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Il conflitto d’interessi scuote i contents creators

Il conflitto d’interessi scuote i contents creators. La guerra fra creators indipendenti vs sponsorizzati dalle aziende arriva in Italia. Travel, food, videogames, cinema: ogni settore è scosso da una polemica tutt’altro che sterile, ossia quanto quella dei creators recensori che hanno scelto di troncare ogni rapporto con le aziende del proprio settore, e quelli che invece ci collaborano ottenendo vantaggi monetari, anteprime, interviste esclusive. Una guerra che ha come fine convincere il consumatore della propria credibilità.

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Il conflitto d'interessi scuote i contents creators. La guerra fra creators indipendenti vs sponsorizzati dalle aziende arriva in Italia. Travel, food, videogames, cinema: ogni settore è scosso da una polemica tutt'altro che sterile, ossia quanto quella dei creators recensori che hanno scelto di troncare ogni rapporto con le aziende del proprio settore, e quelli che invece ci collaborano ottenendo vantaggi monetari, anteprime, interviste esclusive. Una guerra che ha come fine convincere il consumatore della propria credibilità.
Crediti foto cydonia_pm Instagram

Il mondo italiano dei creatori di contenuti è piccolo, ma soprattutto fortemente interconnesso. Poco importa se il singolo contents creator si occupi di food, travel, videogames, cibo o film, quando una polemica colpisce un settore, si riverbera nel giro di poche ore su tutti gli altri. Ecco quindi che una discussione partita nel mondo dei videogames, polemica che verte sul conflitto di interessi che attanaglia i recensori che sono sponsorizzati dalle stesse aziende di cui valutano i prodotti, fa sentire i suoi effetti sul mondo del food, del cinema e del travel. Vediamo che succede.

Il precedente Falconero

All’inizio di settembre una polemica in apparenza innocua scuote il mondo dei contents creators che recensiscono i videogames: il giornalista Pregianza di multiplayer.it durante una live definisce il collega Falconero (al secolo Davide Persiani) un “cancro”, sostenendo che ha irrimediabilmente compromesso il mondo delle recensioni di videogiochi. Cosa ha fatto di così grave Falconero? Due anni fa ha deciso di rendersi indipendente, rifiutando qualsiasi sponsorizzazione, regalo, chiave d’accesso anticipata, anteprima e simili dalle aziende videoludiche. Persiani ha spiegato più volte in pubblico la sua scelta: sostiene sia impossibile recensire obbiettivamente un videogioco se l’azienda che te lo invia gratuitamente in anteprima ti retribuisce anche per sponsorizzarlo, dove retribuzione non significa necessariamente denaro, ma anche vacanze, “regali natalizi”, anteprime ed inviti ad eventi esclusivi. Insomma non ci si può ergere nel contempo ad autorità superpartes ed essere stipendiati dalle aziende di cui bisognerebbe vagliare la bontà dei prodotti. Fin qui potrebbe sembrare tutto ovvio, ma le cose sono più complesse.

L’estensione della lotta

Partito dal mondo dei videogames, la discussione sul conflitto d’interessi ha toccato anche gli altri settori, generando infinite e spesso sterili polemiche. Gli schieramenti infatti si sono fatti da subito netti, indulgendo nell’attacco personale, nella diffamazione e persino usando i membri delle community per fare shitstorming. I due schieramenti sono facilmente identificabili: coloro che rivendicano la loro indipendenza sostengono di rispondere solo al proprio pubblico, e coloro che invece difendono il loro collaborare con le aziende, sostenendo che non c’è alcuna contraddizione nel recensire un prodotto che poi si è pagati per sponsorizzare. Il secondo schieramento sostiene come il primo non possa dimostrare con nessuna prova concreta che nei singoli casi esista un conflitto d’interessi, potendo al massimo fare supposizioni e illazioni, ad esempio notando come un prodotto generalmente considerato mediocre (diciamo da voto 6) venga recensito da X con un 9, e poco dopo la pubblicazione della recensione lo stesso X fa una sponsorizzata con il prodotto precedentemente recensito. Com’è possibile dimostrare concretamente in questo caso il conflitto d’interessi? Ovviamente non si può, a meno di non avere in mano un contratto fra X e l’azienda in cui si dichiari che se X da 9 al prodotto, poi l’azienda lo pagherà per sponsorizzarlo. Tali contratti esistono? Gli indipendenti sostengono di sì, gli altri invece ovviamente lo negano.

