Di Marta Scaccabarozzi

Due giovani talenti poco più che ventenni. Due generi musicali molto diversi tra loro. Due nuove release . Abbiamo incontrato il pianista Giuseppe Vitale, che domani pubblica con il progetto Jazz “We Kids” il disco “We Kids Quintet” (Abeat Records), ideato dal Maestro Stefano Bagnoli, e il cantautore pop Stagi, che l’11 settembre ha pubblicato il nuovo singolo “Spiccioli” (La Clinica Dischi). Stesse domande, risposte diverse. Punti in comune? Divergenze? Scopriamo dalle parole dei diretti interessati come un ventenne può vivere di e per la musica oltre le mode del momento.

Ciao ragazzi. Presentatevi ai lettori del nostro sito che ancora non vi conoscono.

GV: Buongiorno a tutti, sono Giuseppe Vitale e ho appena compiuto 21 anni.  Lavoro a vari progetti come pianista jazz, e parallelamente sto registrando il mio album da  solista (compositore, producer, polistrumentista e cantante).

S: Ciao ragazzi. Sono Stagi, sono ligure e le interviste mi riescono così così.

Qual è il primo ricordo legato alla musica che avete?

GV: Io in macchina, a circa tre anni, che ascolto a loop sempre gli stessi pezzi di Stevie Wonder.  All’ora come adesso.

S: Il primo ricordo che ho legato alla musica sono io a tre anni che gioco con il vecchio pianoforte di mia zia cercando le note che suonano bene insieme.

Quanto è importante lo studio in ambito musicale e quale è stato il vostro percorso di studio?

GV: Come in ogni cosa, più pratichi e più esperienza acquisisci, più avanti puoi arrivare. Nel caso specifico del jazz, la pratica è lo studio, e dipende quindi da ognuno di noi, individualmente, determinare il tempo necessario da dedicare alle varie fasi di crescita.  Credo lo studio abbia per la musica la stessa importanza che ha per ogni forma d’arte, non finisce mai. Ho studiato per 3 anni con Alberto Bonacasa alla scuola civica di Mortara (paese dove sono cresciuto e in cui all’epoca vivevo), approfondendo con sporadiche  full immersion  da Antonio Faraò, che mi ha accompagnato nel corso degli anni come mentore e amico.

S: Studiare è importante sicuramente, ascoltare lo è probabilmente ancora di più. Per quanto mi riguarda, ho iniziato da bambino studiando il pianoforte classico; in seguito ho studiato armonia con Mauro Avanzini. Lui mi ha insegnato questa cosa fondamentale: prima di suonare con altri, devi essere in grado di farlo ottimamente da solo. Ricordo la prima volta che ho preso in mano una chitarra elettrica: avevo undici-dodici anni e me ne sono innamorato follemente.

Giuseppe, perché hai scelto il Jazz? E tu, Stagi, perché Il Pop?

GV: Mio padre è musicista. Sono cresciuto andando a casa sua, tra le colline, ogni due week-end. Si trattava di due giorni in cui, per circa 12 anni, passavo giorno e notte a sentire musica e a immagazzinare tutto quello che mio padre aveva da dirmi, riguardo ogni gruppo e ogni album e ogni canzone. Mille strumenti da tutto il mondo in casa sua, quindi c’era anche lo  stimolo più fisico. A 3 anni Stax e Motown, a 6 i Beatles, poi Steely Dan e poi Stevie e tutti gli altri,  e poi, ovviamente, arriva anche il jazz. Grazie a questo direi forse che, a 14 anni, quando ho iniziato a studiare, avevo le idee abbastanza chiare  da capire che il jazz mi avrebbe permesso di racchiudere tutte le mie romantiche passioni in  un unico linguaggio.Come se non bastasse Bonacasa abitava nel mio stesso paese, e per me è stato un  grandissimo incentivo.

S: Per arrivare, verosimilmente, a tutti, anche se ci sono persone che costruiscono muri attorno a determinati generi o realtà musicali: questo è un gran male per loro stessi in primis, per la musica poi.

Quando avete capito di voler fare della  musica un lavoro o, quanto meno, di volerla condividere con il pubblico?

