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I contents creators sono i nuovi cantastorie?

I contents creators sono i nuovi cantastorie? Ormai sempre più CC parlano di sé e non dei prodotti nei contenuti, e la community applaude. Nati in contrapposizione agli influencer e alle loro continue narrazioni autobiografiche, i CC inizialmente parlavano solo di prodotti. Ora però che gli influencer sono praticamente scomparsi, i CC ne hanno ereditato il ruolo di raccontastorie, creando una nuova forma di narrativa: quella delleroe sfigato della porta accanto.

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I contents creators sono i nuovi cantastorie? Ormai sempre più CC parlano di sé e non dei prodotti nei contenuti, e la community applaude. Nati in contrapposizione agli influencer e alle loro continue narrazioni autobiografiche, i CC inizialmente parlavano solo di prodotti. Ora però che gli influencer sono praticamente scomparsi, i CC ne hanno ereditato il ruolo di raccontastorie, creando una nuova forma di narrativa: quella delleroe sfigato della porta accanto.
Crediti foto kurolily Instagram

Da un anno proliferano i contents creators che raccontano storie. Poco importa il loro ambito di specializzazione: che sia il beauty o il cinema, il videogioco o il food, ciò che importa è che creino contenuti in cui al centro c’è una storia, con un protagonista, le sue peripezie, il modo che ha trovato per uscirne. Vediamo che succede

Chiamale, se vuoi, storielle

Innanzitutto bisogna capire cosa si intende per storie. Ovviamente non parliamo della grande storia che si studia a scuola, ma delle piccole storie di individui che si trovano a vivere sogni e conflitti all’interno di un mondo percepito come sempre più caotico. Se per molti la Storia con la S maiuscola non ha più direzione né senso, a rassicurarli che un senso si possa ancora trovare arrivano le micro storie individuali, poco importa se di personaggi realmente esistenti o inventati, purché insegnino come affrontare le piccole e grandi avversità di questo periodo.

Ma non c’erano i libri e i film?

Il trend dei CC che raccontano storie va a colmare il vuoto lasciato da chi prima si occupava per professione di raccontare le storie, cioè scrittori e sceneggiatori. Il libro ormai come media è in crisi irreversibile in Occidente, relegato a oggetto feticcio da esporre per esprimere status o a tappabuchi nei tempi morti durante gli spostamenti nei mezzi pubblici. I film hollywoodiani hanno rinunciato da tempo a proporre storie di spessore, preferendo puntare tutto sugli effetti speciali e i cast stellari, degradando gli sceneggiatori a meri imbastitori di canovacci triti e ritriti per giustificare le esplosioni e la CGI che riempiono lo schermo. Le due figure professionali che nel ‘900 si occupavano quindi di raccontare le piccole storie hanno quindi perso il loro ruolo.

La noia degli influencer

I primi a riempire il vuoto dei narratori di storie sono stati gli influencer, e lo hanno fatto ovviamente a modo loro, cioè narrando all’infinito se stessi. L’influencer dovendo proporsi come modello aspirazionale per i suoi followers, per ovvi motivi deve rimanere sempre al centro della narrazione. Ecco quindi che le storie narrate dagli influencer sono infiniti racconti autobiografici a colpi di foto e reels, che hanno portato inevitabilmente prima alla standardizzazione dei contenuti, poi alla noia per storie che avevano sempre il medesimo protagonista che affrontava un’esigua variante di problemi (calo di followers, disavventure in cucina o in vacanza, drammi sentimentali). Ovviamente l’influencer usciva sempre brillantemente dai vari guai che gli capitavano, perché dovendo essere un modello per la sua community, non poteva di certo essere sopraffatto da cali di fatturato o divorzi come noi comuni mortali.

