Bologna – Modena a piedi: dal Corno alle Scale al Monte Cimone – Giugno 2020

Ore 05:00, la sveglia inesorabilmente emette il classico richiamo all’ordine. Prendo un martello e la frantumo oppure mi alzo dal letto, mi preparo e raggiungo la “ridente” località di Madonna dell’Acero? Opto per la seconda soluzione, perché quest’oggi ho un obbiettivo: completare il trekking “Corno alle Scale – Monte Cimone” e camminare quindi, attraverso il crinale appenninico, dalla provincia di Bologna a quella di Modena. Aspettate! Fermi tutti! Voglio appuntarmi le domande che, in questo preciso istante, starete formulando leggendo il mio testo. Allora, procediamo con ordine:

  • Andare a f..a no?!
  • Non hai proprio un c…o da fare eh?!
  • Hai deciso di suicidarti?!

Nient’altro?! Qualcosa di più tecnico??

  • In quale buco di c..o del mondo è locata Madonna dell’Acero?!

Oh finalmente! Sapevo di poter trovare, fra voi lettori, qualcuno con un “punteggio QI” superiore a quello di un bradipo! Il quesito appena posto mi offre lo spunto per iniziare il racconto del mio viaggio…

MADONNA DELL’ACERO (1064m)

Solitamente questo tipo di avventure sono caratterizzate da una persona, volenterosa e altruista, che conduce il protagonista del trekking nel punto iniziale del cammino. Un amico/a, il/la moroso/a oppure un genitore che, incuranti della “levataccia” e della lontananza del luogo da raggiungere, decidono di “sfracellarsi le balle” e accompagnare il camminatore alla meta. Se così non fosse, il procedimento da seguire è il seguente: stazione Bologna Centrale – treno/bus stazione Porretta Terme (BO) – bus Lizzano in Belvedere (BO) – bus Madonna dell’Acero (BO). Si lo so, avete pienamente ragione! Pervenire in questa “ridente località” del comune di Lizzano, resa “famosa” dall’omonimo Santuario, è probabilmente la parte più complicata dell’intero cammino.

SANTUARIO DI MADONNA DELL’ACERO

Giunto sul luogo, mi dirigo verso la struttura religiosa (costruita nel 1500) dove, secondo una leggenda, la Madonna apparve a due pastorelli salvandoli da una bufera di neve e ridonando, ad uno di loro, l’uso della parola. L’edificio rapisce per la sua austera bellezza, una costruzione alquanto rustica in grado d’incarnare, alla perfezione, la devozione popolare. Le due case adiacenti al “Santuario di Madonna dell’Acero“, la “Colonia” e “Villa Maria”, offrono ospitalità ai pellegrini sia in estate che in inverno. Un particolare molto interessante per chi desidera dividere, in più tappe, il percorso.

RIFUGIO CAVONE (1424m)

Meta successiva del trekking è il “laghetto del Cavone” dove, se sarete auto-muniti, potrete sostare il vostro mezzo approfittando dell’ampio parcheggio del luogo. La fame inizia a “impadronirsi” del mio stomaco, facendo emettere a quest’ultimo sinfonie a dir poco agghiaccianti. Non importa e soprattutto nessuna preoccupazione. Proprio qui, infatti, è presente un rifugio in grado, quasi certamente, di saziare il mio/vostro appetito. Decido di far colazione e ammirare per qualche minuto, seduto nel tavolino della terrazza panoramica, lo spettacolo offerto dalla Natura. Come dite? Volete sapere il nome della struttura nella quale ho consumato il pasto?! Scusate eh, ma come potrà mai chiamarsi un edificio lambito dalle acque del “laghetto del Cavone” e situato proprio a ridosso di quest’ultimo?! Ma che bravi! Proprio così: “Rifugio Cavone“.

LA DIETA DEL TREKKER

Solitamente seguo una dieta sportiva che mi consente di trangugiare solo carboidrati “puliti” (ad esempio quelli forniti dai legumi o dal riso), ma il “profumino” che esce dalla cucina dell’edificio mi porta a compiere una scelta differente. Osservando il bancone del bar, non posso fare a meno di notare ottimi “farinacei” lavorati con abbondante strutto, farciti con carne magra di suino e dall’aspetto alquanto invitante: in poche parole gnocco con prosciutto crudo. Mi sacrifico, a livello alimentare, per essere in grado di fornire tramite video e articolo, esattamente come il migliore dei food-blogger, una recensione veritiera del cibo acquistato presso il locale. Dico solamente che, forse in maniera poco tecnica ma estremamente esplicativa, era talmente buono da non perdurare nel piatto più di qualche minuto. Per non farmi mancare proprio niente, assaggio anche una fetta di crostata (che da queste parti corrisponde a una torta con crema e frutta) e un bicchiere di vino ros…ehm volevo dire succo di mirtilli. Noi trekker, è risaputo, curiamo molto l’idratazione.

CORNO ALLE SCALE 

Arriva il momento di rimettersi in moto e attraverso un bellissimo bosco di faggi, che costeggia le sponde del “laghetto Cavone”, salgo fino alla conca glaciale del torrente “Rio Piano”. Qui, una serie di ponti in legno, che permettono di superare agevolmente il ruscello, garantiscono un’ingresso trionfale e particolarmente scenografico, nella vallata che “apre lo sguardo” sul protagonista del primo tratto di viaggio: il “Corno alle Scale“, la cima più alta dell’Appennino bolognese.

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PUNTA SOFIA (1945m)

Giunto al cospetto del monte, valuto con attenzione le due alternative che permettono di raggiungerne la vetta “Punta Sofia“. Una più semplice attraverso “l’Alpe di Corneta”, l’altra più panoramica e suggestiva percorrendo i “Balzi dell’Ora“, una serie di grossi massi che compongono una parte del crinale del “Corno alle Scale” (altamente sconsigliati per chi soffre di vertigini). Quale via potevo mai intraprendere? Proprio così, la seconda. In fin dei conti dopo il lungo periodo d’inattività, dovuta al lockdown da Covid-19, mi sembrava giusto riprendere immediatamente “cercando rogna” per le ginocchia. Nonostante mi trovassi nel tratto più complicato del percorso quando le nuvole basse e il forte vento hanno deciso di giocarmi un brutto scherzo, la mia “tecnica alpina” pronunciata e proverbiale (botta di c..o) mi ha comunque permesso di raggiungere la “Croce di vetta“, fuggendo così a “gambe levate” dal brutto tempo e in direzione del “lago Scaffaiolo“.

Continua…

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