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Anche i Beckham piangono

Anche i Beckham piangono. La rottura fra Blooklyn e genitori è più di un dissapore familiare, è una crisi reputazionale del brand. I Beckham infatti sono una famiglia-azienda social, dove rapporti affettivi e questioni commerciali sono talmente intrecciate da essere indistinguibili.

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Anche i Beckham piangono. La rottura fra Blooklyn e genitori è più di un dissapore familiare, è una crisi reputazionale del brand. I Beckham infatti sono una famiglia-azienda social, dove rapporti affettivi e questioni commerciali sono talmente intrecciate da essere indistinguibili.
Crediti foto davidbeckham Instagram

La faida familiare dei Beckham è molto più di un banale fatto di gossip, ma apre uno squarcio inquietante su un mondo poco conosciuto: quello delle coppie mediatiche che inglobano i figli fin da picolissimi nell’azienda di famiglia. Praticamente il figlio fin dalla primissa età è nel contempo un parente, un asset aziendale e un dipendente. Un sistema molto simile a quello che in Italia hanno adottato i Ferragnez prima della rottura. Vediamo dunque cosa succede

I motivi del litigio

I rapporti fra Brooklyn Beckham e i genitori erano già tesi da tempo, la totale rottura su Instagram però è stato il colpo definitivo che ha allertato la stampa scandalistica. Sul perché di questa rottura in realtà sappiamo poco: qualcuno cita questioni economiche, dato che i Beckham non avrebbero dato al figlio un contributo per l’acquisto della casa, pagata con il fondo fiduciario del padre della moglie. Altri invece parlano di dissapori fra nuora e suocera, per una questioni di vestiti che è anche una questione di brand: la Peltz avrebbe preferito il vestito di Valentino ad uno fatto dalla futura suocera, che ricordiamo ha un suo marchio, che produce anche abiti da sposa.  Insomma la questione è un intreccio complicato fra soldi, visibilità del brand e rapporti interpersonali, una miscela esplosiva che non ha fermentato negli anni

Dentro al Beckhingam Palace

Se i veri motivi della rottura li conoscono solo i diretti interessati e il resto del mondo non può che fare congetture, la questione delle famiglie-aziende sui social invece è scomponibile e analizzabile. I Beckham hanno costruito nel tempo un’immagine social che gli ha permesso di incrementare la già cospicua fortuna di partenza con sponsorizzazioni e nuovi brand. In questo modello i figli sono stati fin da subito parte del complesso econosistema aziendale, essendo sia gli eredi della fortuna familiare, sia asset (con i loro canali social) sia dipendenti chiamati a lavorare per aumentare gli introiti. Questa non è stata una scelta consapevole da parte della prole, ma un destino impostogli dai genitori fin dalla più tenera età e a cui i pargoli hanno dovuto sottostare. Non diversamente da quanto accaduto agli Smith e alle Kardashian, e più vicino a noi ai figli dei Ferragnez. Il problema è: e se i figli una volta cresciuti non volessero più appartenere alla famiglia azienda? E’ possibile scindere dopo decenni il rapporto lavorativo da quello affettivo/familiare?

Chiamala se vuoi invidia sociale

In tutto questo si mettono di mezzo i social, con le loro dinamiche polarizzanti e la creazione di community-fazioni che in ogni dissidio vedono un potenziale campo di battaglia. Non è un caso che dopo la rottura fuori dal video, il vero dramma (definito tale dai fratelli Cruz e Romeo) è stata la decisione di Brooklyn di bloccare genitori e fratelli su Instagram: questo atto è molto più di una momentanea ripicca, è una vera e propria rottura del patto aziendale-familiare. Davanti a questa frattura, gran parte del pubblico ha empatizzato con i genitori e i fratelli rimasti fedeli al brand: Brooklyn secondo loro è il classico figli di ricchi viziato, che è cresciuto nel lusso e non ha mai lavorato in vita sua. Qui sorge un altro problema: è un lavoro apparire nei post della famiglia e utilizzare i propri profili per far pubblicità al brand dei genitori, oppure no? Esiste un limite invalicabile in questo tipo di rapporti aziendal-familiari?

Sono un ribelle mamma

Chi condanna la rottura fra Brooklyn e famiglia, spesso mette la questione soldi sopra a tutto. La famiglia è ricca, gli ha dato tutto, perché mai dovrebbe creare problemi? Si potrebbe dire che Brooklyn lo fa perché è un essere umano, anche se nato nella ricchezza. Gli esseri umani all’interno dei rapporti familiari litigano, si allontanano, si riconciliano e lo fanno anche se il conto dei genitori è a 7 zeri. La ricchezza non esime dal dramma tutto umano dell’essere conflittuali, contraddittori, infelici, caso mai lo rende meno duro perché si hanno più possibilità di ottenere aiuto (o meglio, di pagare professionisti della cura) quando la situazione diviene insopportabile. Piaccia o meno la ribellione dei figli dei ricchi è un affare serio e drammatico come quella dei figli di persone meno abbienti, la differenza è che economicamente nel 99% dei casi non porta a situazioni disastrose, come invece avviene per chi non è ricco.

The show must go on

Allargando un attimo l’orizzonte, la rottura in casa Beckham non ha messo in questione il modello della famiglia-azienda social e anzi, dimostra che ormai è un’istituzione accettata da quasi tutti. In fondo replica nel mondo digitale il vecchio modello dell’azienda a conduzione familiare, un modello di lavoro antico e che gode di ottima salute, almeno dal punto di vista culturale. Esiste però una differenza fondamentale su cui varebbe la pena di riflettere: nella vecchia azienda familiare i figli entravano come lavoratori in adolescenza, e il contributo economico dato al bussiness dei genitori era staccato dalla loro vita privata. Nelle aziende social invece i figli entrano fin dalla nascita, e tutta la loro vita privata è nel contempo vita lavorativa, per di più esposta H24 a giornalisti e followers. E’ gestibile dal punto di vista emotivo e mentale un carico di questo tipo? Non dovrebbero esserci dei limiti etico-legali a questo genere di commistioni? Per ora non abbiamo una risposta a queste domande, però grazie ai Beckham possiamo finalmente porcele.

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