La Terra ha perso 28 mila miliardi di tonnellate di ghiaccio in meno di 25 anni, dal 1994 al 2017. Lo aveva previsto l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il corpo scientifico internazionale che studia i cambiamenti climatici e una ricerca delle Università di Leeds, di Edimburgo e della University College di Londra lo ha confermato. È la prima volta che i ricercatori riescono a stimare la perdita di ghiaccio a livello globale. Dal 1994 ad oggi la superficie ghiacciata si è ridotta sensibilmente, soprattutto nel nostro emisfero, quello boreale.

Nello specifico, il Polo Nord – l’Artide – ha perso più di 7 mila miliardi di tonnellate di ghiaccio, l’Antartide circa 9. Con la perdita di 3,8 mila miliardi di ghiaccio (1 milione di tonnellate al minuto nel 2019) la Groenlandia ha toccato un punto di non ritorno. Dai rilievi satellitari si evince che la situazione resterebbe compromessa per molto tempo anche se venissero presi provvedimenti. Sempre più ghiaccio si trova – infatti – a contatto con l’acqua che non fa che accelerare lo scioglimento. Secondo il glaciologo Renato Colucci, l’unico modo per invertire la rotta sarebbe un abbassamento rapido e prolungato delle temperature medie, che sono invece in costante aumento. Altrimenti il ghiaccio continuerà a sciogliersi.

Fino agli anni Novanta gli strati di neve che si accumulavano potevano compensare la perdita di ghiaccio, ma oggi non è più così. Le nevicate non sono aumentate, mentre il ghiaccio ha continuato a sciogliersi. Nel 1990 il tasso di perdita di ghiaccio era di 0,8 mila miliardi all’anno. Negli anni è cresciuto del 57% arrivando a 1,2 mila miliardi. Ciò ha portato ad un aumento del livello del mare di 35 millimetri che potrebbe diventare un metro entro il 2100 con la conseguente scomparsa di molte isole e zone costiere. Secondo Andy Shepherd, direttore del Center for Polar Observation ogni centimetro di innalzamento del livello del mare si traduce in circa un milione di sfollati. Quest’anno lo scioglimento sta avvenendo in maniera più lenta, ma il processo è inesorabile, complice anche il tasso di emissioni di CO2 sei volte più alte di qualsiasi altro periodo storico.

I ghiacciai delle Alpi italiane non fanno eccezione. Come riferito da Marco Giardino, professore all’Università di Torino e segretario del Comitato Glaciologico Italiano al Manifesto, i ghiacci delle Alpi hanno avuto un momento di massima espansione intorno alla metà dell’Ottocento, prima di iniziare a contrarsi, ma non in maniera lineare. Il processo di scioglimento ha subìto un’accelerazione negli ultimi decenni. Per esempio, il ghiacciaio del Gran Paradiso ha perso 300 metri soltanto nel corso dell’ultimo anno. Il continuo aumento della velocità con cui questo avviene è l’elemento che preoccupa di più.

 

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Crediti foto: LaPresse