L’arrivo dei CC

Inizilamente i contents creators non raccontavano storie. Contrapponendosi nettamente agli influencer e alle loro narrazioni autocentrate, si limitavano a fornire informazioni sui prodotti e sul loro utilizzo. Chi ha seguito l’ascesa dei CC, si ricorderà come questi fino a poco tempo fa di fronte alle domande dei followers di raccontare qualcosa del proprio vissuto, rispondevano “Non penso che a qualcuno interessi dei fatti miei”. Solo da un anno i CC, ormai egemoni per numero e fatturato rispetto agli influencer, ne hanno ereditato la funzione di racconta storie, con delle ovvie differenze. La più evidente è che quando raccontano di sé non si pongono come modelli, ma come persone comuni che affrontano i problemi che hanno tutti (stress, difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, difficoltà a guadagnarsi la pagnotta). Quando raccontano di altre persone, scelgono protagonisti con vite e problemi comuni, perfettamente sovrapponibile a quelli della loro community. Ed è qui la vera rivoluzione.

L’eroe sfigato della porta accanto

Rispetto agli influencer che avevano solide basi di marketing e avevano scelto di essere un nuovo modello di eroe, ossia la versione ideale del proprio followers, i CC hanno iniziato a raccontare di sé e dei propri conoscenti spinti dalle pressioni delle loro community, senza un preciso piano marketing in testa. E’ proprio questa spontaneità e la mancanza di modelli standardizzati a cui rifarsi, ad aver permesso ai CC di poter rompere gli schemi narrativi imposti dagli influencer e scegliere un nuovo tipo di protagonista per le proprie narrazioni: l’eroe sfigato della porta accanto. Chi è questo eroe? E’ una persona comune, con una vita semplice, che si trova ad affrontare problemi di tutti i giorni come stress, mancanza di denaro, incomprensioni sentimentali e a tentare di risolverli, talvolta riuscendoci a suon di compromessi, talvolta fallendo e prendendola con filosofia. Sì, perché l’eroe della porta accanto non deve per forza trionfare, quello che deve fare è resistere e non soccombere, anche quando le cose vanno male. E’ un esempio di resilienza, non di capacità sovraumane di vincere ogni ostacolo che la vita gli pone davanti.

Le storie non devono essere vere

Il cambio di narratore e narrazione ha portato a nuovi problemi. Le storie, anche quelle più prosaiche e quotidiane, sono pur sempre narrazioni e quindi finzioni, sono verosimili e non vere al 100%. Questo però i CC non possono ammetterlo, perché il loro modello di rapporto con la community è di trasparenza totale, trasparenza che implica una sincerità a prova di bomba. Basta quindi che emerga un dettaglio incongruo, un abbellimento, o peggio l’omissione/l’alterazione di qualche pezzo della storia, che il CC viene messo sotto accusa dalla propria community come inaffidabile, bugiardo, mitomane. C’è addirittura una figura nata appositamente per far crollare la fiducia nelle storie raccontate dai CC: i contents destroyers. Questi basano una fetta cospicua della loro produzione di contenuti nel dimostrare come le storie dei CC siano in parte o totalmente inventate, per distruggerne la credibilità (e quindi la carriera). La rapida ascesa dei destroyers dimostra come il web non abbia bisogno solo di qualcuno che racconti storie di persone comuni, ma che il narratore (e quindi le sue storie) debbano possedere una credibilità inscalfibile.

Il futuro

Il futuro per i CC che raccontano storie appare roseo. Hanno assunto un ruolo fondamentale che gli altri media non esercitano più, e lo fanno su esplicita richiesta del pubblico. Il problema della credibilità e della mannaia dei contents destroyers è irresolubile: i CC non possono ammettere che ciò che raccontano non è vero al 100%, e quindi devono prestare grande attenzione quali parti della storia modificare o abbellire, in modo che la propria community e i contents destroyers non dubitino della verità di quanto narrato. E’ un equilibrismo difficile, che richiede conoscenze e abilità da scrittori/sceneggiatori, skills che i CC dovranno acquisire se vogliono rimanere egemoni sui social.
Comunque vada, una cosa è sicura: dopo un lungo oblio, siamo tornati a voler ascoltare storie di persone come noi, e non di veri o presunti dèi.

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