La complessità della questione: i costi

Il problema è la natura stessa del lavoro di contents creator: se si decide di tagliare ogni rapporto con le aziende, ci si ritrova all’improvviso di fronte ad una quantità di costi pressoché insostenibili. Bisogna innanzituttto comprarsi i prodotti, pagarsi di tasca propria i viaggi e gli eventi di settore, imporsi una routine di creazione di contenuti e live stakanovista, dato che gli introiti provengono unicamente dagli abbonamenti e dalle donazioni della tua community. Per capirci, Falconero ha ammesso di lavorare 6/7 14 ore al giorno, per guadagnare uno stipendio da quadro aziendale, molto lontano da quello che prendono i suoi colleghi che invece vivono delle sponsorizzate delle aziende. Ancora peggio è per chi compie questa scelta nel mondo del food e del travel: pagarsi di tasca propria due pasti al giorno nei ristoranti da recensire (più il viaggio ovviamente), o peggio pagarsi per intero una vacanza all’estero, sono esborsi che può permettersi solo chi ha un capitale economico personale o familiare cospicuo.

Il problema delle anteprime e del tutto e subito

Ma il problema non sono solo i costi. La questione sono anche i tempi: chi collabora con le aziende ha accesso ad anteprime, prodotti omaggio, accessi esclusivi e simili che gli permettono di recensire prima di tutti gli altri il prodotto. In un mondo divorato dall‘hype e dove la FOMO (fear of missing out) è un problema socialmente diffuso, arrivare su un prodotto tanto atteso due giorni o una settimana dopo gli altri significa dimezzare views e quindi abbonamenti, rischiando così di finire nell’irrilevanza. Significa anche poter offrire meno contenuti di qualità: non è un segreto che programmatori, divi del cinema, chef e in generale le star di ogni settore ormai si facciano intervistare solamente da contents creators “amici”, essendo ormai il giornalismo di settore pressoché estinto.

La questione Playerinside e lo scontro frontale

La questione Falconero si era appena sgonfiata, quando sempre dal mondo dei videogames si riapre con la scelta del canale Playerinside di rendersi indipendente, rifiutando d’ora in poi ogni sponsorizzata e regalo da parte delle aziende. Questa volta lo scontro si fa più radicale: da un parte gli indipendenti ne fanno una questione di rispetto della community e di fiducia reciproca fra creator e consumatore, dall’altra i fautori della collaborazione con le aziende accusano gli altri di “populismo”. Che significa in questo caso populismo? Significa che i cosiddetti indipendenti in realtà sono strettamente sottomessi ai soldi e alle opinioni ondivaghe della loro community di riferimento, mentre chi collabora con le aziende non ha bisogno di donazioni e abbonamenti dagli utenti, perché i suoi introiti vengono dalle corporations. Questa “indipendenza” dal pubblico gli permette quindi la vera “oggettività”, dato che possono liberamente dire ciò che pensano di un prodotto senza curarsi dei pregiudizi, delle aspettative, dei gusti della propria community. La fallacia di questo ragionamento risulta però evidente: le aziende pagano i contents creators in base alla consistenza e alla capacità di far presa sulla propria community, non di certo perché offrano giudizi “oggettivi” suoi propri prodotti mentre nessuno li ascolta.

Il futuro

Lo scontro si sta facendo caldo e lascerà sicuramente il segno. Scoperte le carte e capito in ogni settore chi è indipendente e chi invece collabora con le aziende, il pubblico ormai è diventato più attento a chi recensisce cosa, alle collaborazioni dichiarate e soprattutto a quelle nascoste o sapientemente “dilatate” nel tempo, e ormai pretende una posizione netta ed inequivocabile da parte del proprio creator preferito. Questa chiarificazione che ora sta avvenendo con toni scomposti, offese, dissing e scontri fra community, calmatesi le acque probabilmente lascerà il posto a una netta e pacifica separazione fra contents creators indipendenti e colleghi che invece scelgono di collaborare con le aziende. Comunque vada, almeno per una volta, il vero vincitore di questa bagarre è il tanto munto e bistrattato consumatore.

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