di Giacomo Fronzi

Mi dispiace molto per la morte, causata dal Covid-19, di Germano Celant, vero (sic!) critico d’arte, studioso profondo (che ha tenuto a battesimo il movimento d’avanguardia dell’“Arte povera”), punto di riferimento per chiunque voglia comprendere alcune delle più importanti esperienze artistiche del secondo Novecento.

Celant non ha mai guardato all’arte con atteggiamento distaccato, quasi come un osservatore che, dall’alto della sua “turris eburnea”, concede crismi o scaglia anatemi. Ha sempre vissuto il mondo dell’arte “dall’interno”, lasciandosi attraversare dalle poetiche che lui, così acutamente, ha analizzato. C’è un passaggio, nel suo libro “Fotografia maledetta e non” (Feltrinelli 2015), che mi pare esemplificativo – oltre che del suo modo d’essere e del suo “fare critica” – di questo aspetto così caratterizzante: «[…] L’ipotesi è di seguire l’indicazione dell’artista fotografo che prende sempre una distanza immaginaria, ma non pratica la fuga e la negazione del soggetto eccessivo ed estremo, così da confrontarsi con l’opacità e la pesantezza di tutto ciò che disturba. È un andare a caccia del disorientamento e del malessere, senza lasciarsi imbrigliare dall’interdetto e dal maledetto che possono invece rinnovare l’esuberanza creativa ed estatica: esplorare il buio e la luce per trovarne le ombre. Per tale scrittura che allarga la vertigine di un comunicare tra metafisico e carnale, perché legato alla trasgressione e all’incandescenza tra mondo angelico e demoniaco, sono in debito con tutti gli artisti che hanno corroso con le loro immagini la dimensione imbrigliata della fotografia».

 

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Crediti foto: LaPresse

 

 

 

 

 

 


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