Attualità
Il pinguino nichilista che ha conquistato il web (e Trump)
Da una scena dimenticata di Werner Herzog a simbolo del nostro tempo: la marcia silenziosa di un animale diventa il racconto di una stanchezza collettiva, tra social, politica e perdita di direzione.
C’è un’immagine che, più di molte analisi sociologiche, racconta l’aria che respiriamo: un pinguino che si allontana dalla colonia e si incammina verso il nulla. Nessuna ribellione plateale, nessun gesto eroico. Solo una deviazione silenziosa, ostinata, quasi inspiegabile. Da una vecchia pellicola di Werner Herzog del 2007, quel pinguino è riemerso nel 2026 come simbolo universale di una stanchezza diffusa, trasformandosi in meme, icona e, infine, strumento politico. È il “pinguino nichilista”, e la sua marcia solitaria dice molto più di quanto sembri.
@Werner Herzog
La scena che non voleva diventare simbolo
Nel documentario Encounters at the End of the World, Herzog non cerca animali teneri né storie edificanti. Cerca l’inspiegabile. E lo trova in un pinguino di Adelia che, invece di dirigersi verso il mare, unica possibilità di sopravvivenza, prende la direzione opposta: l’entroterra antartico, le montagne, la morte certa. Gli scienziati nel film parlano di un comportamento rarissimo, quasi patologico. Herzog lo chiama “marcia della morte”. Ma il cinema, come spesso accade, vede più lontano della biologia. Quell’immagine rimane in sospeso per anni, come una frase non conclusa. Finché il presente non la recupera, la riveste di nuove parole, e la fa sua.
Il ritorno del pinguino
Nel gennaio 2026, quella scena ricompare sui social. TikTok la moltiplica, la rielabora, la trasforma. Il pinguino diventa colonna sonora di monologhi interiori, battute amare, confessioni ironiche, pensieri che oscillano tra l’abbandono e la libertà.
La storia avrebbe potuto fermarsi qui, come tanti fenomeni virali. Invece. L’account ufficiale della Casa Bianca pubblica un’immagine generata con intelligenza artificiale: Donald Trump cammina accanto a un pinguino tra i ghiacci della Groenlandia, bandiera americana alla mano.
L’errore è evidente: i pinguini non vivono in Groenlandia. Appartengono all’emisfero australe, non all’Artico. La reazione dei social è immediata: ironia, sarcasmo, indignazione. Politici, economisti e utenti comuni smontano la scena con una semplicità disarmante. Ma la gaffe è solo il livello superficiale.

L’immagine generata dall’intelligenza artificiale, pubblicata dall’account ufficiale della Casa Bianca sui social, che raffigura Donald Trump accanto a un pinguino in Groenlandia / Credit: @TheWhiteHouse
Il cortocircuito tra immagine e realtà
Quel pinguino messo fuori posto racconta qualcosa di più profondo: l’epoca in cui l’immagine vale più del reale, e in cui la verosimiglianza viene sacrificata alla forza del messaggio. Non importa che l’animale non appartenga a quel luogo: importa che funzioni come simbolo. È il trionfo della comunicazione sul senso, della suggestione sulla verità. Eppure, proprio lì si consuma il paradosso. Il pinguino di Herzog era diventato simbolo di rifiuto delle convenzioni. Usarlo come accessorio di propaganda significa tradirne l’essenza.
Il nichilismo gentile
Il “pinguino nichilista” non è un eroe. È qualcosa di più destabilizzante: un’immagine che non offre soluzioni. Cammina e basta. Non promette salvezza, non indica una direzione alternativa. E forse è proprio questo che ci affascina. In un mondo che pretende continuamente scelte, posizioni, appartenenze: quel pinguino incarna la possibilità di cambiare strada. Non è una fuga romantica. È una stanchezza lucida. Un passo dopo l’altro verso un luogo che non conosciamo, ma che almeno non è quello che abbiamo già visto.
Perché il pinguino siamo noi
Alla fine, il successo di questo meme non riguarda gli animali né il cinema, né tantomeno la Groenlandia. Riguarda la sensazione diffusa di vivere in un tempo in cui le mappe non coincidono più con il territorio. In cui seguire il gruppo non garantisce più senso, e deviare non garantisce salvezza.
Il pinguino di Herzog, rilanciato dai social e tradito dalla politica, resta lì: un punto in movimento dentro il ghiaccio. E ci chiede, senza parlare, se stiamo davvero andando dove pensiamo di andare.