solo un trattato di pace parve aver stabilizzato la situazione. Dopo soli due anni, tuttavia, nel pieno della crisi economico-sanitaria, il conflitto ha ritrovato un nuovo casus belli per ricominciare.

Nel conflitto, secondo i dati riportati dai media etiopi, sono almeno 500 le persone morte finora, anche se pare che i dati non siano affatto veritieri: ai giornalisti viene vietato l’accesso al Tigrè, da cui 25.000 abitanti sono stati addirittura costretti a fuggire per i bombardamenti, rifugiandosi in Sudan.

Intanto l’Onu ha parlato del rischio di un disastro umanitario, che potrebbe portare milioni di persone a rimanere senza cibo e carburante. Sembra tuttavia, nonostante la poca chiarezza nella trasmissione dei dati, che il governo federale di Abiy abbia ottenuto diverse vittorie sul campo, espugnando la città di Humera, al confine con il Sudan.

Eppure la guerra è lontana dalla propria fine: la maggior parte delle armi più potenti in mano all’esercito etiope sono infatti custodite nel Tigrè, da cui proviene anche gran parte dei soldati dell’esercito, che conta complessivamente 140.000 unità. I paesi circostanti, Eritrea in testa, non sembrano appoggiare il TPLF, che crea instabilità politica e rischi anche per i territori confinanti.

 

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Foto: LaPresse


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