Possono tornare in Australia dagli aborigeni i componenti dell’orchestra che si abbattono come un enorme boomerang, tipica arma dei suddetti, sui concorrenti di X Factor. Loro professionali ed ignari del ruolo di arma contundente nei confronti di un manipolo di artisti che oggi più che in altre puntate provocano qualche dolore intestinale e altri lievi problemi fisici a chi si posa sul divano per ascoltare le esibizioni assegnate dai giudici per la terz’ultima puntata del Talent che, rotolando, si trascina verso una finale che, si spera, regalerà finalmente quella qualità finora mancata, scremando i cantanti che veri cantanti non sono.

Escono di scena, come da pronostico, i due più deboli come personaggi e anche come qualità canore: Giordana Petralia senza neanche passare dal via (che fa pure rima) e Nicola Cavallaro la cui voce graffiante finisce per graffiare soprattutto lui stesso ed è troppo graffiante per convincere pubblico e giudici. Davide Rossi va a sorpresa subito in ballottaggio (Cavallaro era ultimo nella classifica dei brani meno ascoltati a un solo giorno dalla fine ma in extremis ha operato il sorpasso) e, dopo aver battuto Giordana, stabilisce un piccolo record tornando per la seconda volta nella stessa puntata in ballottaggio ed uscendo di nuovo vincitore.

Escono sconfitti quasi tutti dalla puntata che conduce alle semifinali e nella quale si dovrebbe vedere la crescita dei concorrenti dopo sei settimane di lavoro nel Loft. Invece il palco riempito dall’orchestra diretta dal produttore trap Dardust si trasforma in un campo minato per i sei artisti che si sottopongono alla prova canora più complicata. Promossi con riserva solo Sofia e i Booda, Davide e i Sierra sono rimandati alla prossima settimana, Nicola e soprattutto Eugenio sfoderano prestazioni da dimenticare al più presto e a stupire è proprio l’Eugenio Campagna precisino e perfettino nelle puntate precedenti che si fa sommergere dalle stonature e alla fine chiama in causa la stanchezza a cui, se mai riuscirà a fare il mestiere che dice di sognare, dovrà fare l’abitudine e, non essendo più un under ma un over, l’abitudine dovrebbe averla già fatta.

Meglio gli inediti che i cantanti dimostrano di aver già fatto loro molto più rispetto alla prima esibizione. Eugenio, dopo il disastro precedente, si salva, assieme ai Sierra che restano sempre sopra alla soglia della sufficienza anche se l’originalità, forse, non è la loro caratteristica principale. Sofia piace anche al decimo ascolto, anzi forse piace di più e questa è un’ottima notizia per lei e per noi. I Booda, escludendo un testo un po’ banale, trascinano e Davide il suo lo fa. Nicola non decolla e infatti esce di scena e si ferma qui.

La prossima settimana saranno in cinque a darsi battaglia per entrare in finale: Sierra, Booda, Davide Rossi, Eugenio Campagna e Sofia Tornambene che, a questo punto, è la favorita numero uno per la vittoria finale.

Cosa resterà di questo X Factor… potrebbe cantare Raf. L’esibizione di Anastasio, ad esempio, che racconta una storiaccia a modo suo, come un pugno nello stomaco, come Eminem ai tempi di Stan: teatrale, incalzante, mai banale. Può piacere o no ma questo è rap, quello che ti inonda di parole e ti invoglia ad ascoltare come va a finire, quello della ricerca musicale di una base che provoca emozioni ed esce dagli standard. Il ragazzo cresce e tiene il palco come pochi altri, non si è fatto abbindolare dalle collaborazioni vip e dai facili guadagni e già per questo merita tutte le attenzioni.

Le stesse attenzioni che si prende un’altra ex X trionfatrice come Francesca Michielin che passa dal bar dell’Indiano ai Cheyenne neanche fosse Calamity Jane: non è Mina, non è la Vanoni e non è neppure Giorgia ma non sbaglia un colpo da quando aveva 15 anni e da apparente pulcino indifeso vinse il Talent. Sempre piacevole, sempre centrata,  coerente e trasversale. Voto alto anche per lei.


Musica, X Factor 13. Le pagelle della sesta puntata: Eugenio 2 (anche in condotta), si salvano Sofia e Davide

Musica Italiana, Recensioni. Ketama 126 e il manifesto tossico di “Kety”