Emma torna a parlare della sua performance all’Eurovision 2014 inciampando su un paragone improprio con i Måneskin e scomodando il sessismo.

Sono ormai sei anni che, di tanto in tanto, Emma Marrone quando ne ha la possibilità rievoca la sua discussa performance all’Eurovision Song Contest del 2014, annata in cui si piazzò al ventunesimo posto (peggior risultato recente per l’Italia) con il brano “La mia città“. Lo aveva già fatto in occasione di una conferenza stampa con una battutina al veleno al Festival Di Sanremo 2015 da lei co-condotto insieme a Carlo Conti e ad Arisa: “Consiglio a chi vuole andare all’Eurovision di non presentarsi in short“, disse. Il riferimento di tale affermazione è attribuibile alla cospicua quantità di meme (molti simpatici, altri cattivissimi e ingiustificabili) emersi dagli utenti del web dopo aver visto il suo abito da imperatrice romana bianco e oro molto corto protetto da degli short (dorati) per nascondere la biancheria.

Proprio oggi, giovedì 4 giugno 2021, in occasione di un’intervista rilasciata al “Corriere della sera all’indomani della prima data del “Fortuna tour” di Lignano Sabbiadoro, la salentina è tornata sull’argomento, facendo percepire ancora una certa insofferenza per il trattamento che le è stato riservato ai tempi confrontandolo con gli attuali elogi ai Måneskin, neo vincitori della Kermesse : “Invece che essere sostenuta perché avevo portato un pezzo rock come “La mia città”, un atteggiamento non da classica cantante pop italiana che punta sulla voce o sulla femminilità, venni massacrata: si parlò solo degli shorts d’oro che spuntavano sotto l’abito e delle mie movenze. Ora che Damiano dei Måneskin si presenta a torso nudo e con i tacchi a spillo va bene: è evidente che c’è sessismo“.

Emma ha certamente ragione. In Italia c’è un problema riguardo al sessismo molto grosso. Peccato che però non c’entri assolutamente niente con la sua prestazione a Copenaghen. L’esibizione infatti fu fortemente criticata in quanto goffa, mal costruita e spaesante; tre fattori che stonano terribilmente in un palco a trazione performante come l’Eurovision. Il pubblico italiano all’epoca, tra l’altro, non era abituato a vedere la cantante sotto quella determinata veste e, con un’interpretazione non riuscita, il crash fu esclusivamente negativo.

In quell’occasione, e soltanto in quell’occasione, la cantante non riuscì a domare in maniera soddisfacente la scena: nonostante il tentativo, assolutamente apprezzabile, di uscire dalla sua confort zone, il risultato finale fu un grande pasticcio, senza se e senza ma. In questo senso quindi tirare in ballo i Måneskin è stato oltremodo scellerato, non perché ci sia una differenza di spessore artistico che non c’è e chi dice il contrario mente sapendo di mentire (e non stiamo parlando di rock, con buona pace di tutti), ma per una chiara, limpida e oggettiva differenza in termini di attitude.

Senza giri di parole: a prescindere dalla qualità musicale, i Måneskin sul palco spaccano, hanno sempre spaccato, grazie a un indiscusso talento innato e grazie anche al percorso più che formativo intrapreso a X Factor. Damiano e Company proprio durante i live hanno sfoggiato in più occasioni degli show stratosferici, flirtando con il mondo glam e con l’universo queer: Basta ricordare ad esempio la ormai notissima interpretazione di “Kiss this” per rendersi conto. Rispetto a quanto fatto nel talent targato Sky, possiamo paradossalmente affermare che la band romana a Rotterdam si sia in realtà contenuta. Altro che tacchi. Altro che torso nudo. Il frontman si è lanciato già in tempi non sospetti con le felle al vento in una sinuosia pole dance, apprezzatissima non perché a farla è stata un uomo, ma perché è risultata credibile agli occhi del pubblico.

Ben diverso il background di Emma, cresciuta in un altro talent, Amici, dove è stata costretta per diversi mesi da regolamento a indossare sempre la stessa divisa azzurra o bianca, aspetto che comunque l’ha aiutata a estrapolare le sue caratteristiche migliori, proprio quelle che le hanno consentito di sfondare e di condurre una carriera più che brillante, costellata di successi e di vagonate di platini.

Nell’industria musicale non ci sono soltanto le popstar all’americana: esistono da sempre cantanti eccezionali che vendono milioni e milioni di album e biglietti stando semplicemente ferme, senza cercare i salti mortali, senza voler a tutti costi trovare quella sovrastruttura lontana dalla propria personalità. Perché allora continuare a premere su quella “sfortunata” e unica performance confrontando la ricezione in termini di apprezzamento con coloro che l‘Eurovision sono anche riusciti a vincerlo? Le esibizioni ben riuscite, vedi quella di Elodie a Sanremo 2021 (con tutti i limiti del caso), stupiscono. Quelle meno riuscite pure, ma in negativo. Pensiamo per esempio al povero Aiello a Sanremo 2021: la gente si ricorda più quel “Sesso ibuprofene” urlato a squarciagola che la bellezza della canzone, molto valida. Ma fa parte della giostra, the show must go on. Non è il caso di metterci una pietra sopra?

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Foto: Screenshot Eurovision Song Contest 2014


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