GV: Novembre 2015. Studiavo da ormai un anno ed ero impaziente di fare la mia prima data pagata. In un piccolo club di Milano, ad affiancarmi erano musicisti adulti quindi ero quasi tranquillo. Da quella sera ho semplicemente iniziato a ragionare come se quella fosse la mia vita, e per quanto mi abbia creato diversi ostacoli anche gravi, famigliari e scolastici, in breve tempo lo è diventata. Mi sono bruciato qualche anno di adolescenza, dedicandomi totalmente alla musica, ma ora mi ritrovo qui, al vero inizio della mia gioventù, a vivere a Milano con il mio migliore amico. Posso fare musica di giorno e di notte e, se non sono produttivo, disegno e coloro, o scrivo, o anche, semplicemente, ho il tempo per pensare e crescere e approfondirmi come persona. Per noi, è realmente il lavoro più bello del mondo.

S: Sin da bambino ho desiderato di lavorare nel mondo della musica e avere l’occasione di condividere la mia passione con qualcuno è una situazione che mi rende felice.

Giuseppe, domani esce il disco “We Kids Quintet” mentre Stagi, tu hai pubblicato lo scorso 11 settembre il singolo “Spiccioli”. Ce ne parlate?

GV: Circa un anno fa Mario Caccia (produttore Abeat Records) mi ha contattato, chiedendomi di inviare alcuni brani per una nuova iniziativa Siae.  Ho inviato 2 miei brani originali, presi da un concerto live con i fratelli Cutello. Da lì, una volta vinto il bando, io e Mario abbiamo pensato che una buona  idea sarebbe stata quella di fondere il mio progetto in quintetto, con il We Kids Trio di Stefano Bagnoli (a nome del quale abbiamo già registrato  un album per Abeat). Nei mesi la cosa si è poi trasformata in We Kids Quintet, non sappiamo bene perché, ma in fondo è andata bene così perché in questo modo siamo riusciti a dar maggior rilievo alla figura di Stefano Bagnoli. Ci siamo trovati in studio a Gennaio, due giorni, e abbiamo inciso tutti brani originali, circa un paio per ogni membro del gruppo.

S: Spiccioli è una canzone stanca, rilassata, che ho scritto tempo fa quando ancora frequentavo l’università. E’ probabilmente una canzone d’amore, ma contiene un po’ di introspezione e tracce di polemica sociale. Forse al primo ascolto può sembrare una canzone triste, ma vi assicuro che non è così.

Spiegate ad un ipotetico vostro coetaneo che ascolta trap o rap, generi molto diffusi ai nostri giorni, perché dovrebbe ascoltare anche il Jazz o il Pop.

GV: Forse è più difficile spiegare a un jazzista perché dovrebbe ascoltare rap o trap… se parliamo di jazz tradizionale, capisco i giovani che non lo ascoltano, è una musica che ormai esiste da tanto tanto tempo e che non c’entra nulla con la moda di ora (e i giovani, seguono la moda). A me piacciono hip hop e trap, da ascoltare e da suonare. Ma mi piace anche un sacco suonare jazz. E credo che il bello sia proprio la possibilità di fare tutto, ogni genere nel suo contesto, a volte con i rapper e a volte con sezioni jazz. O con entrambi.

S: Non c’è nulla da spiegare: il Pop è di definizione per tutti, è autoevidente. Quotidianamente questi ragazzi hanno avuto, hanno e avranno a che fare con esso. Inoltre, una buona fetta della musica rap / trap che sta uscendo negli ultimi anni ricade tranquillamente sotto la campana del Pop.

Nelle vostre playlist Spotify cosa c’è?

GV: Stevie Wonder, Tyler the Creator, Flying Lotus, Louis Cole, Ella & Louis, Grieg, Otis Redding, Thundercat, Brad Mehldau, Zack Villere.

S: Aspetta, ci guardo, sono mai tante! La mia playlist preferita è composta da musica classica, funky/jazz strumentale e tanto Fender Rhodes: l’ho creata originariamente per concentrarmi meglio al fine di studiare, adesso la ascolto sempre. Nelle altre c’è davvero di tutto: prog italiano, psichedelia anni ’60, indie pop francese, cantautorato italiano, elettronica, bluegrass… Ovviamente c’è spazio anche per musica delle realtà locali prodotta da amici e conoscenti, oltre agli artisti italiani più in forma del momento, per citarne alcuni: Giorgio Poi, Dente, Venerus, Colombre… e ce ne sarebbero altri cento.

 

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Leggi QUI l’articolo originale sul sito del MEI.

 

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