di Alessandra Bisanti

Quando si perde di vista l’essenziale

Sempre più spesso, soprattutto nel contesto scolastico, la delicata tematica del bullismo, che ha per bersaglio l’aspetto fisico dei soggetti coinvolti in tali dinamiche, è al centro di numerosi dibattiti e rappresenta oggetto di attenzione da parte di genitori, insegnanti, psicologi e bambini.

In realtà il fenomeno colpisce indistintamente tutte le fasce sociali e vari target d’età, a prescindere dal genere di appartenenza, e si manifesta attraverso il giudizio e la critica feroce sulle forme e le caratteristiche peculiari del corpo sul web e sui social network. Purtroppo si tratta di un trend molto diffuso ai nostri giorni dal momento che la società attuale attribuisce maggiore importanza più alla superficie, all’esteriorità che alla sostanza ossia ai contenuti, alla profondità dell’animo umano con le numerose sfumature emotive e i valori di cui ciascuno di noi è portatore.

Risale a pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo attacco denigratorio finalizzato a colpire l’aspetto esteriore e la scelta dell’abbigliamento di un’apprezzata giornalista, Giovanna Botteri, volto piuttosto noto della televisione italiana. Com’era prevedibile, l’episodio è stato al centro di svariati dibattiti e la stessa giornalista ha espresso la volontà che l’intera vicenda potesse offrire uno spunto interessante per uno spazio di confronto e una discussione autentica sul rapporto con l’immagine che le giornaliste e, più in generale i personaggi dello spettacolo, dovrebbero avere nei confronti di un pubblico molto esigente.

La donna ha sottolineato come l’abitudine di muovere critiche, a volte spietate nei confronti dell’immagine, sia fortemente condizionata dal nostro substrato socioculturale ed ha evidenziato che in altre parti del mondo il ruolo del giornalista televisivo sia completamente slegato dall’attenzione all’aspetto fisico, veicolato attraverso lo schermo. Infatti, a suo dire, in contesti differenti dal nostro, le qualità sinceramente apprezzate dal pubblico sarebbero legate in via esclusiva alla capacità, alla competenza ed alla professionalità manifestate. Il messaggio della nota giornalista invita ad una riflessione autentica e profonda che potrebbe indurci alla destrutturazione di stereotipi anacronistici e senza fondamento. Nella nostra società, purtroppo, sempre più persone si arrogano il diritto di giudicare gli altri in base all’aspetto fisico, spesso per effetto di pregiudizi cognitivi.

MICHELLE HUNZIKER
Michelle Hunziker sul red carpet del Premio Venice Film Festival 2019. Crediti Foto: Gian Mattia D’Alberto / LaPresse

Alexander Todorov, professore di psicologia all’Università di Princeton, ha analizzato le reazioni di un gruppo di studenti ad alcuni volti generati al computer, rilevando che spesso le prime impressioni sull’aspetto esteriore di una persona si rivelano estremamente imprecise. Difatti, chi valuta sulla base di pregiudizi e stereotipi si lascerebbe influenzare dall’effetto alone ovvero da un errore cognitivo che induce a giudicare positivamente l’insieme, sulla base di un unico tratto. L’infondatezza di questo giudizio deriva dal ragionamento superficiale e parziale, condizionato da stereotipi e sovrastrutture. Tale atteggiamento rappresenterebbe la base dell’associazione illogica ed infondata tra giudizio sul comportamento ed immagine esteriore.

Nonostante il fenomeno del body shaming si rivolga sia a uomini che a donne, spesso il pubblico intransigente riserva critiche feroci e pungenti a donne che sempre più spesso ricoprono ruoli di responsabilità e posizioni lavorative di successo. La relazione tra buona immagine e raggiungimento di mansioni di prestigio è stata approfondita in una ricerca che risale al 1993. Nello studio preso in considerazione, Holzer ha evidenziato come, per la metà del campione di impiegati di un’azienda che era stato analizzato, l’apparenza fisica fosse un criterio molto (11%) o piuttosto importante (39%) per ottenere il posto di lavoro. Attualmente, infatti, le aziende sono sempre più attente all’immagine esteriore e questa preoccupazione trova espressione anche nell’attenzione all’aspetto e all’abbigliamento dei dipendenti a stretto contatto con il pubblico.

Ciò accade perché vi è la credenza che un’immagine curata e gradevole svolga un ruolo determinante nell’opportunità di sviluppare adeguate relazioni sociali, poiché associata ad una maggiore capacità comunicativa e ad una personalità più estroversa. Sulla base di tali inferenze, si applicano criteri ristretti e selettivi di valutazione della realtà che limitano l’analisi globale della persona presa in considerazione. Ciò induce a non tener conto del fatto che proprio gli individui che ripongono un’attenzione maggiore a valori quali la realizzazione personale, la coltivazione di talenti e le predisposizioni intellettuali per il raggiungimento di importanti obiettivi lavorativi finiscono per ritenere meno rilevante l’aspetto legato al culto della moda e dell’immagine in quanto si considerano soggetti  creativi, anticonvenzionali e liberi dai comuni condizionamenti sociali.

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Alessandra Bisanti, Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

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