Ieri, 4 ottobre, era il giorno del Santo Patrono d’Italia, San Francesco, e Assisi ha visto passare, dopo papa Francesco, che del santo ha scelto il nome, anche il premier italiano Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro degli esteri Luigi di Maio. Ha parlato ancora una volta di Covid-19, di allerta continua e di sacrifici da non vanificare.

Il premier si è subito recato nella basilica superiore, dove padre Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento di Assisi, ha officiato la funzione per San Francesco. Durante l’omelia, padre Gambetti si è certo riferito alla stessa situazione di Conte, ma analizzata più da lontano, sfruttando il grandangolo della globalizzazione ossessiva. Così ha parlato il padre durante l’omelia: “Questo nostro mondo è in balia delle onde della globalizzazione selvaggia e dei nazionalismi irrazionali. Se vogliamo preparare il futuro, occorre anche guardare lontano”.

Le mille accuse di anacronismo che si possono rivolgere alla Chiesa non cancellano la previdenza con la quale i suoi esponenti, da un lato i missionari, dall’altro gli alti prelati romani, hanno messo in questione la connettività globalizzata di tutto il mondo e di tutti gli uomini, attuata, nelle logiche attuali, non secondo l’amore della fratellanza cristiana, ma nell’ottica del guadagno, e quindi della sopraffazione.

Mettere in questione la globalizzazione, i processi economici che guidano le mosse anche – e soprattutto – degli uomini più potenti, deviando le loro mosse come in un gioco degli scacchi senza re da mangiare, è forse una delle più grandi consapevolezze, esasperate dall’emergenza sanitaria, sorte negli ultimi anni nel dibattito (filosofico, sociologico, etc.) occidentale.

Decolonizzare la nostra cultura, non più cristiana, occidentale, ed esportata, ma particolare, condizionata, contaminata, significa protestare per le disparità ingiuste che la sopraffazione porta ad ogni livello dell’esistenza umana.

Mettere al timone della globalizzazione la fratellanza, non un ingenuo senso di pace eterna e beata, ma la costruzione di società inclusive, pronte a favorire gli oppressi, sarà la grande sfida dei prossimi anni, l’unica alternativa allo sfascio sociale di pochi ricchi feudatari che si innalzano in mezzo alla massa dei diseredati.

 

 

 

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Crediti Foto: LaPresse


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