di Alessandra Bisanti

Ogni volta che viene affrontata la delicata tematica della violenza sulle donne non si può non pensare alle numerose forme e manifestazioni che ha assunto nel corso degli anni da quella psicologica a quella verbale, da quella fisica allo stalking sino alle molestie sul posto di lavoro. È sempre più frequente l’utilizzo dell’espressione “violenza di genere” con cui si definisce la tipologia di violenza agita e diretta verso una persona sulla base dell’appartenenza ad uno specifico genere sessuale. Tali soprusi vengono compiuti solitamente dal genere maschile su quello femminile proprio in quanto tale e a diventarne vittime sempre più spesso sono mogli, compagne, colleghe, figlie e madri.

Purtroppo, la suddivisione e la differenziazione tra ruoli maschili e femminili, costruita e trasmessa a livello sociale, si è consolidata a partire da un ampio ventaglio di stereotipi. Tali sovrastrutture, che diventano vere e proprio gabbie concettuali, sono in grado di condizionare gruppi di individui ed influenzare pensieri ed azioni del singolo e della collettività. In questo modo, la differenza tra ruoli sessuali, caratterizzata da stereotipi di genere, diventa il terreno fertile per la comparsa di comportamenti violenti e disfunzionali.

Spesso si è portati a pensare che tali dinamiche si manifestino all’interno di nuclei familiari multiproblematici caratterizzati da bassi livelli culturali; in realtà le stime registrate dimostrano che la violenza non è strettamente legata alle condizioni economiche o allo status educativo o sociale della vittima e del maltrattante. Certamente, il basso livello culturale e la mancanza di risorse socio economiche fanno sì che le donne coinvolte in tali situazioni difficilmente possano contare su una rete di sostegno e di protezione sociale ed economica adeguata che le guidi verso un agevole percorso di fuoriuscita dalla violenza.

La trasversalità del fenomeno, che si estende a tutti i livelli generazionali, economici e sociali, induce a pensare che la violenza sulle donne sia un problema strettamente culturale, legato a retaggi del passato, in cui la società ha affidato all’uomo e alla donna impegni e responsabilità differenti, a partire dal sesso biologico di nascita. La donna, giudicata e condizionata sin da bambina sulla base di tali stereotipi, ad un certo punto dell’esistenza si trova ingabbiata in uno stile di vita che non sente proprio, sentendosi limitata nel pensiero e nell’azione. Il suo corpo viene quasi “oggettificato”, limitato nell’individualità e nella partecipazione alla vita economica, sociale e politica. Le notizie, che ormai quotidianamente vengono trasmesse dai media, testimoniano che sono sempre più frequenti episodi di maltrattamento nei confronti delle donne che spesso, purtroppo, sfociano in delitti efferati.

La condizione di emergenza ed isolamento, adottata per il contenimento del Coronavirus, ha obbligato i cittadini alla convivenza forzata che ha limitato il ricorso alle chiamate ai centri antiviolenza del territorio. Si tratta di un fenomeno facilmente intuibile dal momento che, in questa situazione, la donna si ritrova rinchiusa in casa con il maltrattante che la controlla costantemente, impedendole di chiedere aiuto. Tale calo decisivo si è riscontrato un po’ in tutti i centri, dal Nord al Sud. Certamente si tratta di un trend cui le operatrici sono abituate, che si verifica di solito nei periodi di vacanza e nei fine settimana. Nel frattempo però le violenze continuano a consumarsi silenziose ed indisturbate tra le mura domestiche. Per soprusi si intendono non solo quelli caratterizzati dall’uso della forza fisica, ma anche quelli verbali e psicologici come il gaslighting, tecnica subdola di crudele manipolazione mentale che spinge la vittima a dubitare della sua memoria e della sua percezione.

Le operatrici dei centri antiviolenza credono che nelle prossime settimane il numero di utenti che faranno richiesta di aiuto crescerà sensibilmente in quanto in situazioni di forte stress e di instabilità socio-economica, come quella che stiamo attraversando, solitamente il tasso di violenze tende ad aumentare in maniera drastica. In questa triste prospettiva, non possiamo fare a meno di pensare alla condizione che vivono i minori, figli naturali e non delle coppie coinvolte in tali dinamiche. Tali soggetti, costretti ad assistere ad abusi e maltrattamenti psicologici e fisici, diventano vittime di violenza assistita, condizione che comporta conseguenze a breve e a lungo termine a livello fisico, cognitivo e comportamentale e che compromette anche le loro capacità di socializzazione. Le donne, qualora riescano a sfuggire al controllo e al monitoraggio continuo del loro aguzzino, possono chiedere aiuto chiamando il 1522, il numero gratuito antiviolenza e stalking, collegato alla rete dei Centri Antiviolenza.

Per facilitare queste fase si è pensato di adottare una parola in codice, da digitare rapidamente per inoltrare la richiesta di aiuto. Inoltre, è stato stipulato un accordo tra i Cav e la federazione dei farmacisti che stabilisce che, rivolgendosi al banco e dicendo semplicemente  “mascherina 1522”, si possa ricevere un volantino che pubblicizza il servizio telefonico e le app della polizia.

* Ornella Vanoni su Facebook: “Nonostante gli annunci fatti da molte cantanti e colleghe per sostenere le donne che in questo momento sono costrette a casa, con compagni o mariti che sappiamo quanto possano essere crudeli, i giornali non parlano più di loro. C’è spazio solo per il Coronavirus. Il numero telefonico nazionale- 1522- che le donne dovrebbero chiamare, per chiedere aiuto ed assistenza, suona poco, e questo poco ci fa capire perché. E questo perché è dolorosissimo. ”.

Alessandra Bisanti, Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

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